I. Schuster, Vigilia del Natale.da: Card. A. I. SCHUSTER, OSB, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul messale romano, II, Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 147-151.

Veramente, questa messa della vigilia il 24 dicembre non dovrebbe aver luogo, giacchè l’originaria messa vigiliare è quella che celebravasi questa notte dopo l’ufficio notturno nell’oratorio ad praesepe. Però, dopo i Concili d’Efeso e di Calcedonia, la solennità del Natale sali a tanta celebrità, che l’antico rito romano del Natale dovè andarne modificato; cosi che esso importò un digiuno e un mese preparatorio a somiglianza della Pasqua. Inoltre la stessa solennità natalizia del 25 dicembre, invece di due messe, una della vigilia e l’altra della festa, con una terza messa intercalare in memoria di sant’Anastasia, finì per ammetterne quattro, e tutte in memoria del mistero: una cioè in sulla sera del 24 dicembre al primo inizio dell’ ufficio notturno, una in sulla mezzanotte al primo canto del gallo, una al primo mattino, e l’ultima in sull’ora di terza. Sant’Anastasia ai tempi di san Gregorio passò in seconda linea, e al più ritenne l’onore d’una semplice commemorazione.

    La messa quindi assegnata per oggi nel Messale, meglio che il sacrificio vigiliare che importava sempre la precedente pannuchis, rappresenterebbe la messa della preorte, come dicono i Greci, il sacrificio del giorno precedente alla festa, quando dopo nona si celebrava la messa di preparazione e s’iniziava subito la solennità notturnale. Tale precisamente era l’uso della Chiesa Milanese nel medio evo. La Stazione del 24 dicembre è a Santa Maria Maggiore, come quella della notte per la prima messa natalizia; abbiamo così due, anzi colla terza messa di domani, tre Stazioni consecutive alla medesima chiesa; il che, essendo contrario al genio dell’antica liturgia romana, tradisce subito un posteriore rimaneggiamento e c’indica che l’ordine seguito oggi dal Messale non è più il primitivo. Infatti, anche la messa d’oggi non è che uno sdoppiamento di quella della notte veniente ad Praesepe, ed è un esempio sporadico nella liturgia romana, quello d’una festa con due sacrifici vigiliari, uno prima ed uno dopo l’ufficio notturno.

    L’introito odierno è tolto dall’Esodo e riferisce le parole di Mosè quando, a far cessare la mormorazione del popolo, promise da parte di Dio che all’indomani sarebbe loro piovuta dal cielo la manna. Quella manna simboleggiava il Verbo incarnato il quale è il vero cibo delle anime. Esso piove dal cielo, perchè la sua concezione verginale non è secondo le comuni regole della natura, nè vi hanno parte l’istinto e lo stimolo della carne e del sangue, ma è opera dello Spirito Santo.

    Nella colletta noi supplichiamo Dio che, come oggi usciamo lietamente incontro al nato Redentore, che se ne viene tutto umile e mite sotto le forme d’un vezzoso pargoletto, così in fine di vita con tranquilla coscienza possiamo attenderne la venuta negli splendori della maestà, in qualità di giudice e di nostro rimuneratore. Infatti, le due parusie sono cosi intimamente collegate fra loro, che fanno parte d’un identico piano di salvezza. La nascita temporale di Gesù segna l’inizio del regno messianico; ma l’ultima sua venuta al giorno della catastrofe finale dell’orbe, ne caratterizza la definitiva sistemazione.

   Chi pertanto vuole aver parte nel regno messianico dell’ultimo giorno, deve accoglierlo sin d’ora nel cuore, e lasciarlo dilatare per mezzo della fede e delle opere. Deve cioè accogliere l’umiltà, la povertà, lo zelo di Gesù, e solo così può ripromettersi la gloria ed il possesso di Gesù nell’eternità.

    Colla lezione d’oggi la Chiesa inizia la lettura delle Epistole Paoline (Rom. I, 1-6); e giacchè siamo in Roma s’incomincia subito dalla lettera ai Romani, la quale, sebbene non sia la prima per ordine di tempo, è però la più importante per l’argomento di cui tratta, e per il modo diffuso col quale l’Apostolo lo svolge. Egli, giusta il suo costume, premette al documento un’intitolazione molto prolissa, in cui, assai opportunamente per la festa che stiamo per celebrare, spiega i caratteri generali dell’incarnazione del Figliuol di Dio. Questa, annunziata già dai Profeti nelle Scritture, è avvenuta per opera di Spirito Santo, dalla regal stirpe di David.

