I. Schuster, Sabato dei quattro tempi (d'Avvento)

da: Card. A. I. SCHUSTER, OSB, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul messale romano, II, Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 128-142.

Da principio, le ordinazioni dei sacri ministri in Roma non si celebravano che nel mese di dicembre; quando cioè la famiglia cristiana, all’appressarsi della solennità del Natale, con un solenne triduano digiuno offriva a Dio quasi una libazione dei frutti raccolti nella stagione, e profittava di quest’occasione per implorare i suoi carismi sopra coloro che lo Spirito Santo aveva designato a continuare l’opera degli Apostoli, nel governo del gregge di Gesù Cristo. Le ordinazioni dei sacri leviti si celebravano di regola presso la tomba di san Pietro. Siccome però ci si teneva a far rilevare che, sebbene tutti i membri del clero facciano capo all’Apostolo, da cui essi derivano, come da sorgente vitale, la loro podestà, tuttavia il solo Papa eredita da lui la pienezza della podestà. pontificia ed il primato universale sulla Chiesa, perciò nel secolo XII solo la consacrazione pontificia si compieva regolarmente sull’altare che sovrasta l’avello dell’Apostolo, mentre le altre venivano per solito celebrate nella attigua rotonda di sant’ Andrea o nell’oratorio di san Martino. Altra volta questo sabato in Roma era aliturgico, come il sabato santo e gli altri sabati dei IV Tempi; il che importava che il digiuno, iniziato dopo la cena del venerdì a sera, si protraesse sino all’aurora della domenica successiva, al termine della messa vigiliare che si recitava nella basilica vaticana.

   In quei primi tempi di cui trattiamo, dominava ancora l’originario concetto dell’agape convivale intimamente associata alla celebrazione del Sacramento Eucaristico. Il digiuno ecclesiastico escludeva perciò eziandio la messa, la quale sin dai tempi di Tertulliano segnava invece il termine dell’astinenza. Era quindi ben naturale che, dovendosi celebrare le sacre ordinazioni durante la vigilia domenicale a san Pietro, il popolo si astenesse dal cibo per tutto il giorno precedente, e quindi il sabato non avesse messa.

Negli antichi Sacramentari i sabati dei IV Tempi prendono spesso il nome di sabati dalle dodici lezioni, e l’origine è questa. Da principio in Roma, e ne seguivano l’esempio molte altre Chiese occidentali, si digiunava tre di la settimana, cioè il mercoledì, il venerdì e il sabato, e nella notte precedente la domenica si celebravano le vigilie notturne in preparazione del sacrificio domenicale. Ecco lami tempi di cui trattiamo, dominava ancora l’originario concetto dell’agape convivale intimamente associata alla celebrazione del Sacramento Eucaristico. Il digiuno ecclesiastico escludeva perciò eziandio la messa, la quale sin dai tempi di Tertulliano segnava invece il termine dell’astinenza. Era quindi ben naturale che, dovendosi celebrare le sacre ordinazioni durante la vigilia domenicale a san Pietro, il popolo si astenesse dal cibo per tutto il giorno precedente, e quindi il sabato non avesse messa.

Negli antichi Sacramentari i sabati dei IV Tempi prendono spesso il nome di sabati dalle dodici lezioni, e l’origine è questa. Da principio in Roma, e ne seguivano l’esempio molte altre Chiese occidentali, si digiunava tre di la settimana, cioè il mercoledì, il venerdì e il sabato, e nella notte precedente la domenica si celebravano le vigilie notturne in preparazione del sacrificio domenicale. Ecco la forma primitiva della santificazione della settimana cristiana, a confronto della farisaica, che importava solo un duplice digiuno, il lunedì e il giovedì. Questa rigida disciplina evangelica col tempo si rilasciò, e quello che prima era il consueto rito del ciclo ebdomadario, nel IV secolo fini per divenire la esclusiva caratteristica d’alcune settimane speciali, in occasione cioè dei tre solenni digiuni dei mesi di giugno, di settembre e di dicembre, contrapposti alle ferie latine della mietitura, della vendemmia e della svinatura.

