Schuster, Seconda messa del Natale.da: Card. A. I. SCHUSTER, OSB, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul messale romano, II, Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 159-164.

Ricorrendo oggi il natale di sant’Anastasia, il cui culto divenne molto celebre in Roma, specialmente durante il periodo bizantino, la Chiesa istituì questa Stazione solenne alla sua basilica, ai piedi del Palatino. Il Sacramentario Leoniano nell’elenco delle feste di dicembre menziona bensì sant’Anastasia, ma nello stato mutilo di quel documento, non è possibile di dedurne altro. Nel Sacramentario Gelasiano non v’è nulla, mentre in quello Gregoriano – i nomi di Leoniano, Gelasiano e Gregoriano non garantiscono punto la merce che ricoprono – le collette della celebre Martire di Sirmio precedono quelle stesse della seconda messa di Natale.

   Non ostante che il Sacramentario che va sotto il nome di san Gregorio, rifletta un periodo relativamente tardo della fioritura liturgica in Roma – circa il pontificato d’Adriano I -, pure l’odierna stazione a sant’ Anastasia desta l’impressione di risalire ad una buona antichità, quando il Natale del Signore in Roma non era ancora salito a tanta solennità, e vigeva tuttavia l’uso di celebrare nello stesso giorno, con stazioni differenti, più Martiri localizzati in distinti santuari. In un evo posteriore, certo sant’ Anastasia sarebbe stata trasferita ad altro giorno.

   Tra i sermoni di san Leone I ve n’ha uno contro l’eresia d’Eutiche, pronunciato nella basilica anastasiana. L’argomento è perfettamente cristologico, quale appunto converrebbe per la festa di Natale; ma in mancanza d’argomenti, non può affermarsi con certezza che l’autore l’abbia precisamente recitato nell’odierna Stazione natalizia, alla basilica della Martire Sirmiese.

   Da principio – come è dato ancora di rilevare dal Sacramentario Gregoriano – la messa stazionale a Sant’ Anastasia era tutta in onore dell’omonima Martire; ma in seguito, man mano che la festa del Natale aumentò d’importanza, sant’ Anastasia dovè appagarsi d’una semplice colletta commemorativa.

   L’ora mattutina in cui si celebrava in Roma questa Stazione, in origine non aveva alcun significato mistico in relazione colla nascita del Salvatore, come più tardi ce lo videro i medievali. Siccome la messa solenne a San Pietro doveva celebrarsi in sull’ ora di terza, così, pel convegno ai piedi del Palatino, non rimaneva libera che la primissima ora del mattino, appena terminato l’ufficio vigiliare nella basilica liberiana. Perciò l’attuale rubrica del Messale: ad secundam missam in Aurora archeologicamente non è del tutto esatta, al pari dell’altra della messa a mezzanotte, che in realtà veniva celebrata al primo cantar del gallo.

   Gli Ordini Romani prescrivevano che il Papa, quand’era in Roma, celebrasse egli la Stazione a Sant’Anastasia; in caso d’assenza, lo sostituiva il presbyter tituli o il primo dei cardinali preti. L’ultimo che si conformasse nel secolo passato a quest’antica regola, fu Leone XII.

   Nel medio evo il Pontefice, terminata la messa nella cripta ad Praesepe, senza neppur deporre la penula, si recava subito al titolo d’Anastasia; nel secolo XlV invece, quando già l’antica disciplina stazionale era andata quasi in disuso a cagione delle sontuose feste papali celebrate nell’interna cappella pontificia, invalse l’uso d’interporre un po’ d’intervallo tra l’una e l’altra cerimonia. – Negli ultimi tempi prima del 1870 Pio IX celebrava la messa in nocte a Santa Maria Maggiore nelle prime ore della sera, in modo da poter poi ritornare in palazzo per la cena prima della mezzanotte. – La comunione dei cardinali e del clero romano, che in origine si amministrava a San Pietro nella terza messa di Natale, nel secolo XIV anticipavasi già nella messa mattutina a Sant’Anastasia, e coi cardinali vi prendevano parte gli altri prelati di curia, non insigniti della dignità vescovile.

    La messa prende motivo dall’astro del giorno che già incomincia a diradare le tenebre notturne, per elevarsi alla contemplazione di Colui, che il Padre generò, siccome lume da lume, dal seno della Divinità, innanzi il sorgere di
lucifero.

