Léon Gromier Introduzione al Commento del Caeremoniale episcoporum

Copertina del Commentaire du Caeremoniale episcoporumda: L. GROMIER, Commentaire du Cæremoniale episcoporum, Paris, La Colombe, 1959, pp. 7-13, traduzione italiana di Fabio Marino, cfr. http://www.unavoce-ve.it/04-10-13.htm

Il Caeremoniale episcoporum apparve sotto Clemente VIII, promulgato con il breve Cum novissime del 14 luglio 1600. Si trattava di un libro nuovo, perché non era mai esistito prima, anche se i termini del breve lasciano intendere il contrario. Il suo titolo, nelle prime edizioni, lo dichiara nuovamente riformato, invece che nuovamente redatto. Più nuovo per la sua forma che per il suo contenuto, è composto di tre elementi, come si vedrà subito. La sua compilazione è durata diciassette anni.

   Nel dicembre 1582 Gregorio XIII diede incarico di fare eseguire questo lavoro a due cardinali che soggiornavano a Roma: san Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano († 1584) e Gabriele Paleotti, arcivescovo di Bologna († 1597). Il primo se ne occupava da parecchi anni, ed era il principale promotore della decisione. Fu formato un ufficio di redazione, che comprendeva i seguenti nomi: Luigi de Torres, romano, referendario dell’una e dell’altra Segnatura, canonico di S. Maria Maggiore, morto cardinale nel 1609; Agostino Fivizzani, romano, religioso agostiniano, sacrista del papa, morto nel 1595; Francesco Mucanzio, romano, cerimoniere pontificio, morto nel 1592; Curzio de Franchi, romano, beneficiato, poi canonico di S. Pietro, morto nel 1591; Pietro Galesini, il quale, avendo vissuto a Roma e a Milano al servizio di san Carlo Borromeo, rientrò a Roma dopo il ritorno a Milano di san Carlo: era il suo rappresentante alla redazione, morto verso il 1590. Oltre alle cinque persone ora nominate, Giovanni Paolo Clerici, cerimoniere della cattedrale di Milano, può avere portato qualche influenza da Milano, specie finché san Carlo era in vita. Il cardinal Paleotti, ripartito per Bologna, fu sostituito dal cardinale di curia Antonio Caraffa († 1591). Certamente la S. Congregazione dei riti, istituita da Sisto V nel 1587, si occupò di sostituire i defunti e di completare l’opera fino alla sua pubblicazione.

   Nel comporre il Caeremoniale episcoporum ci si proponevano tre cose:

1° Utilizzare le appendici cerimoniali che venivano tolte dal Pontificale ufficiale che doveva apparire nel 1596.

2° Adattare ai vescovi, alle cattedrali e alle collegiate il Caeremoniale Sanctae Romanae Ecclesiae fatto per il papa e la cappella papale.

3° Produrre un manuale delle cerimonie del genere di quello che Paride (Paris) Grassi aveva scritto all’inizio del XVI secolo, guardando più all’istruzione che all’esecuzione immediata, per i vescovi, i capitoli, i monasteri. Si voleva un libro di studio, senza testi di preghiere.

   In questo disegno si utilizzarono, dunque, i tre elementi già accennati:

a) Princìpi generali e descrizioni contenute in appendice nei numerosi Pontificali d’autorità privata che precedettero quello di Clemente VIII.

b) Il Caeremoniale S. R. E., scritto da due cerimonieri pontifici, Agostino Patrizi e l’alsaziano Jean Burkard, completato nel 1488, ma pubblicato soltanto nel 1516 da Cristoforo Marcelli sotto il titolo Sacrarum caeremoniarum sive rituum ecclesiasticorum sanctae Romanae Ecclesiae libri tres. Quest’opera, arricchita dalle note e i diari dei cerimonieri pontifici che l’hanno preceduta, fa seguito agli ultimi Ordines romani; fu più volte riedita fino al 1750, e forma la base del Caeremoniale episcoporum.

c) Il libro scritto all’inizio del XVI secolo da P. Grassi, canonico di Bologna, antico cerimoniere pontificio, ma pubblicato solo nel 1564 da Francesco Mucanzio sotto il titolo De caeremoniis cardinalium et episcoporum in eorum dioecesibus libri duo. Questo libro ha fornito il piano e, in gran parte, la distribuzione dei capitoli per il Caeremoniale episcoporum che prende da esso numerosi e importanti passaggi.

