K. GAMBER, La celebrazione versus populumda: «Instaurare omnia in Christo», 1990, 2, pp. 4-6 www.instaurare.org (riprodotto in http://www.unavoce-ve.it/05-03-31.htm). 

Ripubblichiamo, riveduta e corretta, la traduzione a cura di Fabio Marino di questo magistrale saggio sul c. d. altare verso il popolo, già apparso in Chiesa viva, n. 197, 1989, 16-18, e in Notizie, n. 146, 1989, 1-5, dedicandola alla venerata memoria di mons. Vittorio Toniutti, amico di Instaurare e strenuo difensore della sacra liturgia romana. Titolo originale: Die Zelebration “versus populum”, in Ritus modernus. Gesammelte Aufsätze zur Liturgiereform, Regensburg, Pustet, 1972, pp. 21-29

Nelle sue Direttive per la disposizione della casa di Dio secondo lo spirito della liturgia romana del 1949 Th. Klauser rilevava che “diversi indizi inducono a ritenere che nella chiesa del futuro il sacerdote riprenderà il suo posto di un tempo dietro l’altare e celebrerà rivolto verso il popolo come ancor oggi avviene nelle antiche basiliche romane: il desiderio ovunque manifesto di esprimere con maggiore evidenza la comunione della mensa eucaristica sembra esigere una tale soluzione” (n. 8).

Ciò che allora Klauser presentava come auspicabile è diventata nel frattempo regola largamente applicata. È opinione comune che si sia in tal modo rinnovato un uso della Chiesa primitiva. Ora questo corrisponde alla realtà?

Nel presente scritto1 verrà dimostrato come nella Chiesa non è mai esistita la celebrazione versus populum. L’idea che il sacerdote stia di fronte alla comunità risale senza dubbio a Martin Lutero. Egli infatti scrive nel suo opuscolo Messa tedesca e ordinamento del culto divino del 1526, all’inizio del capitolo “La domenica per i laici”: “Manteniamo dunque i paramenti della messa, l’altare, le candele così come sono, finché non scompariranno da sé oppure non ci piaccia di modificarli. Se qualcuno però vorrà agire diversamente lasciamoglielo fare. Ma nella vera messa tra puri cristiani l’altare non dovrebbe rimanere così come è ora e il sacerdote dovrebbe sempre rivolgersi al popolo, come senza dubbio ha fatto Cristo nell’ultima Cena”. Ora ciò si compirà a  suo tempo”.

   Per variare la posizione del sacerdote all’altare il Riformatore si richiama a quanto fece Cristo nell’ultima Cena. Ma, come risulta evidente, Lutero aveva davanti agli occhi le rappresentazioni pittoriche comuni ai suoi tempi: Gesù sta o siede al centro di un grande tavolo con gli apostoli alla sua destra e alla sua sinistra. La più celebre raffigurazione di tal genere è l’affresco di Leonardo da Vinci.
Leonardo da Vinci, L'ultima cena

Ma Gesù occupò realmente quel posto? Certamente no, in quanto ciò sarebbe stato in contraddizione con gli usi conviviali degli antichi. Al tempo di Gesù e nei secoli seguenti il tavolo era rotondo oppure a forma di sigma (semicerchio). La parte anteriore del medesimo rimaneva libera per consentire il servizio delle vivande: i commensali sedevano o giacevano all’emiciclo posteriore del tavolo, servendosi assai spesso di un banco a forma di sigma. In origine il posto d’onore non era al centro, come si potrebbe credere, bensì al lato destro (in cornu dextro).Ultima cena, mosaico, S. Apollinare Nuovo, Ravenna

Tale disposizione dei posti la ritroviamo regolarmente nelle più antiche raffigurazioni dell’ultima Cena fino in pieno medioevo2 Gesù giace o diede sempre al lato destro del tavolo. Solo all’incirca a partire dal XIII secolo comincia a imporsi un nuovo modello: il posto di Gesù è ora al lato posteriore del tavolo in mezzo agli apostoli. Ciò sembrerebbe effettivamente una celebrazione versus populum, ma in realtà non lo era affatto, perché il “popolo” cui il Signore avrebbe dovuto rivolgersi, come si sa, nel Cenacolo non c’era. Quindi l’argomentazione di Lutero si rivela inconsistente.