Il tipo dell’antica vigilia romana ci è stato sufficientemente conservato nel Messale Romano nella prima parte della cerimonia che precede ora la benedizione del fonte battesimale il sabato santo. Questo tipo arcaico originariamente deriva dall’uso delle sinagoghe della diaspora, ove in ciascun sabato il popolo alternava il canto responsoriale dei salmi alle letture di determinate peri copi scritturali, commentate dai Rabbi. Dato che Paolo, Barnaba, Sila e gli altri frequentavano le adunanze sabbatiche nelle sinagoghe, le sinassi cristiane potevano incominciare solo al tramonto del sole, dopo compiuto il servizio liturgico dei figli d’Israele. Quando i trepidi seguaci del Vangelo si raccoglievano circa domos ad frangendum panem, già spuntava Venere in cielo, e la funzione dovendosi protrarre tutta la notte, incominciava colla poetica cerimonia del lucernario, onde dedicare alla luce increata la tremula fiammella che doveva diradare le tenebre della Sacra veglia. Essa era il vero simbolo della nascente Chiesa.

Assai prima che i monaci trapiantassero dall’Egitto e introducessero nella liturgia basilicale romana il tipo della vigilia salmodica in uso in quei cenobi, la veglia della Chiesa di Roma importava tutto un intreccio di dodici lezioni ripetute in latino e in greco, in grazia della popolazione promiscua dell’eterna città, e alternate dal canto responsoriale delle famose Odi mattutinali e dalle collette del sacerdote. Forse da principio le lezioni, come eziandio in Oriente, venivano successivamente commentate al popolo dai presbiteri o dal Papa; ma verso il V secolo tutta la spiegazione era contenuta nella colletta pronunziata dal presidente dell’assemblea. Alla fine di ciascun brano di lettura il diacono invitava il popolo alla preghiera: Flectamus genua, e l’adunanza si prostrava al suolo, meditando su quanto aveva udito leggere. Levate, intimava dopo pochi istanti il levita, e tutti sorgevano allargando le braccia in forma di croce in atto di preghiera. Allora il sacerdote a nome di tutti recitava la breve prece pur oggi descritta nel Messale, la quale in tanto si chiamava colletta, perchè riassumeva i voti particolari di ciascun fedele, e cosi riuniti li presentava al trono del Signore. Al termine delle vigilie, in sullo spuntare dell’alba, il cantico dei tre giovanetti di Babilonia, detto comunemente Benedictiones, poneva termine alla salmodia, e serviva come canto di passaggio tra l’ufficiatura vigiliare e l’offerta del Sacrificio Eucaristico. Prima però d’arrecare i sacri doni all’altare, si compiva l’ordinazione dei nuovi ministri. Lo schema del rito era identico pei vescovi, pei preti e pei diaconi. Una breve colletta di preparazione, quindi il canto della prece eucaristica di consacrazione (prefazio) accompagnata dall’ imposizione delle mani. Non v’erano da principio nè consegna di strumenti, nè unzioni, nè vestizioni, introdotte più tardi sotto l’influenza gallicana; l’anafora consacratoria si muoveva sull’identico ritmo di quella della messa, di cui l’ordinazione costituiva come un breve preludio e una parte preparatoria. In quei tempi aurei per la sacra liturgia, l’Eucaristia era il vero punto centrale del culto cattolico: essa incorniciava ogni altro atto cultuale. Era in vista della sua consacrazione che si ordinavano i nuovi ministri; onde era ben giusto che questo rito formasse la parte preliminare dell’anafora stessa. Ed è per questo che i più antichi documenti liturgici ci riferiscono il testo dell’ anafora eucaristica appunto quando vengono a trattare delle ordinazioni dei nuovi sacerdoti « Quando voi avrete eletto alcuno alla dignità di vescovo o di presbitero, recitate su di lui la prece di consacrazione; quindi, ricevuto che egli avrà dal popolo il bacio di pace, il diacono gli presenti il pane ed il vino, ed il nuovo sacerdote reciti su di questi elementi l’anafora d’oblazione ». Cosi generalmente nei canoni d’Ippolito e nei più antichi testi superstiti di diritto Ecclesiastico.