   L’introito deriva da Isaia (IX). Un popolo che camminava tra le tenebre, l’infelice gentilità non rischiarata dalla rivelazione mosaica e dalle Profezie, ha veduto oggi una gran luce, giacchè quegli che è nato, è appunto il Padre della nuova generazione, il Principe della pace, nel cui regno non vi sono differenze di caste, nè prerogative carnali o di stipite: Chiunque accoglie il suo verbo, diviene figlio di Dio e cittadino del nuovo regno messianico. Segue l’antifona
profetica, il salmo 92, che è propriamente il salmo pasquale; ma si adatta assai bene anche al Natale, giacchè se la Resurrezione segna il trionfo finale del Salvatore sulla morte e sul peccato, la natività sua però annuncia l’alba
di questo splendido giorno di vittoria.

   Nella colletta si ricorda che l’incarnazione del Verbo è venuta ad illuminare la terra coi fulgori divini, fulgori non materiali o puramente astratti e d’indole speculativa; no, le sublimi verità della fede devono tradursi in atto nell’opera, ed il Cristiano, come è una viva immagine del Verbo eterno, in quanto che accoglie e fa sua la notizia del Padre che Gesù gli rivela per mezzo del santo Vangelo, così rivive il Cristo ed opera in lui e per lui.

   Si aggiunge la commemorazione della Martire titolare della basilica stazionale, dimandando la grazia di sperimentare gli effetti della sua valida intercessione. I Santi sono confermati nella carità, e quindi sono sempre pieni di compassione per tutti i nostri bisogni, pei quali essi incessantemente pregano il Signore.

   Nel seguente brano della lettera a Tito, l’Apostolo spiega il carattere spontaneo e del tutto liberale e gratuito della Redenzione. Egli adopera a tal proposito una parola che ora si profana tanto, ma che nel pensiero di san Paolo esprime tutto quello che v’è di più soave, condiscendente e d’ineffabile nel mistero del nostro riscatto: Dio che ama l’uomo; ecco l’humanitas dei latini, e la « φιλανθροπία » dei greci.

   Quest’amore è eterno, quanto è eterno lo Spirito Santo, ma l’effetto visibile, direi quasi il bacio di Dio che testimonia la sua filantropia, è stato concesso novissime, diebus istis, come s’esprime san Paolo, mediante la teofania messianica. Il Cristo ritornerà alla fine del mondo, giudice inesorabile pei vivi e pei morti, ma ora nella sua prima venuta, la giustizia è rilegata come nello sfondo della scena, là dove veggonsi Satana e la morte incatenati, per non far apparire che la benignità e «filantropia» del Divin Salvatore.

   Il responsorio graduale toglie dal salmo 117 l’ acclamazione festosa dei Redenti al Cristo, che fa il suo primo ingresso nel mondo . « Benedetto Colui che viene nel nome di Iahvè ». Il giorno delle palme, i fanciulli e le turbe uscirono appunto incontro a Gesù che entrava trionfalmente in Gerusalemme, cantando questo saluto salmodico, e la loro devozione piacque tanto al Salvatore, che dichiarò alla Sinagoga di abbandonarla ormai definitivamente alla sua sorte, sintanto che anch’essa, riconoscendo la sua dignità messianica, non l’avesse salutato: Benedetto Colui che viene nel nome di Iahvè. Venire nel nome di lahvè significa venire quale Messo di Dio, e più propriamente come il Profeta per eccellenza, già preannunziato da Mosè, e al quale Israele avrebbe dovuto prestare quell’ubbidienza che aveva già resa al suo Liberatore dalla schiavitù del Faraone.

   Il verso alleluiatico è tolto dal salmo pasquale 92: « Il Signore è rivestito di fortezza e di grazia per inaugurare il Suo regno messianico ». Di grazia verso gli uomini, ai quali mostra la sua natura umana, in tutto simile ai figli di Adamo, ut sit ipse primogenitus in multis fratribus, di fortezza verso il demonio, cui combatte colla possanza della divinità, stritolando le sue armi e distruggendone il regno.