   Fino al III-IV secolo, quando il numero dei membri della comunità era ancora limitato, nella celebrazione eucaristica si imitava fedelmente l’ultima Cena assumendo la medesima disposizione dei posti di allora. Ciò lo dimostrano con tutta evidenza numerosi ritrovamenti di chiese domestiche, risalenti ancora al IV-V secolo, nella regione alpina e danubiana. In dette chiese, al centro di uno spazio relativamente ridotto (ca. 9 per 17 m), troviamo un banco di pietra a forma semicircolare dai cinque ai sette metri di diametro, che poteva accogliere circa venticinque persone. Abbiamo trattato diffusamente questo argomento in uno studio particolare3 . Nelle città ove il numero dei fedeli era maggiore la celebrazione doveva richiedere più tavoli: a uno di essi sedeva il vescovo con i presbiteri, agli altri gli uomini e le donne. Che si assumesse una tale disposizione è testimoniato dalla Didascalia degli Apostoli, risalente al III secolo (II 57,2-58,6)4 Nel successivo stadio di sviluppo i tavoli dei laici scompaiono e rimane unicamente quello del vescovo. L’originario tavolo della Cena di legno diventa ora un altare di pietra. Dove prima tutti i fedeli sedevano invece a un unico tavolo, lo spazio in origine assai ridotto dell’aula venne ampliato in ragione della forte crescita delle comunità registratasi all’inizio del V secolo. Coloro che partecipavano alla liturgia sedevano ora su banchi posti lungo le pareti della chiesa, secondo l’uso praticato nelle sinagoghe. Questi banchi non erano che il prolungamento del banco a forma di sigma ove ormai prendeva posto soltanto il vescovo con il clero.

   Ora un’altra domanda che si pone è la seguente: quando il celebrante si recava all’altare per la celebrazione del sacrificio, stava dalla parte anteriore oppure dalla parte posteriore del medesimo? Di per sé sarebbe naturale pensare che dal suo posto al centro del banco egli si recasse per la via breve al lato posteriore dell’altare, e che quindi il suo posto fosse dietro l’altare. In tal caso si avrebbe una celebrazione versus populum.

   Ma noi sappiamo che il criterio per determinare la posizione del sacerdote all’altare era ben diverso: esso era dato dall’orientamento. L’usanza di pregare verso il sole che sorge è antichissima5 . Nel sole nascente si vedeva il simbolo del Signore che ascende al cielo e che dal cielo ritorna. Anche questa idea la ritroviamo nella già citata Didascalia degli Apostoli (II 57,6): Versus orientem oportet vos orare, sicut et scitis, quod scriptum est: date laudem Deo qui ascendit in cælum cæli ad orientem (Ps 67,33-34).

Perché durante la celebrazione i raggi del sole nascente potessero cadere all’interno della chiesa, nel secolo IV l’ingresso della maggior parte delle basiliche occidentali era posto non già a occidente, come sarà in seguito uso generale, bensì a oriente. Ciò si può constatare ancor oggi nelle basiliche maggiori di Roma: durante le funzioni liturgiche le tre porte d’ingresso dovevano evidentemente restare aperte per far entrare la luce del sole.Roma, basilica di S. Maria Maggiore, Altare papale   In una basilica con tali caratteristiche il celebrante, per guardare verso oriente durante il santo sacrificio, doveva porsi dietro l’altare. Ne risulta una apparente celebrazione versus populum. Non dobbiamo però dimenticare che i fedeli presenti non stavano nella navata centrale, come troppo spesso si crede, ma in quelle laterali, e guardavano anch’essi a oriente. La Liturgia egiziana di Marco conosce pure un invito del diacono in tal senso: “Guardate a oriente!”. Dunque nelle basiliche occidentate del IV secolo la comunità radunata per la celebrazione del santo sacrificio formava una semicirconferenza aperta a oriente il cui punto medio era rappresentato dal vescovo (o dal sacerdote) celebrante. È significativo che anche qui abbiamo il semicerchio al pari di quando i fedeli sedevano insieme al banco a forma di sigma nella Cena del Signore delle origini cristiane.