   Oggi il rito prescritto dal Pontificale Romano per le sacre ordinazioni, è molto più complesso. La mentalità giuridica franca colle sue distinzioni tra il diritto e l’investitura per l’attuale esercizio di questo diritto, ha introdotto nel cerimoniale di Roma tale un complesso di doppioni di preghiere di ricambio, di consegne di strumenti, di vestizioni, d’unzioni coll’olio dei catecumeni, col crisma, che talora i teologi scolastici hanno finito per non raccapezzarvicisi più nella ricerca della materia e della forma essenziale del sacramento dell’Ordine. Convien dire che Roma assai di mal animo e solo alla fine del medio evo si acconciò a quest’intrecci di cerimonie; nei lunghi secoli dell’età di mezzo ella, come attestano gli Ordines Romani, ha conservato intatte le sue originarie anafore per l’ordinazione dei sacri ministri, e queste, poste a confronto con quelle che troviamo recensite nei più antichi documenti liturgici del patriarcato d’Alessandria e d’Antiochia, i Canoni cosi detti d’Ippolito, l’ordinamento Ecclesiastico degli Egiziani, la Didascalia degli Apostoli, le Costituzioni Apostoliche, il Testamento del Signore ecc., risultano loro strettamente affini, e derivanti da una primigenia comune fonte ispiratrice.

Non essendo qui il luogo di riferire per intero le formole romane per la consacrazione dei sacri ministri, le riassumeremo brevemente.

   Premessa una breve colletta di introduzione, che a titolo d’onore precede sempre in antico cosi le anafore eucaristiche che l’orazione domenicale, la prece per la consacrazione dei vescovi e del Papa stesso, esprimeva il concetto che, a differenza dell’antico sacerdozio levitico, le cui prerogative consistevano tutte nell’esterno splendore delle vesti, il sacerdozio cristiano non ha vesti speciali. – Ci troviamo dunque in un periodo in cui non esiste ancora un tipo speciale di vesti ieratiche; ma, precisamente come in Roma ai principii del IV secolo, i sacri leviti nel ministero dell’altare e nel seppellire i Martiri si distinguono appena per il maggior candore dei loro pallii gittati sulla toga latina dal taglio comune degli altri cittadini. – Gli ornamenti invece del sacerdozio nostro, proclama alto l’anafora, sono le virtù, quelle appunto che simboleggiavano tipicamente gli ori e le gemme dell’antico efod pontificale. Siccome poi nei primi tre secoli, a preferenza dei presbiteri che solo presiedevano ai penosi esercizi dell’exomologesi dei penitenti, il ministro abituale dell’assoluzione sacramentale, come del battesimo e della prima comunione, era il vescovo, cosi nell’anafora di cui trattiamo si supplica Dio di consegnargli le chiavi del celeste regno, affinchè leghi e sciolga in Cielo quello che colla sua sentenza avrà legato e sciolto in terra.

   In quei primi tempi cosi agitati dalle eresie, a preferenza dei preti anche il ministero della predicazione era tanto proprio dei vescovi, che, non ostante il cattivo viso che san Girolamo faceva a questo estremo riserbo del potere pontificale, un tempo Roma ebbe a riguardare perfin con occhio diffidente la differente disciplina delle Chiese Gallicane, ove ai presbiteri era lecita la predicazione. Quindi nell’anafora consacratoria dei vescovi, esprimesi anche quest’ufficio di annunziare la parola di Dio, tanto importante e cosi proprio dei Pontefici, i quali appunto pel ministero dell’evangelizzazione venivano considerati come i successori degli Apostoli.