   La lezione del Vangelo di san Luca (II, 15-20) ci narra della visita dei pastori al Presepio, delle loro pie impressioni e dell’atteggiamento della santa Vergine innanzi al gran mistero, che le si svolgeva sotto gli occhi. Mentre i pastori già fanno opera da’ apostoli, narrando ai compagni di mestiere quanto avevano udito e veduto, Maria viene sollevata alla più sublime contemplazione, e nel secreto del suo cuore prelude già gli Evangeli. Quando mezzo secolo più tardi i quattro fortunati Evangelisti saranno mossi dallo Spirito Santo ad intraprendere la narrazione della vita e della dottrina del Cristo, la Divina Madre trasfonderà in quegli scritti la piena del suo cuore, quanto cioè ella aveva meditato ed amato da oltre dieci lustri.

   La redazione dei santi Vangeli data sicuramente dalla seconda metà del I secolo, ma l’opera viene già concepita, pensata e vagheggiata sin dai primi giorni di Bet-lehem, nel cuore santissimo della Madre di Dio.

   L’antifona all’offertorio deriva nuovamente dal salmo 92, che oggi è il salmo di circostanza. Quel pargolo che oggi vagisce in cuna ha una storia antica quanto i secoli. Iddio ha dato stabilità all’orbe perchè non sia scosso, e serva di sgabello al trono del neonato Messia. Questo trono è riservato al Primogenito della creazione sin dall’ eternità, giacchè, se nella sua natura umana egli non conta adesso che poche ore di vita, nella sua natura divina però denominasi nelle Scritture l’Antico dei giorni e coeterno al Padre.

   Nella colletta sulle oblate preghiamo Dio che queste siano ben degne del Mistero che celebriamo, e ci riconcilino con lui; e come il pargolo che oggi è venuto alla luce è Dio insieme ed uomo, così gli elementi eucaristici, mentre esteriormente sono simili a qualsiasi altra sostanza terrena, ci conferiscano quod divinum est, cioè Gesù Cristo, la divinità stessa con tutti i suoi tesori di meriti e di grazie.

   Si aggiunge la commemorazione di sant’Anastasia, pregando il Signore a gradire l’oblazione che giustamente gli viene offerta; onde pei meriti della Martire ci conferisca aiuto per conseguire l’eterna salute.

   L’antifona alla Comunione è tolta da Zaccaria (IX, 9), il quale invita le figlie di Sion e di Gerusalemme a far festa incontro a Cristo Gesù, che viene tutto pieno di dolcezza e mansuetudine, simboleggiata dal mite asinello su cui siede, a prender possesso del proprio regno. Questa profezia si riferisce direttamente, come nota san Matteo, all’ingresso del Redentore nella Città Santa il giorno delle palme, ma la Chiesa, tra quest’entrata di Gesù in Gerusalemme e il suo primo apparire al mondo, ritrova delle singolari analogie d’umiltà, di mansuetudine e  di condiscendenza. Anche nella grotta di Bet-lehem, come alle porte di Gerusalemme, tutto era povero, e spirava grazia e misericordia. Gesù non sedeva sull’asinello, ma questo col suo alito riscaldava le sue tenere membra intirizzite.

   Nella colletta di ringraziamento, supplichiamo il Signore, che l’annua rinnovazione di questo sacrificio natalizio ci rinnovi anche nello spirito, mentre la mirabile natività del Signore ha iniziato un’ êra nuova per l’umanità invecchiata nella maledizione del peccato.

   È a distinguere coi Padri una triplice parusia, adombrata assai felicemente nella liturgia natalizia. La prima volta Gesù nasce povero e vittima d’espiazione pel peccato, ed il trono donde condanna la superbia e la sensualità è la mangiatoia del Presepio. La seconda volta si eleva radiante di gloria dall’umiliazione del sepolcro, e colla missione del Paraclito sugli Apostoli trasfonde nella Chiesa, insieme collo «spirito di resurrezione» intima e spirituale, tutti i tesori di grazia e di santità. La terza volta egli comparirà alla fine dei secoli su d’un trono fiammante di santità e di giustizia nella maestà di giudice supremo dei vivi e dei morti, quando definitivamente assoggetterà a Dio tutto il creato, e sarà finalmente conchiusa l’epica lotta che abbraccia tutta la storia angelica ed umana tra il satana ed il Cristo. Tra queste tre parusie corre però un intimo nesso, per cui la Chiesa nella liturgia non le disgiunge mai: la Pasqua è il coronamento del Natale, e la festa di tutti i Santi è il frutto della Domenica di Resurrezione.

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