   Pertanto è assolutamente da escludere che nelle basiliche del IV secolo il sacerdote stesse di fronte alla comunità per la celebrazione del sacrificio. A fare ciò è stato per la prima volta il movimento liturgico degli anni venti e trenta, che come Lutero ha propagato la celebrazione versus populum. Pius Parsch, il benemerito zelatore della “liturgia popolare”, già negli anni trenta, quando a Klosterneuburg venne risistemata la chiesetta di St. Gertrud, vi adattò l’altare in modo da poter celebrare verso il popolo.

  Ora se la posizione del celebrante tra l’abside e l’altare nelle basiliche del IV secolo era determinata unicamente dall’esigenza di rivolgersi ad orientem per pregare, la questione affrontata da Nußbaum nel suo ampio volume Il posto del liturgo all’altare cristiano prima dell’anno 10006 fino a quando sia rimasta in uso nella Chiesa la celebrazione versus populum, così impostata è un falso problema.
Roma, Basilica di S. Clemente   Quando nel V secolo si cominciò a orientare non più la porta della chiesa ma l’abside, anche la posizione del sacerdote all’altare dovette di conseguenza mutare: d’ora in poi egli starà rivolto verso l’abside con le spalle alla comunità. Jungmann osservava in proposito: “Il sacerdote dunque sta alla testa del popolo, non versus populum. L’intera comunità è come una grande processione che cammina verso oriente, verso il sole, incontro a Cristo Signore guidata dal sacerdote per offrire insieme con lui il sacrificio a Dio”7 . Alquanto diversa era la situazione in alcune antiche chiese del Nordafrica e dell’Italia settentrionale, per esempio Ravenna. Qui vi è sì l’abside rivolto a oriente, ma l’altare si trova non già vicino a quest’ultimo ma quasi esattamente al centro della navata. Tutto lo spazio tra l’altare e l’abside formava il presbiterio. I fedeli trovavano posto nelle navate laterali, come nelle basiliche, il che corrisponde all’uso di sedere ai banchi laterali nelle piccole chiese a sala.
Ravenna, Basilica di S. Apollinare in Classe   Poiché il celebrante stando all’altare guardava sempre a oriente, quindi verso l’abside, in queste chiese egli non stava alla testa del popolo ma, analogamente a quanto avveniva nelle basiliche occidentate del IV secolo, era invece il centro di un grande semicerchio aperto verso oriente formato dai fedeli che partecipavano al sacrificio.

   Qui bisogna rispondere a una obiezione: Klauser e Nußbaum che lo segue ritengono che ben presto “l’altare, luogo della teofania sarebbe diventato al tempo stesso anche il termine di riferimento per l’orientamento”, quindi sarebbe stato naturale “rivolgersi verso l’altare, anche se in tal modo il liturgo in una chiesa orientata con l’abside avesse dovuto guardare a occidente”8 .
Inoltre Nußbaum pensa che qualora tra la parete absidale o il trono del vescovo e l’altare vi fosse spazio sufficiente per il sacerdote celebrante, se ne dovrebbe concludere che quest’ultimo appunto in tale spazio avrebbe avuto il suo posto, e quindi stando all’altare avrebbe guardato versus populum.

   Ciò significa proiettare nell’antichità concezioni moderne. Infatti non esiste neppure una fonte letteraria che testimoni questo peculiare valore simbolico dell’altare e che lo indichi come il termine dell’orientamento. Le testimonianze archeologiche addotte da Nußbaum non sono affatto univoche e non possono dimostrare l’esistenza di alcuna celebrazione verso il popolo.

   Comunque il rigoroso orientamento delle chiese, che troviamo a partire dal IV-V secolo, sarebbe senza senso se non fosse in relazione con il verso della preghiera. Si può affermare in generale che ogni qual volta una chiesa ha l’abside a oriente, il posto del sacerdote è ante altare, in modo che durante l’offerta del sacrificio possa rivolgere lo sguardo a oriente.

Prima di Lutero l’idea che il sacerdote quando celebra la messa stia di fronte alla comunità non si trova in nessun testo letterario, né è possibile utilizzare per suffragarla i risultati della ricerca archeologica9 . L’espressione specifica versus populum compare per la prima volta nel Ritus servandus in celebratione Missæ annesso al Missale Romanum promulgato nel 1570 per ordine di papa san Pio V. Al cap. V 3 vi viene contemplato il caso in cui “l’altare sia rivolto a oriente (ma non verso l’abside, bensì) verso il popolo” (altare sit ad orientem versus populum), cosa che avviene nelle basiliche maggiori e in alcune altre chiese dell’Urbe.