Tenuto quindi conto di tutte queste attribuzioni vescovili nel primi quattro secoli, poichè l’anafora consacratoria dei vescovi, giusta il Pontificale Romano, riflette precisamente quest’ordine d’idee e questa primitiva disciplina della Chiesa, la sua redazione non va riportata oltre il secolo V, ma piuttosto prima che dopo. A lato dei brani più importanti del testo dell’odierno Pontificale, pongo le frasi parallele degli Statuti Apostolici e dei cosi detti Canoni d’Ippolito.

Pontif. Roman.

Huic famulo tuo quem ad summi Sacerdotii ministerium elegisti, hanc, quaesumus, Domine, gratiam largiaris… ut tui Spiritus virtus et interiora eius repleat….. Sint speciosi munere tuo pedes ad evangelizandum…

… Da ei … ministerium reconciliationis, in verbo, in laetis, in virtute signorum et prodigiorum Da ei, Domine, claves regni caelorum, quodcumque ligaverit super terram, sit ligatum et in caelia, et quodcumque ligaverit super terram, sit ligatum et in caelis. Quorum retinuerit peccata retenta sint, et quorum remiserit, tu remittas. Tribue ei, Domine, cathedram episcopalem, ad regendam ecclesiam tuam.

Statuto Apostol. latin. Veron. 

Da … super hunc servum tuum quem elegistiad episcopatum, pascere gregem sanctam tuam, primatum sacerdotii tibi exihibere…..

 

…..habere potestatem dimittere peccata … solvere etiam omnem colligationem, secundum potestatem quam dedisti Apostolis.

Canon Hippolythi.

… Ratione huius episcopi qui est magnus Abraham, …respice super servum tuum, tribuens Virtutem tuam et spiritum… quem … tribuisti sanctis Apostolis…

 

Tribue illi episcopatum… et potestatem ad remittenda peccata, et tribue illi facultatem ad dissolvenda omnia vincula iniquitatis.

  

   Nella formola consacratoria romana è notevole che l’autorità di rimettere i peccati sia posta direttamente in relazione colla podestà delle somme chiavi consegnate a Pietro; il che si verifica pel Pontefice romano, ma non è interamente esatto per gli altri vescovi. La quale osservazione c’induce a sospettare, che da principio l’anafora del Pontificale sia stata redatta per l’esclusiva consacrazione del Papa, e che solo in seguito sia stata adibita per quella degli altri vescovi suffraganei di Roma, i quali appunto dovevano ricevere la loro consacrazione di mano del Pontefice, in qualità. di loro metropolitano.

    L’ufficio dei presbiteri, giusta la disciplina ecclesiastica dei primi secoli, era quello di formare il consiglio del vescovo, e di sostituirlo nell’amministrazione dei Sacramenti, fatta eccezione di quelli che, per divina istituzione o per disciplina canonica, erano a lui riservati. Perciò, giusta il Pontificale Romano, nell’ anafora consacratoria dei sacerdoti, il vescovo, ricordato dapprima che Mosè nel deserto era coadiuvato da un’assemblea di settanta anziani, e che Aaron giovavasi del ministero dei propri figli, e che infine anche agli Apostoli Gesù accordò l’aiuto dei dottori, supplica il Signore che nella persona dei nuovi candidati al sacerdozio conceda anche a lui consacrante degli aiuti ripieni dello spirito di ogni santità. In armonia colla posizione occupata in antico dai presbiteri che, pur formando il consesso sacerdotale attorno alla persona del vescovo, nelle circostanze ordinarie non avevano alcuna attribuzione particolarmente loro riservata, non battezzavano, non celebravano la messa, non assolvevano i penitenti se non in mancanza del vescovo e dietro sua speciale delegazione, nell’anafora del Pontificale Romano per l’ordinazione dei preti non si esprime alcun ufficio particolare loro distintamente attribuito; solo si prega in genere che il carisma sacerdotale li renda providi cooperatores ordinis nostri, appunto come avveniva in pratica, quando in quei primissimi tempi l’unico sacerdos e ministro dei sacramenti era il Pontefice, ed i preti, fatta eccezione del sacramento dell’ Ordine Sacro, lo sostituivano solo là dove non poteva giungere l’attività di lui.

