Schuster, Mercoledì delle cenerida: Card. A. I. SCHUSTER, OSB, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul messale romano, III, Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 38-46.

Questo giorno che sin dai tempi di san Gregorio inaugura in Roma la sacra quarantena, viene anche detto in capite ieiunii, e nel IV secolo segnava il principio della penitenza canonica che dovevano compiere i pubblici penitenti, onde essere assolti il giovedì santo. Giusta i rituali del VII secolo, la mattina di questo giorno i penitenti si presentavano ai sacerdoti a ciò deputati nei vari titoli e nelle basiliche patriarcali; confessate loro le proprie colpe, qualora queste fossero gravi e pubbliche, ricevevano di mano del penitenziere una veste d’ispido cilizio cosparso di cenere, coll’ordine di ritirarsi in qualche monastero, – dei quasi cento che sorgevano nella Città Eterna, – onde compiere l’imposta penitenza di quella quarantena. – Ecco l’origine delle quarantene d’indulgenza, che ritrovansi nelle antiche formole di concessione. –

    Il Messale odierno nel rito della benedizione delle ceneri, conserva ancora l’estrema traccia della cerimonia dell’imposizione della penitenza canonica ai pubblici penitenti. In origine, tanto elevato e vivo era il concetto della trascendente santità dello stato sacerdotale, che i ministri sacri non erano punto ammessi a questa umiliante categoria. Fu verso il secolo XI che, cessata la disciplina della penitenza pubblica, nell’odierna cerimonia ai penitenti d’altra volta si sostituirono indistintamente il Papa, i membri del clero e il popolo romano, che cominciarono quindi a incedere a pie’ nudi col capo cosparso di cenere sino alla basilica di Santa Sabina.

    Nel secolo IX, l’imposizione delle ceneri era ancora un rito penitenziale a sè, senza nessuna relazione colla stazione eucaristica. Verso l’ora settima – quando cioè il romano apprestavasi a terminare la sua giornata civile di lavoro, per andare a prendere il bagno alle terme, e prepararsi poi alla coena, quella refezione cioè che costituiva il pasto principale della giornata, – il popolo con a capo il Papa e il clero, si raccoglieva dapprima nel titolo d’Anastasia nella stretta valle tra il Palatino e l’Aventino, e di là, al flebile canto della litania, muoveva processionalmente alla basilica di Sabina. Ivi giunti, omesso senz’altro l’introito, perchè già eseguito nel tempio della colletta, si celebrava il sacrificio Eucaristico; dopo l’ultima preghiera di benedizione, all’invito del diacono : ite, missa est, il popolo si ritirava in casa e scioglieva il digiuno.

   Nel secolo XII, questo rito appare assai più sviluppato nell’Ordo Romanus di Benedetto Canonico. Dapprima il Pontefice imponeva le ceneri nel titolo d’Anastasia; indi in abiti di penitenza e a piedi scalzi, il corteo saliva il molle clivo aventino sino alla basilica Sabiniana, dove si celebrava la messa. Prima della Comunione, un suddiacono regionario avvertiva il popolo : « Crastina die veniente, statio erit in ecclesia Sancti Georgii Martyris ad velum aureum », e rispondevano tutti : Deo gratias.

   Se il Papa era trattenuto da occupazioni urgenti nell’ episcopio Lateranense, dopo la messa un accolito intingeva un po’ di cotone nell’olio profumato delle lampade che ardevano innanzi all’altare della chiesa stazionale, e recatosi al patriarchio, veniva introdotto alla presenza del Pontefice : Iube, donine, benedicere, gli diceva rispettosamente il chierico, ed ottenuta la benedizione, gli presentava il cotone soggiungendo : hodie fuit statio ad Sanctam Sabinam, quae salutat te. Il Papa baciava allora con riverenza quel batuffolo di bambagia e lo consegnava al cubicolario, perchè dopo la sua morte se ne riempisse il cuscino funebre. Così costumavasi tutte le volto che il Pontefice non interveniva alla statio.

Colletta o convegno a Sant’Anastasia.

   Tale appunto è il significato di collecta, che negli antichi Ordini Romani viene indicata regolarmente in ciascun giorno di quaresima. Il salmo d’introito è il 68, coll’ antifona : « Ci ascolta, o Signore, giacché benigna è la tua misericordia ; riguardaci secondo la grandezza della tua bontà ».

