Schuster, venerdì dei quattro tempi di avvento

da: Card. A. I. SCHUSTER, OSB, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul messale romano, II, Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 124-130.

La stazione precedente le solenni ordinazioni in Roma, è sempre all’Apostoleion di Pelagio I, e questo, cosi in omaggio al coro degli Apostoli, la cui missione per l’evangelizzazione del mondo dovrà ormai essere continuata dai leviti di domani, come ancora a cagione della grande celebrità a cui era salita questa veneranda basilica nel primo periodo bizantino. li Pontificale ne fa suo primo autore papa Giulio I; ma l’edificio, in grazia del danaro bizantino, dovette poi ricevere dei fondamentali restauri sotto i pontefici Pelagio e Giovanni III, cosi che, scomparso il ricordo di papa Giulio, il tempio passa comunemente come un’opera di Pelagio I, monumento votivo della vittoria riportata da Narsete sui Goti. Nel 1873 scavandosi sotto l’altare centrale, fu trovata una capsella contenente dei frammenti delle ossa dei santi apostoli Filippo e Giacomo misti a residui di balsamo, ivi certamente deposti in occasione della seconda dedicazione della basilica. Nel secolo IX trovarono altresì ricetto in questa chiesa parecchi corpi di antichi Martiri trasportati dal cimitero di Aproniano sulla via Latina i tra cui quello veneratissimo di sant’Eugenia, che perciò conservavasi in uno speciale oratorio attiguo all’Apostoleion.

   La colletta, o convegno donde oggi soleva prendere le mosse la processione stazionale prima di giungere all’Apostoleion, doveva essere nel vetusto titolo di San Marco in Pallacinis, che sorge ivi presso. Cosi almeno è prescritto nelle liste stazionali per il venerdì dei IV Tempi di quaresima, sebbene queste serie delle stazioni nulla contengano a riguardo dell’odierna funzione natalizia.

   La messa è tutto un infuocato sospiro dell’anima verso il futuro Emanuele, che deve venire a redimere Israele nella tremenda possanza del suo braccio. L’introito è stato accomodato dal salmo 118: Tu, o Signore, sei già vicino, e la verità ti spiana la via. Io appresi fin da principio, dal tuo stesso labbro questo mistero ineffabile della tua parusia messianica. Nato nel tempo secondo la carne, eterna tuttavia è la tua divina generazione.

   La colletta scongiura il Signore a cingersi della spada di sua fortezza, e di venire in nostro soccorso. Sono già molti secoli che l’umanità attende fiduciosa questa redenzione; e il mondo ha già scesa tutta la china della malvagità e della depravazione. Egli ha fatto la triste esperienza di ciò che può la natura senza la grazia di Dio. È tempo ormai di dar compimento alle speranze che la parte più eletta della stirpe d’Adamo nutre da secoli.

   Nella lezione prende la parola Isaia (XI, 1-5) e ci descrive a smaglianti colori il futuro liberatore d’Israele. Egli sboccerà, dice, quale fiore, sullo stelo di lesse, e tutta la pienezza della grazia del Paraclito si poserà su di lui, a guisa di profumata unzione che lo consacrerà giudice del popolo suo. Non giudicherà tuttavia secondo le apparenze esterne, nè starà a quanto attesteranno semplicemente i sensi. È appunto quello a cui sospirava Giobbe, quando schiacciato sotto le imputazioni dei suoi avversari, diceva a Dio: Forse che tu rimiri cogli occhi del corpo, ed il tuo vedere è come quello degli uomini? L’occhio di Dio scruterà il più intimo dei cuori, e alla virtù del suo Verbo sgominerà le avverse potenze. La giustizia lo adornerà come di zona, e la fedeltà lo serrerà ai fianchi a guisa di cingolo.

   Tale è il programma di riscossa che si propone il Messia. Il servaggio a cui Satana da molti secoli ha condannata l’umanità, è veramente obbrobrioso. Egli s’affida alle armi della superbia e dell’astuzia, ma Dio lo prenderà al suo medesimo laccio teso per gli uomini ; presto giungerà un figlio d’Adamo, ma più forte del demonio, il quale, al pari dell’ umile pastorello David, colle armi dell’umiltà e della pazienza atterrerà la tracotanza di questo spurio gigante Golia, e restituirà in libertà i suoi captivi.

   Il responsorio graduale è tratto dal salmo 84, che è tutto un inno di gratitudine pei benefici della redenzione. Al pari d’Abramo e degli antichi Patriarchi, il Profeta supplica il Signore a mostrarci finalmente il radioso giorno del Cristo, il bel volto del Salvatore, che se ne viene mite e tutto spirante grazia lungo le correnti delle acque della redenzione.