  Il diacono nell’antichità era l’indivisibile compagno del vescovo; si può anzi dire che, se il collegio presbiterale rappresentava la sapienza della Chiesa e il fulcro dell’autorità episcopale, i diaconi però erano il suo braccio destro. Fu cosi che a Roma nel III secolo era invalso l’uso, che giammai i preti, ma sempre invece i diaconi succedessero al Pontefice defunto. A differenza dei preti, che col senno e colla podestà loro assistevano il vescovo nel regime spirituale della Chiesa e nell’amministrazione dei Sacramenti, l’ufficio dei diaconi, per quanto di maggiore responsabilità, era più umile. Nelle sinassi sacre i preti, appunto perchè condividevano, sebbene in grado inferiore, il sacerdozio col Pontefice, si assidevano a lato a lui, talora concelebravano insieme, frangevano col medesimo il Pane Eucaristico, mentre l’atteggiamento caratteristico dei diaconi era quello di stare sempre in piedi, come chi attende ordini dall’alto, ed è destinato ai materiali uffici del sacro ministero. Quali? Non già semplicemente l’assistenza al vescovo quando egli predicava, celebrava i divini Misteri, o si recava ai Concili, ma soprattutto l’amministrazione del patrimonio ecclesiastico, dei cimiteri, la cura dei poveri, degli orfani, dei catecumeni, dei prigionieri gettati in prigione per la confessione del nome di Cristo, la corrispondenza della cancelleria episcopale, ecc.

   L’anafora di consacrazione del diacono esprime perciò tutta l’importanza che la Chiesa annetteva all’ufficio dei suoi leviti. Le loro qualità morali debbono essere tali e tante, che il vescovo quasi esita a farsi mallevadore del loro merito presso i fedeli, e si appella perciò all’ imperscrutabile giudizio di Dio, il quale solo può penetrare le coscienze dei candidati e risanare le piaghe che sfuggono all’occhio e alla cura umana. I diaconi, prega perciò il celebrante, siano l’esempio fulgido d’ogni virtù, siano casti, costanti, modesti nell’autorità loro. Quest’ ultima raccomandazione era particolarmente opportuna pei diaconi romani, che eccedevano talora nelle loro competenze, sì da costringere dei concili a porre un freno all’alterigia loro: De diaconibus Urbis, ut non sibi tantum praesumant.

   Coll’aiuto dei vari Ordines Romani noi possiamo seguire passo passo tutto lo sviluppo del rituale delle sacre ordinazioni nell’Eterna Città. Da principio, una semplice oratio in forma d’anafora, accompagnata dall’imposizione delle mani episcopali, e che formava come una brevissima parentesi nel consueto ordine dell’offerta del divin Sacrificio. Era questione di qualche minuto: ieiunantes et orantes,imposuerunt eis manus, perfettamente com’è descritta negli atti degli Apostoli l’ordinazione di Paolo e di Barnaba. Chiusa la parentesi, si continuava la messa dal punto in cui era stata sospesa, e l’Eucaristia poneva l’ultimo suggello ad ogni rito.

   Nel medio evo il cerimoniale si complica. Viene la consegna ufficiale degli oraria deposti il di innanzi sull’arca sepolcrale di san Pietro, la vestizione delle penule, le litanie, la cavalcata solenne dei nuovi preti e diaconi ai rispettivi titoli i ai quali riti descritti negli Ordines Romani del IX secolo, s’ intrecciano più tardi le altre cerimonie gallicane delle unzioni e della consegna degli strumenti, simboli dell’ Ordine ricevuto. Tutto quest’incrocio rituale lascia alquanto a desiderare dal punto di vista dell’estetica liturgica, la quale esige nel culto assoluto rigore teologico di formole, ordine, armonia e proporzione nelle parti. Nell’insieme, però, la fusione dei due cerimoniali romano e gallicano, a chi non guarda tanto per il sottile, è di effetto e piace. La Chiesa parla, e la parola sua, anche quando per sussulto straboccante d’affetti non procede con rigoroso ordine metodico, desta sempre una viva impressione, perchè è la parola dello Spirito Santo, e verbo di Dio non è mai sterile, nè si cancella.