   È stato raggiunto lo scopo propostosi nello scrivere il Caeremoniale episcoporum (d’ora in poi C. E.)? Nell’insieme, sì. Si può essere soddisfatti del risultato finale, soprattutto quando si scoprono i capricci che addirittura avevano certi redattori. A conti fatti, esso espone bene la dottrina del Caeremoniale S R. E. con giudiziosi aggiustamenti a riguardo dei vescovi. Talvolta, tuttavia, l’adeguamento potrebbe essere migliore: la determinazione presa dovrebbe essere meglio sostenuta: piacerebbe trovare più decisione, meno incertezza.

   Quanto alla redazione del C. E., essa è assai mediocre e lascia molto a desiderare. La divisione in capitoli è quella iniziale. Nelle prime edizioni il titolo dei capitoli si trovava in testa ai medesimi. Poi, nel 1729, i titoli furono trasportati a formare l’indice delle materie: allora, in luogo di un titolo, i capitoli ricevettero un sommario che non sempre li riassume al meglio. La divisione dei capitoli in paragrafi numerati, venuta anch’essa nel 1729, sembra spesso il frutto dell’azzardo. Membri di frasi sono trasposti, con grande danno del senso. La punteggiatura è assai difettosa. Spesso due frasi ne formano una sola, anche quando la prima è condizionale: questo mette fuori strada il lettore, se egli pensa a una subordinazione inesistente. Spesso si incontrano le espressioni: Si potrà fare questo… , Conviene di… , Questo se è possibile, se si può facilmente… In altre parole, consiglio e prescrizione, suggerire e comandare sembrano avere lo stesso valore. Ora il C. E. è scritto non per quello che si può, ma per quello che si deve, non sulla convenienza o la comodità, ma sui princìpi. Tra altri difetti e improprietà di stile, i verbi leggere, recitare, dire e cantare sono utilizzati indistintamente.

   Il C. E. ha bisogno di un commento. Fino al presente tre persone se ne erano rese conto, e hanno tentato questo lavoro. Per primo viene l’oratoriano Giuseppe Catalani che pubblicò il Caeremoniale episcoporum nunc primum commentariis illustratum (2 voll. in-f°, Roma 1744). Si può dire che egli gira attorno al suo soggetto senza penetrarlo. Vi si trova raramente la spiegazione desiderata, la risposta alle questioni che si pongono. Invece di commentare il testo del C. E., l’autore si dilunga sul giorno o la festa occorrente, lavoro già fatto da altri da molto tempo. Egli occupa spazio, riempie colonne citando ampi brani presi altrove, e più o meno ad rem. Crede di commentare un paragrafo ripetendone parola per parola il contenuto, aggiungendo di proprio qualche osservazione dove inventa e si svia facilmente, concludendo che la cosa è troppo chiara per richiedere spiegazione. La riedizione di quest’opera, fatta a Parigi nel 1850 per favorire la pretesa adozione del rito romano in Francia, e le rare note aggiunte non l’hanno in nulla migliorata.

   In secondo luogo vi è il Céremonial des évêques commenté et expliqué (in-8°, Parigi 1856) di mons. Ignace Bourget, vescovo di Montréal in Canada. È una raccolta di note su quanto l’autore ha visto e appreso durante un suo soggiorno a Roma per la definizione dell’Immacolata Concezione. Il gusto e lo zelo dell’autore non hanno sostituito la preparazione e l’esperienza che gli mancavano.

   In terzo luogo ci è data la Praxis pontificalis seu Caeremonialis episcoporum practica expositio (3 vol. in-8°, Lovanio 1873) di P. J. B. De Herdt, canonico della metropolitana di Malines. Essa si accosta al genere del commento seguendo da vicino il testo del C. E., che riproduce, ma se ne allontana non discutendolo né molto né a fondo. Rassomiglia piuttosto a una concordanza tra il C. E. e i decreti della S. Congregazione dei Riti. Vi si fa un enorme sfoggio di decreti, non sempre ad rem né sempre coerenti. Ritenendo che il C. E. e i decreti non si sbagliano mai, l’autore si sforza di conciliarli, per arrivare a conclusione precarie, favolose. Fidandosi più della lettera che dello spirito, non osando nulla proporre che non sia già stato detto da altri, egli arriverà a interpretare il C. E. invocando il Caeremoniale S. R. E. senza comprenderlo.