   Nella lezione evangelica si prosegue la narrazione evangelica di san Luca già iniziata l’altro ieri (Luc. I, 39-55). Maria, salutata dall’Angelo piena di grazia, s’affretta a cominciare subito n suo ufficio di dispensiera di grazie, e conduce quindi il suo Gesù in casa d’Elisabetta, perchè inizi la redenzione colla santificazione di Giovanni nell’utero materno. Entra la Beatissima Vergine nella dimora di sua cognata ed umilmente la saluta; subito alla parola di Maria il Precursore viene ricolmo di grazia, e lo spirito profetico pervade i suoi vecchi genitori. Così la casa sacerdotale di Zaccaria in Ebron diviene il primo santuario Mariano, dove la Madre di Dio comincia a spargere le sue misericordie, riversandone le primizie sul più grande fra i nati di donna. Perciò Giovanni è n primo fra i Santi, che diviene debitore di tutte le sue grazie a Maria; e là, sotto quelle umili volte della casa di Zaccaria, viene intonato per la prima volta il sublime cantico Magnificat, il quale sarà l’inno della dedicazione del primo tempio mariano, e formerà la prece giornaliera della Chiesa attraverso i secoli.

   Il verso ad offerendum è tolto anch’esso dal salmo 84: Tu, o Signore, che a cagione del peccato avevi rivolto da noi il tuo volto, placato tornerai a riguardarci, ed il raggio dei tuoi occhi ci restituirà in vita. Mostraci, o Iahvè, la tua misericordia, e disvela ormai il Salvatore da te ripromesso, e nella cui fede s’addormentarono i Patriarchi antichi. Il volto di Gesù in cielo è argomento di gioia agli angeli, ma in terra è pegno di pietà pei peccatori. Noi diciamo al Padre: respice in faciem Christi tui; ma fissiamolo bene ancor noi questo volto, nè perdiamolo di vista. Come l’Eterno Padre quando riguarda il volto del suo Gesù tutto s’intenerisce verso i miseri figli d’Adamo, così anche noi abbiamo un religioso rispetto per questo Santo Volto, per quest’occhio purissimo che soavemente ci riguarda; facciamo sì che tutte le nostre azioni siano degne della santità ineffabile di questo sguardo divino.

   Per mezzo della preghiera che, giusta l’uso romano, serve d’introduzione al prefazio, noi supplichiamo Iddio ad accogliere col sacrificio anche gli umili voti nostri; onde, espiati dal mistero di redenzione, meritiamo d’andarne esauditi. Si sa infatti che i peccati nostri troppo spesso demeritarono la divina grazia, di cui facemmo cosi deplorevole abuso: il sacrificio eucaristico deve quindi anzitutto renderei propizio il Signore, perchè aumenti in noi la fede e la carità quae prima datur, ut coetera impetrentur, come dice sant’Agostino.

   L’antifona per la Comunione, come spesso nell’Avvento, è tratta, anzichè dal SaIterio, dalla raccolta dei Profeti. Oggi la sorte tocca a Zaccaria, il quale viene ad avvertirci che prossima ormai è l’ora luminosa in cui il Signore seguito dai suoi eletti farà la sua entrata nel regno messianico. Veramente questo vaticinio, meglio che la prima, riguarda la seconda parusia del Cristo alla fine dei secoli. Ambedue però queste venute fanno parte d’un medesimo piano di grazia, d’un identico mistero di salvezza. Il regno messianico è già inaugurato a Bet-lehem nell’oscurità della spelonca, ma non raggiunge il suo definitivo e massimo incremento che il dì della generale risurrezione.

   La venuta del Verbo incarnato pone fine a un vecchio stato di cose che riusciva ormai intollerabile, ed inaugura invece un’ era novella. Il Sacramento mediante il quale noi diveniamo solidari di questo nuovo regno, è appunto il sacrificio della Redenzione; onde assai bellamente nella colletta eucaristica dopo la sacra Comunione, preghiamo il Signore, che la sacra libazione del calice di salvezza, purificandoci dall’antico contagio, ci rinnovi intimamente, e ci metta a parte del Mistero di salvezza.

   Gabriele, a nome eziandio delle celesti milizie, saluta Maria piena di grazia, sublime più che creatura. Anche Elisabetta, la fortunata madre del più Grande fra i nati di donna, quale rappresentante dell’intera umanità, anch’essa la predica Madre del Signore, benedetta sopra tutti i figli d’Adamo, albero ferace d’un frutto benedetto. Ma perchè tanta grazia e tante lodi a Maria? Ella è umile, ed ecco perchè Dio l’esalta; Ella s’affida a Dio e crede, ed ecco perchè Dio compie in lei le sue splendide promesse. Il Magnificat pertanto è il geniale capolavoro di questa sublime Profetessa, ripiena dello Spirito Santo. In esso si traducono i suoi sentimenti d’umiltà, di fede, di riconoscenza e d’amore, di cui la Chiesa s’è così invaghita, che non saprebbe interdirsi la gioia di cantare questo cantico neppure nei giorni di lutto più straziante. Perciò nell’ufficio dei defunti, nel triduo della Settimana Santa, quando si sospendono gli alleluia, le dossologie, gl’inni e ogni altro carme di letizia, la sacra liturgia non sa però decidersi a sospendere il Magnificat, che, privilegiato, echeggia sotto le volte del tempio anche durante la lugubre mestizia del venerdì di Parasceve.

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