Nella messa, più che delle sacre ordinazioni, domina il concetto della prossima venuta del Verbo incarnato. Forse originariamente nelle notti in cui si celebravano a Roma le sacre Vigilie, e a più forte ragione quando s’ordinavano i sacri Ministri, tutta la prima parte della liturgia eucaristica – la così detta Messa dei Catecumeni che vuol essere appunto una riduzione del primiero rito vigiliare – si ometteva, per incominciare subito colla presentazione delle oblate e coll’anafora consacratoria. Così appunto si costumava il pomeriggio del Giovedì Santo, dopo che la mattina s’erano riconciliati i penitenti ed era già preceduta la missa chrismalis. Ed è forse questa la ragione per cui oggi negli Ordines si dà tanta importanza al canto delle Benedictiones dopo la lezione di Daniele, giacchè queste lodi dovevano appunto tenere il luogo della consueta dossologia mattutinale, l’Inno Angelico, disponendo immediatamente gli animi per l’anafora consacratoria. Comunque sia, ad intendere bene l’attuale testo del Messale, noi dobbiamo tener conto della successiva stratificazione di tutti questi riti. La loro attuale fusione risale indubbiamente ai tempi almeno di san Gregorio Magno. Sappiamo infatti che fu proprio lui a raccorciare il primitivo rito vigiliare, che importava da principio la recita di dodici lezioni tanto in greco che in latino. Il santo Pontefice le ridusse della metà, ma, fuori dell’ambiente della Curia pontificia, tanta fu la forza dell’uso, che non solo rimase intatta l’antica denominazione di sabato delle XII lezioni già attribuita a questi sabati dei IV Tempi, ma in grazia del Gelasiano adottato in moltissimi luoghi in Francia e altrove, sopravvissero pure al naufragio le famose dodici lezioni della vigilia pasquale. Queste, bandite già da Roma per la porta, dopo quasi un secolo vi ritornarono per la finestra, giacchè, soppresse nel Sacramentario Gregoriano, esse riacquistarono la cittadinanza per opera del Gelasiano, quando questo nel periodo franco si compenetrò nell’uso del clero col codice del primo Gregorio.

   L’introito della messa è tolto dal solito salmo 79, il cui motivo, a guisa di ritornello, ci ritorna continuamente all’orecchio in questi giorni di santa aspettativa: « Vieni, o Signore, e mostraci il tuo volto, tu che t’assidi sui Cherub ». Il Signore aveva già detto a Mosè ed Elia, i più grandi contemplativi dell’antico patto, che essi non avrebbero potuto mai rimirarlo in faccia, ma che avrebbe da tergo mostrato loro la sua gloria. Questo però avveniva in una religione mista di timore e di servitù, quando tutto il culto era un simbolo della realtà futura. Adesso invece l’economia divina è cambiata e, più fortunati degli antichi Patriarchi e Profeti i quali sospirarono invano la nostra grazia, tra non molto noi contempleremo la graziosa faccia d’un neonato tutto spirante amore, e deposto tra due animali sulla paglia d’un presepio. Ad imitazione di Maria e di Giuseppe, fissiamo riverentemente i nostri occhi su quel volto che riflette lo splendore della natura divina, ed è l’immagine perfetta della paterna bontà. Per noi quella faccia, lo scintillare di quegli occhi, è come la stella polare che nell’oceano di questa vita ci mostra la direzione del porto. Noi felici, se nel giorno del giudizio potremo altresì rimirare con confidenza quel volto divino per noi umanato, e nella sua passione deformato, oltraggiato, ricoperto di grumi di sangue e di sputi. Se egli ci sorriderà benigno, la partita è vinta: l’aurea porta del Cielo ci si aprirà dinnanzi per l’eternità.