   Segue la preghiera: « O Dio eterno ed onnipotente, dà perdono ai penitenti, sii propizio a chi ti supplica, e c’invia dal cielo il tuo Angelo santo che benedica e consacri questa cenere, onde divenga un salutare rimedio a chiunque umilmente invoca il tuo santo Nome, si confessa reo dei suoi peccati, li deplora innanzi alla tua clemenza, e con vero dolore, a calde lacrime si raccomanda alla tua inalterabile pietà. In virtù del tuo santo Nome ci concedi che coloro i quali, in remissione delle loro colpe ne vengano cospersi, colla salute corporale impetrino altresì la protezione dell’anima loro. Per Cristo Signore nostro ».

   Preghiera. – « O Signore, che non la morte, ma la penitenza brami dei peccatori, riguarda con bontà la debolezza dell’ umana natura, e questa, cenere che intendiamo porci sul capo onde umiliarci e meritar perdono, tu nella tua misericordia degnati di benedire ; e poiché ci confessiamo cenere, e riconosciamo che a cagione dei demeriti della nostra malizia dobbiamo dissolverci in polvere, tu nella tua misericordia fa che meritiamo d’ ottenere il perdono dei peccati e il premio ripromesso ai penitenti. Per il Signore ».

   Preghiera. – « O Signore, cui l’umiltà muove a pietà e la penitenza placa, presta benigno orecchio alle nostre preci, e sul capo dei tuoi servi asperso di questa polvere diffondi misericordioso la grazia della tua benedizione ; riempili dello spirito di compunzione del cuore ; concedi abbondantemente quello che giustamente essi implorano, e quanto avrai accordato, degnati poi di conservarlo per sempre saldo ed intatto. Per Cristo ».

   Preghiera. – « Signore eterno ed onnipotente, che agli abitanti di Ninive, penitenti e ricoperti di cilicio e di cenere, accordasti il rimedio del tuo perdono, ci concedi di imitarli anche noi nell’abito esteriore, in modo da impetrare la grazia del perdono. Per il Signore ».

   Queste preghiere punto non si trovano negli antichi Sacramentari romani, onde convien ritenere che siano penetrate posteriormente nel Messale romano per mezzo delle liturgie franche.

   Giusta una tradizione medievale, le ceneri si ricavano dai rami d’ olivo benedetti l’ anno precedente. Il sacerdote dopo recitate su di esse le preci, le asperge d’acqua benedetta e le incensa-, indi le impone sul capo dei fedeli dicendo : « Ricordati, o mortale, che tu sei polvere e ritornerai in polvere ».

   Durante l’imposizione delle ceneri, la « schola » dei cantori eseguisce le antifone e i responsori seguenti, tratti dall’uficio notturno quaresimale :

   a) « Cambiamo abito e ricopriamoci di cilicio cosparso di cenere ; digiuniamo e gemiamo innanzi al Signore, giacché il nostro Dio è assai facile a perdonarci i peccati.

   b) « Tra il vestibolo e il santuario gemeranno i sacerdoti, servi del Signore, e diranno : risparmia, o Signore, risparmia il tuo popolo, e non voler ammutolire il labbro di coloro che cantano le tue lodi.

   c) « Emendiamo in meglio gli errori commessi per ignoranza, onde non sopraggiunga inaspettata la morte, ricerchiamo una dilazione per far penitenza e non possiamo ottenerla. « R. Riguardaci con compassione, o Signore, perché abbiamo peccato contro di te. V. Ps. O Dio, salvezza nostra, aiutaci, e a gloria del tuo nome ci libera. – Riguardaci. – Gloria. – Riguardaci ».

   Compiuta l’imposizione delle ceneri, il sacerdote recita la seguente preghiera : Preghiera. – « Fa, o Signore, che consacriamo coi sacri digiuni gl’inizi della milizia cristiana, e a combattere contro gli spiriti maligni, Tu ci rafforza colle armi dell’astinenza. Per Cristo ».

   Negli Ordini Romani del tardo medio evo é prescritto, che dopo l’imposizione generale delle ceneri sul capo del clero e dei fedeli, si salga in processione a piedi scalzi il colle Aventino sino alla basilica di Santa Sabina, nel cui atrio era allora un piccolo cimitero. Quelle tombe li in quel luogo ridestavano tosto il pensiero della morte, e perciò la scuola cantava il responsorio funereo : Immutemur habitu… ne subito preoccupati die mortis… ancor oggi conservato nel Messale. Allora il corteo faceva una breve fermata, tanto per dar tempo al Papa di recitare una colletta d’assoluzione su quei sepolcri ; indi faceva il suo ingresso nella vasta basilica Aventinese, cantando il responsorio Petre, amas me? col verso : Simon Ioannis…, in onore del principe degli Apostoli. È strano come c’entri a questo momento della cerimonia la memoria di san Pietro ; ma, a meno che non sia questo un uso papale derivato dalla basilica vaticana ogni volta che traversando il portico dov’erano i sepolcri, vi si entrava in processione, può essere che sia stato suggerito dalla circostanza che nel secolo XIII a Santa Sabina era la residenza Pontificia, e la basilica perciò veniva considerata come la sede abituale del successore di san Pietro.