    Il dogma delle due nature, divina ed umana, nell’unica persona di Gesù Cristo, deve riempirci di consolazione e di speranza. Ogni volta che ripensiamo a quella santissima umanità di Gesù, che l’adoriamo nella santa Eucaristia, che
la vediamo rappresentata nelle sacre immagini, noi ci sentiamo intenerire per gratitudine ed esclamiamo: questo corpo, queste tenere membra, quest’umanità destinata poi a sì crudele scempio nella passione, è per me, o mio Dio! Quanto mi hai amato! Tu per me ti sei umiliato sino a rivestirti delle mie livree di servo, affinchè io, riaccostandomi a te, indossi la stola della tua divinità e divenga, come m’insegna l’apostolo Pietro, consorte della tua stessa natura.

    Il responsorio graduale, al verso dell’Esodo già recitato all’introito, aggiunge il salmo messianico 79, ripetuto più e più volte durante tutto questo tempo d’Avvento. L’anima fedele affretta coi voti l’ora beata della parusia, quando
l’antico pastore d’Israele, colui che guidava il docile Giuseppe al pari d’una pecora, apparirà al suo popolo e lo illuminerà.

   È da notare tuttavia che i raggi di questo sole di giustizia, invece che sopra tutte le dodici tribù d’Israele, vengano invocati specialmente sulle tre piccole famiglie d’Efraim, Beniamin e Manasse, ad indicare così il ripudio che la grande maggioranza del popolo eletto farà del culto di Iahvè, e dell’unigenito Figlio suo.

   Nei giorni di domenica, giusta quanto stabilì papa Damaso per consiglio di san Girolamo e poi confermò san Gregorio I, s’aggiunge il verso alleluiatico: «Domani sarà cancellato dal mondo il peccato e regnerà sopra di noi il
Salvatore degli uomini». La nascita del Salvatore inizia infatti l’espiazione del peccato e la redenzione dell’umanità.

    La mangiatoia, i poveri cenci, il fieno, la grotta, l’alito caldo dei due animali, condannano anticipatamente la nostra superbia, la sensualità, lo spirito d’indipendenza, e c’insegnano a far tesoro di questa povertà di Gesù Bambino, giusta la dottrina dell’Apostolo: Propter nos egenus factus est cum esset dives, ut nos illius inopia divites essemus.

    Nel Vangelo secondo Matteo (I, 18-21), si narra dell’esitar di Giuseppe a togliersi in casa Maria che vedeva incinta, senza peraltro riuscire a penetrare il mistero della sua miracolosa fecondità. Giuseppe, come insegnano i sacri Interpreti, era pienamente convinto dell’illibata purezza di Maria, e perciò non voleva denunciarla al sinedrio siccome rea di mancata promessa; ma d’altra parte, egli era tanto umile, che si stimava indegno di tenersi in casa Maria e d’entrare a parte del secreto di tanta Vergine. Nutriva quindi il pensiero di ritirarsi spontaneamente da quelle nozze a lui cosi superiori, e di commettere di tutto la cura a Dio. Ma il Signore il quale aveva eletto Giuseppe affinchè la  sua persona coonestasse in certo modo innanzi al mondo la nascita temporale del Verbo suo, e salvasse dall’ignominia il Figlio e lo. Madre, non lo lascia troppo a lungo perplesso, e premia la sua profonda umiltà. Egli si stimava indegno di prestare i suoi servizi a Maria, l’ancella del Signore, e dovrà invece tenere le veci di padre dell’unigenito Figlio di Dio, prendendone senz’altro il titolo ed esercitando sopra di lui autorità paterna a nome del Padre celeste.
Primo atto di tale autorità sarà anzi quello d’imporre al Verbo incarnato quel nome adorabile di Gesù, nel quale solo tutta l’umanità potrà impetrare salvezza. Iddio così esalta gli umili ; e mentre ogni creatura in cielo, in terra e negli abissi prega tremebonda il ginocchio al nome santissimo di Gesù, Giuseppe invece rivestito dell’autorità di Colui donde si denomina ogni altra paternità in cielo e in terra, glielo assegna, e col nome impone altresì al Salvatore, tutto l’evangelico programma di redenzione.