   Le insufficienze dei commenti del passato mi inducono a cercare di presentare il C. E. sotto una migliore luce, dandone le spiegazioni capaci di dipingere la sua mentalità, facendone comprendere le cerimonie che descrive, rendendo più facile e interessante l’esecuzione di quanto prescrive. Un commento in francese necessita della traduzione francese del testo latino che non brilla per chiarezza intrinseca né per l’ordine di esposizione.

   Come non c’è il testo latino, il mio commento non ha dato l’origine, la formazione, la ragione delle cerimonie. Motivo tutto ciò che potrebbe sembrare una traduzione troppo libera del C. E. Annoto quello che esso ha voluto dire senza averlo detto. Correggo gli errori manifesti, metto ordine dove esso manca, sopprimo le parole inutili o nocive, improprie, inesatte. Supplisco quanto è necessario all’integrità del testo, o allo sviluppo del pensiero. Ristabilisco il corretto rapporto di causa ed effetto dove si trova deviato. Si vedranno tra parentesi le parole, o membri di frase, o frasi di supplemento. Tratto di cose da me ben conosciute, e assicuro il lettore di non abusare della sua credulità. Discorro senza il minimo apparato scientifico, lasciando ai più istruiti di me il compito di contraddirmi.

   Rispondendo a domande che mi sono state poste, preciso l’esistenza dell’episcopato in questa o quella situazione.

   Vi sono autori, soprattutto canonisti o moralisti, che non hanno mancato di dibattere se vi sia l’obbligo di osservare il C. E. Senza scomodare le loro dissertazioni, io dico loro che le cerimonie sono questione di intelligenza e di educazione, assai più che di coscienza. Chi comprende bene il C. E. farà di tutto per osservarlo. Gli altri, e sono tanti! faranno cerimonie inintelligibili, proporzionate alla loro incomprensione. Tanto più che il C. E. riguarda non soltanto i vescovi, ma anche le chiese cattedrali, collegiate, monastiche, e tutte quelle in cui hanno luogo funzioni solenni. Esso è il complemento indispensabile del Messale ed è l’unica regolamentazione esistente per la celebrazione dell’ufficio divino.

   Commento il C. E. quale è nell’edizione Pustet di Ratisbona del 1886, ultima edizione dichiarata tipica. Al decreto di autenticità l’editore ha aggiunto un avviso del redentorista G. Schobert, uno dei compilatori dell’ultima collezione, eclettica e incompleta, dei decreti della S. Congregazione dei Riti, finita nel 1900. Questo religioso attesta che ciascuna pagina del C. E., prima della stampa, fu rivista, corretta e approvata. La testimonianza evidentemente non vale che nella misura in cui il revisore non fosse distratto.

   Il Caeremoniale S. R. E., dal quale in parte nasce il C. E., porta a parlare spesso della cappella papale per la quale fu fatto. Un “Annuaire pontifical”, che per quarant’un anno ha fatto le delizie del clero, la definiva come segue: “La cappella papale comprende tutte le persone e tutti i collegi che hanno il loro posto assegnato nella cappella papale e devono, in tale qualità, fare corte al sommo pontefice nelle sue funzioni pubbliche, concistori, cappelle, processioni”. Cerco di darne una definizione più soddisfacente, in attesa che si faccia di meglio. Questa: La cappella papale è l’assemblea del sacro collegio, dell’episcopato, della prelatura, della famiglia pontificia, di officiali e dignitari ecclesiastici, religiosi e laici per le funzioni liturgiche solenni con celebrazione o assistenza del papa, anche celebrate occasionalmente in sua assenza, anche celebrate sede vacante. Ha luogo anche per il concistoro pubblico, benché funzione non liturgica. Aveva luogo per la cavalcata alla presa di possesso di S. Giovanni in Laterano da parte del nuovo papa. Come si vede, cappella papale indica prima di tutto un luogo, poi quello che vi si fa, infine coloro che vi partecipano.

   Dato che il C. E. parla anche dei prelati non vescovi, la nozione di prelato e prelatura non sarà fuori proposito. Presupposto che il cardinalato non è una prelatura, ma uno stato superiore, un principato ecclesiastico, la prelatura è una dignità ecclesiastica di diversi gradi, emanante dal papa, o almeno da lui sanzionata, che dura tutta la vita del titolare, valida ovunque (salvo certi casi in cappella papale), che comporta insegne e precedenze determinate. La prelatura si fonda su un incarico, ma spesso essa è solo onorifica.