Stazione al titolo di Sabina.

   Fu fondato o rifabbricato sotto Celestino I da un tal prete Pietro illirico, ma vi dovette aver parte anche una certa antica Sabina, cosi che da lei appunto prese nome la basilica, prima ancora che vi si trasportasse l’omonima martire Sabina dell’area Vindiciani.

   Gregorio Magno vi intimò la sua famosa litania septiformis di penitenza, e nel medio evo l’annessa abitazione servì più volte di dimora al Pontefice. Vi abitava appunto papa Silverio quando venne esiliato da Roma da Belisario ; Onorio III (Savelli) la munì di mura e di torri in parte ancor superstiti ; tanto che alla morte di Onorio IV i cardinali vi si adunarono in conclave, il quale durò circa un anno.

   Dopo questo tempo, il prestigio della residenza pontificia sull’Aventino venne a poco a poco a scemare, così che l’antico palazzo turrito divenne finalmente placido asilo dei frati Predicatori, che ancor oggi additano con venerazione al visitatore le celle santificate già dalla dimora di san Domenico e di san Pio V. Sotto l’altare maggiore, insieme colle ossa di santa Sabina e di santa Serapia, si custodiscono le reliquie dei martiri di Ficulea sulla via Nomentana, Alessandro, Evenzio e Teodulo.

   L’introito della messa è preso dal capo XI della Sapienza (24-27), in cui si attesta che nessun peccatore, per quanto empio, è mai escluso dalla misericordia divina, la quale riguarda già, non il peccato, opera dell’uomo, ma la creatura, opera e capolavoro di Dio : « Tu, o Signore, senti pietà per tutti, nè porti odio contro nulla di ciò che hai creato ; a cagione della penitenza tu dissimuli di vedere i peccati degli uomini, e li risparmi, perchè tu, o Signore, sei il Dio nostro ».

   La preghiera vuol consacrare le primizie dell’odierno digiuno: « Fa sì che i tuoi fedeli colla debita pietà intraprendano questo solenne corso di penitenza, e pieni di confidenza lo conducano a felice termine ».

   Vi si aggiungono altre due collette abbastanza antiche e di profondo significato teologico, specialmente la seconda che tocca dell’oscuro mistero della predestinazione. La prima vuole implorare l’intercessione dei Santi: «Scampaci, o Signore, da ogni pericolo dell’anima e del corpo; e per le preghiere della beata e gloriosa Genitrice di Dio Maria, vergine illibata, del beato Giuseppe, dei beati apostoli Pietro e Paolo, del beato N. e di tutti i Santi, nella tua benignità ci concedi salvezza e pace : onde, rimossa qualsiasi ostilità o errore, la Chiesa tutta in pace e libertà possa attendere al tuo servizio».

   La seconda colletta, è per i bisogni particolari dei Cristiani, e nei mss. spesso va sotto il nome di sant’Agostino : a O Dio eterno ed onnipotente, che hai impero sui vivi e sui morti, e fai misericordia a tutti coloro che sai già che saranno tuoi eletti pei meriti della fede e dell’opere loro; con umil prece ti supplichiamo, affinchè a coloro pei quali intendiamo d’interporre le nostre suppliche, sia che la presente vita li trattenga ancora nei loro corpi, sia che, deposto quest’involucro mortale, li abbia già accolti l’eternità; per intercessione dei tuoi Santi e nella soavità della tua misericordia tu accordi loro il perdono dei peccati. Per Gesù Cristo ecc. ».

  Il frutto di questo primo giorno di digiuno, è lo spirito d’intima contrizione e di verace ritorno a Dio, essendo inutili i segni di penitenza esteriore, quando il cuore non si allontana dal peccato. E quello appunto che c’insegna Ioel colla sua lezione (II, 12-19). Gli Ebrei in segno di lutto e di dolore usavano di lacerarsi le vesti, di strapparsi i capelli, di cospargere il crine di polvere; ma è ben altro quello che cerca il Signore quando manda i suoi flagelli sui popoli. Egli allora intende di invitarli a riformare la propria vita, strappando loro violentemente quei beni di natura, dei quali essi abusavano per indurare vieppiù nell’empietà.

  Il responsorio graduale deriva dal salmo 56 : « Pietà di me, o Signore, pietà di me, perchè l’anima mia in te ripone ogni sua speranza. Iddio inviò dal cielo il suo soccorso e mi liberò, riempiendo di confusione i miei persecutori ».