   L’ offertorio deriva dal salmo 23. S’aprano finalmente le porte della beata eternità, serrate dopo il primo peccato coll’angelo dalla spada fiammeggiante che ne custodiva l’accesso, e vi faccia invece il suo ingresso trionfale il Salvatore del mondo. Egli infatti, come spiega san Paolo nella lettera agli Ebrei, pei meriti del suo sangue prezioso ha diritto di penetrare definitivamente nel santuario del cielo, introducendovi dietro a sè tutta la processione dei credenti. Però, nella presente economia di salvezza, la gloria è intimamente connessa coll’umiliazione; onde la glorificazione suprema dell’umanità redenta comincia là dove il suo capo e primogenito si abbassa e annienta se stesso, rivestendo le servili livree della nostra natura.

    Nella colletta d’introduzione all’anafora eucaristica (prefazio ecc.) preghiamo Iddio che, come noi preveniamo coi voti l’adorabile nascita del suo Unigenito in terra, cosi un giorno in cielo possiamo lietamente ricevere da lui l’eterno
premio. Cristo infatti nascerà in questa notte in una grotta, non certo per sè, chè non ne ha bisogno essendo la sorgente della vita, ma per te, affinchè tu rinasca al cielo. Egli diviene figlio della donna, perchè tu cessi d’essere
figlio della donna e divenga figlio di Dio.

    Nell’antifona per la Comunione, Isaia ci annunzia per l’ultima volta in questo periodo d’Avvento il prossimo arrivo del Messia. Iddio di svelerà la sua gloria, ed allora non soltanto la Giudea, ma tutta l’umanità fisserà in volto il divin
Salvatore rivestito d’umana carne. La religione cesserà d’essere il monopolio d’un clan, armato contro un altro perchè adoratore di Bel o d’Astarte, ma diverrà patrimonio prezioso di tutta l’umanità rigenerata alla coscienza d’una comune origine e d’un identico ultimo fine.

   Nella colletta di ringraziamento dopo la Comunione, l’umanità oppressa già per tanti secoli sotto il giogo obbrobrioso del peccato, implora dolorosamente la grazia di prendersi almeno un breve respiro nella sua vertiginosa corsa verso l’eternità. Ma ecco, l’annunzio della prossima nascita del Liberatore le allarga improvvisamente il cuore, e lo apre alle più dolci speranze. Non è più il respiro affannoso del reo e del condannato, ma il palpito affettuoso del figlio, il quale per l’efficacia del Mistero Eucaristico sente già fluirsi nelle vene il Sangue stesso dell’incarnato Verbo di Dio.

    Giusta gli antichi Ordines Romani, nella cappella papale oggi si cantavano due uffici vigiliari, come nei di più solenni del ciclo annuale. Nel primo si recitavano tre salmi con cinque lezioni ed altrettanti responsori. Nella quarta si rimproveravano gli Ebrei perché non avevano voluto riconoscere il nascituro Messia, e per responsorio si cantavano i famosi versi sibillini: Iudicii signum, tellus sudore madescit, affinchè anche la Musa pagana rinfacciasse a quel popolo ostinato la sua infedeltà al Signore. Dopo nona, il Papa assistito dalla sua nobile corte, celebrava la messa stazionale a Santa Maria Maggiore, seguita dalla cena apprestata dal vescovo d’Albano, alla quale s’assideva il Pontefice insieme coi prelati del seguito. Dopo la refezione si cantavano i vesperi. Siccome però sulla mezza notte dovevasi nuovamente cominciare le vigilie, perciò senza più tornare in Laterano, il Papa s’acconciava a passare la prima parte della sera nel palazzo Liberiano, ma prima somministrava di propria mano una tazza di vino a tutto il clero, non esclusi i giovani cantori della Schola lateranense.

    Nei tempi a noi più vicini, Pio IX la sera della vigilia di Natale andava a Santa Maria Maggiore, ed ivi anticipava la prima messa in modo da fare a tempo per ritornare in Quirinale prima che scoccasse l’ora in cui incominciava il digiuno ecclesiastico per la Comunione del giorno seguente. A preferenza delle altre vigilie in cui predomina un senso di tristezza e di carattere penitenziale, quella di Natale, come in genere tutto l’Avvento, è ripiena di slancio e di santa gioia. Questo è perfettamente conforme alla natura del cuore umano. Dopo tanto tempo di pena e d’affannosa attesa, l’improvviso annunzio della nostra prossima liberazione ci allarga il cuore; la comune gioia ci unisce insieme e fa si che, dimenticandoci per breve ora delle spinose condizioni della nostra vita quaggiù, ci sentiamo a un tratto tutti fratelli, figli d’un comun padre, rinasciamo col bambino Gesù alla bella semplicità della santa infanzia spirituale, restauriamo coll’affetto l’aurea felicità dell’età prima.

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