   Vi sarà questione dei familiari del sommo pontefice per l’ordine di precedenza, conviene dunque darne una nozione esatta. La famiglia pontificia designa l’insieme delle persone, di ogni rango, ecclesiastici, religiosi e laici, che formano il seguito abituale, effettivo od onorario, del papa regnante.

   Non può essere troppo il chiarire le idee su queste materie, perché spesso, nella letteratura religiosa, un cardinale è qualificato eminente prelato, mentre un vescovo si legge promosso principe della Chiesa.

   Quando è fatto un confronto con la cappella papale, io parlo al presente, ma bisogna intenderlo al passato. Fino al 20 settembre 1870 la cappella papale operava cinquantotto volte all’anno, senza contare gli extra, ma dopo questa data essa ha cessato ogni attività nel ciclo liturgico, temporale e santorale. Non si vedono più che canonizzazioni, o qualche rara messa anniversaria, o quanto inerisce al cambiamento di pontificato. Lacuna colossale e lamentevole! I vescovi vi avevano un magnifico esempio di assiduità liturgica. In mancanza di stimoli, alcuni disertano la loro cattedrale, anche nelle feste principali, per località della diocesi dove vanno a tenere riunioni di carattere religioso, sociale, scolastico, agricolo e sportivo, con ricevimento in municipio quando è possibile. Si giunge al punto che certi uffici, che si dovrebbero fare in cattedrale, si fanno alla cappella del seminario maggiore. Si trovano comportamenti originali nefasti, come, il 2 novembre, quello di un arcivescovo il quale, invece di prendere parte alla commemorazione dei morti nella sua cattedrale, preferisce andare a dire una messa letta al cimitero.

   In conformità con il C. E. chiamo piviale il mantello di seta a tutti noto; chiamo cappa (chape) la veste corale che sotto diversi aspetti serve ai cardinali, al vescovo, al metropolita, al nunzio, ai collegi prelatizi della curia romana, ad alcuni capitoli, che era usata dai canonici regolari, da molti capitoli secolari, ed è ancora usata da alcuni, che è usata da parecchi ordini mendicanti. Non c’è nessun bisogno di usare la parola latina cappa. Il qualificativo magna, che spesso le si affibbia, non potrebbe applicarsi che alla cappa cardinalizia e prelatizia (anche portata da capitoli) che fu prolungata nella coda ai tempi del rinascimento. Ogni cappa senza coda, o con la coda rialzata, è nondimeno una cappa.

   Le espressioni liturgiche pararsi, essere parati, parato indicano l’azione di assumere i paramenti sacri, coloro che sono rivestiti, lo stato di chi ne è rivestito.

   Credo utile commentare il terzo libro del C. E., anche se è una appendice motivata da tempi ormai finiti. Non solo questo libro concreta qualche regola cerimoniale, ma favorisce il rispetto della gerarchia, il buon contegno organizzato, il protocollo: si oppone alla mancanza di etichetta e alla improprietà sedicente democratica. Se lo spirito di questo terzo libro dominasse, non si vedrebbe un arcivescovo diocesano recarsi alla stazione ferroviaria per attendere e ricevere un arcivescovo titolare che gli arriva come coadiutore, né un vescovo diocesano, col suo capitolo, alla porta della sua cattedrale a ricevere un vescovo titolare che gli viene come ausiliare.

   La mia opera, poco alla moda, iniziata nel 1950, sarebbe apparsa circa due anni prima se poveri e cattivi impedimenti non ne avessero ritardato la pubblicazione.

   Gli esponenti di una nuova scuola, i conduttori di un movimento liturgico non vedono nel C. E. altro che un grimorio, una anticaglia, una scacchiera i cui pezzi si possono manovrare a volontà: essi non hanno la nozione della sua dottrina. Il C. E. è di un tempo in cui la pastorale si adattava alla liturgia, in cui i pastori non pretendevano di dettar legge alle cerimonie. Il ricordo di quel tempo merita di non scomparire, dunque di avere un testimone. Se un giorno si dovrà ritoccare il C. E., e non rovinarlo, ci sarà bisogno di artefici diversi da quelli prodotti fino al presente.

   Nell’indice dei capitoli, quando necessario, i titoli dei capitoli sono stati resi più conformi al loro contenuto di quanto non lo siano nel testo latino.

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