  Regolarmente, le messe quotidiane non avevano il salmo tratto ; quello che oggi assegna il Messale, e che verrà ripetuto in quaresima tre volte la settimana, è di struttura più recente ed irregolare, giacché consta di frammenti d’emistichi di vari salmi. Sembra che sia stato introdotto nella liturgia da papa Adriano I, il quale ordinò fosse recitato in grazia di Carlo Magno (Cf. Ord. Rom. L, Patr. Lat. LXXVIII, col. 949). Salmo 102: « Signore non ci rimeritare secondo i peccati commessi e secondo le nostre iniquità ». Salmo 78: « Signore, non ti ricordare delle iniquità da noi commesse, ma la tua misericordia si affretti in nostro aiuto, perchè siamo ridotti a grande miseria ». – Qui tutti si prostrano. – « O Dio, salvezza nostra, vieni in nostro soccorso, e a gloria del Nome tuo ci libera ; per l’onore del tuo Nome sii propizio ai nostri trascorsi ».

   Segue la lezione evangelica (Matth. VI, 16-21), nella quale il Salvatore dà Egli stesso le regole per digiunare fruttuosamente. L’umile sincerità di cuore, la santa gioia dello spirito, la fuga della vana ostentazione, ecco le condizioni della penitenza cristiana. Aggiunge Gesù di raccogliere ricchezze, non già quelle che posson esserci rapite dai ladri, ma quelle di vita eterna. Infatti, il faticare dì e notte, il vivere stentatamente per ammassar danari, lo stare sempre in trepidazione che i malandrini non ce li rapiscano, l’esser tormentato dal cruccio che un giorno li dobbiamo abbandonare sulle soglie dell’eternità, non è tutto questo un’improba fatica, una vanitas et aflictio spiritus, come direbbe l’Ecclesiaste?

   L’offertorio deriva dal salmo 29: « Io t’esalto, lahvè, che m’hai scampato dal pericolo, nè hai voluto che i miei nemici esultassero sulla mia rovina; io t’invocai e tu mi hai data salvezza».

  Nella preghiera sulle oblate, noi supplichiamo il Signore che ci conceda le debite disposizioni, onde offrirgli quel solenne Sacrificio che inaugura le primizie del sacro tempo pasquale. Infatti, nell’antica terminologia liturgica, la Pasqua cominciava precisamente il giovedì santo colla Coena Domini; onde con elegantissima frase, il Sacrificio di questo primo giorno di quaresima viene considerato siccome il rito inaugurale o di prolusione del ciclo pasquale: ipsius venerabilis sacramenti celebramus exordium.

   Alla secreta si aggiungono le collette seguenti:

   Per impetrare l’intercessione dei Santi:

   « Ascolta la nostra prece, o Dio di nostra salvezza, e per l’efficacia di questo sacrificio ci proteggi da ogni pericolo sì dell’anima che del corpo, ci concedi la grazia nella vita presente, e la gloria nella futura ».

   Pei vivi e pei defunti:

« O Dio, cui solo è noto il numero di coloro che dovrà essere ammesso all’eterna felicità ; per intercessione dei tuoi Santi fa sì che i nomi di coloro che abbiamo risoluto di raccomandarti, siccome pure quelli di tutti i tuoi fedeli, li conservi indelebilmente scritti il beato libro dei predestinati ».

   Quest’ultima preghiera penetrata nel Messale romano pel tramite delle liturgie franche, conserva un prezioso ricordo dell’oratio post nomina, cioè della prece sacerdotale che chiudeva nelle Gallie e in alcune regioni d’Italia, la lettura dei dittici prima d’incominciare il canone. E’ noto, infatti, che in antico i nomi degli offerenti, dei vescovi, dei personaggi insigni coi quali ciascuna Chiesa manteneva pia unione di preghiere, venivano iscritti sui dittici, che il diacono dopo l’offertorio recitava ad alta voce, così che il canone eucaristico non soffriva alcuna interruzione.

   L’uso romano odierno, per quanto rappresenti un’innovazione, dàta tuttavia sin dai tempi d’Innocenzo I, il quale scrivendone al vescovo Decenzio di Gubbio, ne sostiene la legittimità in senso rigidamente esclusivistico. Però, per quanto il Pontefice protesti contro la supposta innovazione liturgica della Chiesa di Gubbio, è lecito dubitare che sia stata invece proprio Roma a mutar di posto i suoi dittici.