L’accento è posto sulla qualificazione ad orientem, mentre versus populum non è altro che un’aggiunta chiarificatrice relativa alla disposizione immediatamente seguente, ove è previsto che in tal caso il celebrante non si volti al Dominus vobiscum (non vertit humeros ad altare), dato che si trova già rivolto al popolo.

Che cosa accade in proposito nella Chiesa orientale? Anche qui non esistette mai una forma di celebrazione versus populum, anzi addirittura vi manca una espressione corrispondente. È interessante rilevare che nella concelebrazione, che come è noto in Oriente ha una lunga tradizione, il celebrante principale sta di regola con le spalle al popolo mentre i concelebranti si pongono alla sua destra e alla sua sinistra: in nessun caso prendono posto sul lato posteriore dell’altare.
Concelebrazione in rito bizantino

   L’argomento decisivo relativo alla posizione che il sacerdote deve assumere all’altare è dato, come si è accennato più volte, dal carattere sacrificale della messa.  Il sacrificatore si rivolge sempre verso colui al quale offre il sacrificio. Secondo la concezione del cristianesimo antico ciò si pratica volgendo lo sguardo a oriente.

   Ora è cosa ben nota che il carattere sacrificale della messa è stato negato da Lutero. Parecchi teologi e liturgisti cattolici alla moda oggi negano il sacrificio, anche se in maniera indiretta: preferiscono porlo in secondo piano, sottolineando per contro col massimo vigore il carattere conviviale della celebrazione.

   Dal punto di vista cattolico, invero, carattere sacrificale e conviviale della messa non sono mai stati in contrasto. Cena e sacrificio sono due elementi della medesima celebrazione. Certo col mutare dei tempi non sempre essi sono stati espressi con pari forza. Nei primi tre secoli dominò chiaramente il carattere di banchetto eucaristico, che trovò la sua espressione nel fatto di sedere in comune al tavolo della Cena. Del resto a quest’epoca l’eucaristia era ancora strettamente legata all’agape. Però già intorno all’anno 100 l’atto dello “spezzare il pane” domenicale viene espressamente indicato come un sacrificio nella Didaché (XIV 2).

Se al giorno d’oggi si desidera dare un rilievo maggiore al carattere di convito della celebrazione eucaristica, va detto che nella celebrazione versus populum questo non è che appaia con la forza che spesso si crede e si vorrebbe. Infatti soltanto il “presidente” della cena sta effettivamente al tavolo, mentre tutti gli altri convitati siedono giù nella navata, nei posti destinati agli “spettatori”, senza poter avere alcun rapporto diretto col tavolo della Cena.

Il modo migliore per rivendicare il carattere sacrificale della messa è dato dall’atto di volgersi tutti insieme col sacerdote (verso oriente, vale a dire) nella medesima direzione durante la preghiera eucaristica, nel corso della quale viene offerto realmente il santo sacrificio. Il carattere conviviale potrebbe essere invece sottolineato maggiormente nel rito della comunione, e non occorre insistere qui sulla opportunità che il sacerdote o il lettore stia di fronte alla comunità nella proclamazione della parola di Dio.

   Secondo la concezione cattolica la messa è ben di più di una comunità riunita per la cena in memoria di Gesù di Nazareth: ciò che è determinante non è realizzare l’esperienza comunitaria, sebbene anche questa non sia da trascurare (cfr. 1 Cor 10,17), ma è invece il culto che la comunità rende a Dio.

   Il punto di riferimento deve essere sempre Dio e non l’uomo10 e per questa ragione fin dalle origini nella preghiera cristiana tutti si rivolgono verso di Lui, sacerdote e comunità non possono stare di fronte. Da tutto ciò dobbiamo trarre le dovute conseguenze: la celebrazione versus populum va considerata per quello che in realtà è, una novità, una invenzione di Martin Lutero.

