Massimo Bisson, L'offertorio laetentur caeli, analisi musicale.laetentur caeli dal graduale triplex

Si tratta dell’antifona per l’Offertorio della messa della notte di Natale. Il testo è tratto dal Salmo 95, versi 11 e 13: “Si rallegrino i cieli ed esulti la terra al cospetto del Signore, poiché egli viene”.

   Il testo di questo Offertorio è presente in tutti i più antichi graduali a noi pervenuti, tra cui il più vetusto risale all’800 circa. I segni paleografici della famiglia metense sono tratti dalla pagina 18 del codice 239 di Laon (realizzato dopo il 930); quelli sangallesi, invece, dalla pagina 25 del codice 121 di Einsiedeln (inizio del sec. XI).

   La prima semifrase (“Læténtur cæli”) comincia con una formula d’intonazione (do-re-fa) indicata mediante salicus: in SG esso ha la prima nota allungata, mentre in L il celeriter ne evidenzia il carattere corsivo. In SG troviamo due indicazioni aggiuntive di carattere melodico: iusum sulla prima nota (in relazione alla gravità del do iniziale), mediocriter sulla terza (avverte di non salire troppo). Sulla sillaba tonica “-té-” troviamo una semplice virga, cui corrisponde in L un uncinus probabilmente discendente al mi (o forse al re); dunque, per quanto riguarda la grafia metense, si potrebbe ipotizzare la seguente ricostruzione melodica: do-re-fa (su “Læ-”), mi (su “-tén-”), mi-fa-sol (su “-tur”).

    Sulla prima sillaba della parola “cæli” troviamo un pes subbipunctis (con ultime due note allungate) seguito da un pes subbipunctis + climacus, in cui risultano allungate le tre note centrali (tale ritmo è sostanzialmente confermato dai due augete di L): lo iusum e il sursum di SG confermano rispettivamente gli ampi intervalli re-sol e mi-sol della Vaticana. Per quanto riguarda la melodia, possiamo pensare che l’ultima nota di “cæli” corrispondesse ad un mi anziché fa: ciò risulta chiaro dall’uso del tractulus in SG, oltre che dalla posizione dell’uncino in L.

   La cantillazione sul mi doveva continuare anche all’inizio della seconda semifrase (“& exsúltet terra”) in cui, sulle prime due sillabe, è riportato invece fa. Si prosegue poi, sulla sillaba tonica “-súl-”, con un torculus + clivis + distropha con liquescenza aumentativa (che nella Vaticana corrisponde ad una vera e propria nota con liquescenza diminutiva). Tutta questa sillaba (“-súl-”) è caratterizzata da una cantillazione sulla nota fa ornata al sol, in origine tuttavia la prima nota del torculus doveva corrispondere ad un mi. A partire dalla postonica “-tet” si assiste ad una salita melodica (di preparazione ai successivi melismi sul la) mediante pes subbipunctis con ultime due note allungate (fa-mi). La parola “terra” risulta piuttosto elaborata sia sul piano melodico che su quello ritmico: in particolare, essa sottolinea per la prima volta il ruolo strutturale del la attraverso un porrectus flexus seguito da clivis allungata e da cephalicus con sursum (che specifica di non scendere troppo con la nota liquescente). Sulla sillaba finale di frase si trovano due pes subbipunctis consecutivi, entrambi con ultime due note allungate. Lo iusum di SG specifica l’intervallo di terza tra le ultime due note del neuma (fa-re), concordando perciò con la cadenza in re della Vaticana.