   Il verso pel salmo di Comunione, appartiene al grazioso carme che serve quasi di prefazione a tutto il Salterio. Salmo 1 : « Colui che dì e notte medita la legge del Signore, arrecherà a suo tempo il proprio frutto ». – Dice il Salmista, a suo tempo, perchè nella quaresima si seminano i digiuni e le penitenze, ma il tempo di raccogliere i frutti della via purgativa è la santa Pasqua la quale appunto c’inizia ai misteri della via unitiva. –

   La serie delle antifone ad Communionem durante le messe feriali di quaresima, è tratta dal Salterio in ordine progressivo, e costituisce un ciclo a sè. Le eccezioni sono assai rare, e rappresentano delle aggiunte posteriori. Il Cagin che ha studiato diligentemente la questione, è venuto alla conclusione che le due messe delle ferie IV e VI di quinquagesima, colle antifone ad Communionem, tratte rispettivamente dai salmi 1 e 2, appartengono veramente al ciclo primitivo Gregoriano delle messe quaresimali.

   Nella prece eucaristica oggi imploriamo dal Signore che il divin Sacramento si ci conforti, che riescano accetti i nostri digiuni, e valgano altresì a risanarci dai vizi.

   Aggiungiamo altre due collette. La prima ad impetrare l’intercessione dei Santi:

   « L’offerta del divin Sacrificio ci sia di protezione e ci purifichi, e pei meriti della beata Vergine Maria Madre di Dio, del beato Giuseppe, dei beati apostoli Pietro e Paolo, del beato N. e di tutti i Santi, ci mondi da ogni macchia e ci difenda da ogni avversità».

   Pei vivi e pei defunti :

   « Ti supplichiamo, o Dio onnipotente e misericordioso, perchè il Sacramento ora ricevuto ci purifichi dalla colpa. Per le preghiere dei Santi tuoi, deh ! ci concedi che la partecipazione ai tuoi Misteri non ci venga imputata a colpa, ma ci valga ad impetrare il perdono, ci purifichi da ogni macchia, apporti vigoria ai deboli, sia la nostra difesa contro tutti i pericoli della vita presente, rimetta le colpe dei fedeli vivi e defunti. Per il Signore ».

   Prima di rimandare l’assemblea, era un rito antichissimo di tutte la liturgie, anche orientali, quello di recitare speciali formole di benedizione sui catecumeni, sui penitenti, sui fedeli, sulle vergini ecc. al termine d’ogni Sinassi. Spesso, come a Gerusalemme, tali invocazioni erano congiunte coll’imposizione delle mani del vescovo ; tanto che, al dire di sant’Agostino, i tre termini di benedizione, oratio super hominem ed imposizione delle mani del sacerdote, divennero sinonimi.

    Nei Sacramentari romani quest’estrema colletta ha per titolo, ad complendum, e l’invito precedente del diacono : Humiliate capita vestra Deo, ricorda ancora il suo primo significato eucologico.

    Nella liturgia romana queste formola di congedo ad complendum si sono conservate solo nelle ferie di quaresima, giacché, avendo esse un carattere solenne ed episcopale, nelle sinassi private e tutte le volte che non v’era stazione, furono facilmente omesse dagli amanuensi, potendo bastare un’unica formola che il sacerdote sapeva a memoria e ripeteva quotidianamente. E precisamente l’identica ragione per cui abbiamo perduto ai mattutini e all’offertorio le differenti missae o preghiere, colle quali si rinviavano altra volta i penitenti, i catecumeni, gli ossessi ecc.

   Abbiamo già accennato altrove quanto ci tenesse il popolo a queste benedizioni; tanto che essendo stato papa Vigilio strappato via dall’altare di santa Cecilia mentre celebrava la stazione natalizia nella basilica transtiberina della Martire, il popolo tumultuò esigendo che la barca che doveva condurre il prigioniero a Ostia per indi trascinarlo poi in esilio a Costantinopoli non partisse, prima che Vigilio avesse recitata la colletta ad complendum, per lasciare cosila sua benedizione ai Romani.

   Il rito della benedizione che ora s’imparte al popolo dopo la formola di rinvio, rappresenta una successiva stratificazione. Essa deriva dal fatto che, quando il Papa dall’altare ritornava al secretarium, al suo passaggio gli si prostravano innanzi i vescovi, il clero, i monaci ecc. chiedendogli tutti la benedizione; ed egli, tracciando il segno di Croce, rispondeva loro: Dominus nos benedicat.

L’odierna formola eucologica ad complendum è molto significativa: « Riguarda benignamente, o Signore, il popolo che giace prostrato innanzi alla maestà tua; e dopo d’esserti degnato di rifocillarlo col Sacramento divino, lo conforta assiduamente colla protezione celeste ».

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