Appendice. Contro le mie argomentazioni ha preso posizione O. Nutßbaum, in Zeitschrift für katholische Theologie 93 (1971), 148-167. Tuttavia egli non è riuscito a confutare la mia tesi, ma al più ad apportarvi qualche minima correzione. In altra occasione gli risponderò diffusamente. Degno di nota è l’articolo di M. Metzger, La place des liturges à l’autel, in “Revue des sciences religieuses” 45 (1971), 113-145, ove viene profondamente criticato il libro del Nußbaum citato nel testo e confermata in tutto e per tutto la mia tesi, senza che per altro l’autore avesse conoscenza del mio scritto. Nelle conclusioni egli formula una proposta assai simile alla mia, quando scrive: “Les positions de liturge pourraient être les suivantes: se tourner vers l’assemblee lorsqu’il s’adresse à celle, c’est-à-dire lors des salutations … , lorsqu’il annoncela Parole de Dieu et lors de la distribution de la comunion; se tourner vers l’abside pour toutes les prières” (p. 143).

  1. Apparso in Anzeiger für die katholische Geistlichkeit 79 (1970), 355-359; riprodotto in Die Entscheidung. Blätter kathol. Lebens Nr. 14 (1970), 10-11; Una Voce – Korrespondenz (1970/71), 102-108. []
  2. Cfr. Kl. Wessel, Abendmahl und Apostelkommunion,Recklinghausen 1964. []
  3. Cfr. Kl. Gamber, Domus ecclesiae. Die altesten Kirchenbauten Aquilejas sowie im Alpen- und Donaugebiet bis zum Beginn des 5. Jh. liturgiewissenschaftlich untersucht, “Studia patristica et liturgica 2″,Regensburg 1968. []
  4. Cfr. Id., Die frühchristliche Hauskirche nach Didascalia Apostolorum II, 57, 1 – 58, 6, in “Studia Patristica X, Texte und Untersuchungen”, Berlin 1970, 337-344. []
  5. Cfr. Fr. J. Dölger, Gebet und Gesang im christliche Altertum mit besonderer Rüicksicht aut die Ostung in Gebet und Liturgie, “Liturgiegeschichtliche Forschungen 4-5″, 1920 (1), 1925 (2). []
  6. Der Standort des Liturgen am christlichen Altar vor dem Jahre 1000. Eine archäologische und liturgiegeschichtliche Untersuchung, “Theophaneia 18. 1-2″,Bonn 1965. []
  7. J. A. Jungmann, Liturgie der christliche Frühzeit,Freiburg / Schweiz 1967, 126. []
  8. Cfr. Nußbaum, Der Standort des Liturgen am christlichen Altar, 403. []
  9. L’indicazione di Martin Lutero fu adottata solo da alcune chiese protestanti, specie dai riformati; cfr. Fr. Schulz, Das Mahl der Brüder, in Jahrbuch für Liturgie und Hymnologie 15 (1970), 34 nt. 18, che riferisce come a suo tempo Martin Bucer fece installare a Strasburgo tavoli della cena, “affinché il ministro rivolga la faccia verso il popolo”, e che tra l’altro nel cerimoniale di Württemberg del 1668 sarebbe stato previsto che il parroco dovesse avere davanti a sé l’altare e la comunità nella celebrazione della cena, in quanto l’altare non fosse unito alla parete absidale. []
  10. In proposito cfr. quanto afferma K.G. Rey nel suo scritto Pubertätserscheinungen in der katholischen Kirche, “Kritische Texte Benzinger 4″, 25: “Mentre finora il sacerdote offriva il sacrificio come anonimo intermediario, come guida della comunità, rivolto a Dio e non al popolo, lo offriva a nome di tutti e insieme con tutti, recitando le preghiere prescritte…, oggi egli ci sta di fronte come uomo con le sue personali caratteristiche, il suo personale stile di vita e con il viso rivolto verso di noi. Per molti ciò comporta un prostituire la loro persona, un far violenza al proprio raccoglimento, cui essi non sono preparati. Ma non mancano, tutt’altro, coloro che sanno comprendere tale situazione per trarne vantaggio, a volte con una certa raffinatezza, altre volte con nessuna. Il loro modo di muoversi e di atteggiarsi, la loro mimica, tutto il loro comportamento si traduce in un richiamo suggestivo dell’attenzione sulla loro persona. Alcuni ottengono lo scopo mediante continui commenti ed esortazioni, rivolgendo al momento del congedo saluti e discorsetti personali…. L’effetto della loro suggestione è la misura del loro potere, e quindi la norma della loro sicurezza”. []

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