   La prima parte della seconda frase (“ante fáciem Dómini”) riprende con una formula d’intonazione che conduce dal re (cadenza della frase precedente – da cui deriva la presenza dell’equaliter) al fa mediante uno scandicus flexus resupinus. È evidenziata l’importanza del sol mediante episema sulla terza nota del neuma, mentre l’indicazione volubiliter indica una risoluzione agile verso il neuma successivo. Esso è costituito da un tractulus sul fa, che viene ribattuto mediante una bivirga sulla tonica di “fáciem”: si tratta pertanto di un grado molto importante, il cui ruolo è ribadito anche in L mediante due uncini con augete. Il neuma su “fá-”, dopo l’appoggio sulla bivirga iniziale, si sviluppa all’acuto sul la (ornato con si bemolle) mediante torculus + clivis corsivo. La parola è conclusa da clivis corsiva (con celeriter) sulla postonica mediana e, sulla finale, da scandicus flexus resupinus con prime due note allungate: attraverso quest’ultime si ribadisce l’importanza delle note sol e la. Viene naturale, a questo punto, anche un leggero allungamento dell’ultimo la a causa del successivo salto di quarta al grave (la/mi). Diversamente è previsto dalla grafia metense che, mediante nota tironiana (subiice celeriter quam mox), indica una discesa al mi piuttosto rapida. Un effetto di rallentando è richiamato anche dal primo neuma di “Dóminus” (scandicus quilismatico seguito da clivis episemata), in cui le prime due note sono allungate. Il la ribattuto (si noti la presenza dell’equaliter sangalese) ribadisce l’importanza di tale grado il quale, dopo la clivis corsiva (con celeriter) sulla postonica mediana, viene nuovamente ripreso mediante note allungate nello scandicus con clivis episemata sulla finale di parola. Ci troviamo qui di fronte ad una cadenza in sol la quale, dato il carattere sospeso, prelude alla discesa verso la finale del brano nella semifrase successiva.

   Sulla parola “quóniam” notiamo la consueta ripresa della nota finale della semifrase precedente (sol) mediante una clivis allungata sol-re che, sulla sillaba successiva, riporta repentinamente al sol con un pes quadratus subbipunctis; conclude la parola un tractulus sul mi. I due salti di quarta, oltre che gli allungamenti dei rispettivi neumi, producono un effetto di dilatamento ritmico che, allo stesso tempo, costituisce un appoggio in visione dei melismi sulla parola finale.

   “Venit” si apre con una breve formula di intonazione che da mi conduce al sol, nota strutturale ornata al la: questo fatto si sviluppa mediante uno scandicus subbipunctis (con seconda nota allungata mediante stacco) seguito da torculus. Conclude, sulla postonica “-nit”, un torculus resupinus con terza e quarta nota allungate (fa e sol), seguito da pressus maior con prima nota episemata. L’intero ultimo neuma risulta pertanto molto dilatato non solo per la sua funzione di cadenza finale, ma anche per gli allungamenti di tutte le note (ad eccezione delle prime due): si arriva pertanto al mi finale mediante un forte appoggio sui due gradi superiori.

   Il brano, globalmente, si può considerare in modo di Mi: questo fatto è confermato dall’uso della nota mi come finalis nella prima semifrase (anche se risulta fa nella Vaticana) e nell’ultima, ma anche come importante nota di appoggio su “li”, “et exúltet”, “terra” eccetera. Un altro grado molto importante della presente antifona è il fa che, nel suo naturale ruolo di subsemitonale, si garantisce un peso strutturale in molti passaggi, come la cantillazione all’inizio della seconda semifrase (“et exsúltet”); è molto presente, tuttavia, anche come appoggio verso il mi (“exsultet”, “terra”, “venit”). Il sol riveste il ruolo di dominante modale in due passaggi: su “Dómini” e “venit”; è inoltre cadenza intermedia nella terza semifrase. Lo stesso la riveste una funzione molto importante: infatti risulta dominante nelle parole “terra”, “fáciem”, “Dómini” e “venit”. Il si bemolle ricorre solo su “fáciem” come nota di volta e costituisce l’apice melodico del brano. Al grave, invece, il re si distingue in una cadenza di fine frase (“terra”); come nota di appoggio ha un ruolo importante nella formula d’intonazione su “quóniam”.

   Tutto questo conferma l’impianto di un modo di mi: inoltre, data la prevalenza di fa, sol e la come corde di recita e la limitata estensione dell’antifona, è abbastanza chiara la struttura del IV modo (deuterus plagale).

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