   La breve litania subito dopo l’introito, è un estremo ricordo della processione che si celebrava altra volta per recarsi alla chiesa stazionale. La segue una colletta dal carattere spiccatamente penitenziale: « O Signore, deh!  tu vedi come noi gemiamo sotto i flagelli meritati purtroppo dalle nostre colpe; vieni e ci visita onde consolarci ». Lo spirito d’umiltà e di penitenza sono le condizioni essenziali d’ogni santità, e dànno come il ritmo alla vera ascesi.

   La prima lezione è tratta da Isaia (XIX, 20-22). Israel geme sotto il giogo degli Egiziani e leva alto il suo grido a Iahvè! Questi interviene, punisce i persecutori, non per odio o per spirito di vendetta, ma per risanarli; in modo poi che anche i servi dei Faraoni elevino altari al Dio di Giacobbe, e siano a parte del regno Messianico. Il popolo eletto che, ristretto negli angusti confini della Giudea, geme sotto l’oppressione dei Gentili, simboleggia l’umanità intera sotto la tirannia del peccato. Viene il Liberatore e punisce gli oppressori, distruggendo il regno di Satana e dei suoi alleati. I Gentili si convertono, entrano nel seno della Chiesa e riconoscono la potenza di Iahvè e del suo Cristo Salvatore, erigendo altari ed offrendo da Oriente ad Occidente un’oblazione unica e pura, quale appunto fu predetta da Malachia.

   Il responsorio graduale che segue la lezione, è tolto dal salmo 18 che è tutto una lode della Thora: « Il sole sorge dal più alto dei cieli, e compie il suo giro per tramontare poi all’opposta sponda e tuffarsi come in un bagno d’oro, nell’ oceano ». Questo sole è il Verbo di Dio. La sua origine è anteriore all’ aurora antelucana, giacchè è generato da tutta l’eternità. È là il vero punto di partenza del suo corso trionfale. L’opposto versante in cui s’immerge e tramonta per indi risorgere il giorno appresso, è l’ignominia della Croce, che qui nel salmo viene denominata per anticipazione il più alto culmine dei cieli, perchè quel Dio che il venerdì di Parasceve muore sul patibolo, nel tempo stesso viene adorato dagli Angeli e dai Santi come il trionfatore della morte e dell’inferno, il gran monarca della gloria. È per questo che durante l’adorazione della Santa Croce il venerdì Santo la Chiesa canta il trisagio ed esclama: Crucem tuam adoramus, Domine, et sanctam resurrectionem tuam laudamuset glorificamus. Ecce enim propter lignum venit gaudium. Dopo il salmo responsoriale il diacono invita alla preghiera, e il sacerdote soggiunge: Fa, o Signore, che mentre ora ci avvilisce l’antico servaggio del peccato, la nascita del tuo unigenito sia per noi l’inizio del riscatto.

   Nella seconda lezione, Isaia (xxxv, 1-7) si diffonde nella descrizione dell’età aurea dell’era messianica, quando saranno risanati i ciechi e gli storpi, verranno irrigati da fresche acque correnti gli aridi deserti, i quali perciò si rivestiranno di verdura e di fiori, sì da gareggiare colle falde del Libano, del Carmel e del Saron. I timidi allora prenderanno animo ed allargheranno il cuore alla speranza, giacchè lahvè è vicino e pronto a prender le loro difese.

   Il graduale è formato da altri versetti del salmo 18, il quale oggi fa gli onori della festa: « Il Signore ha eretto la sua tenda nel sole, ed egli, al pari d’uno sposo, eccolo che già s’avanza ». Il sole qui simboleggia l’eterno Padre, nel c:ui seno da tutta l’eternità. viene generato il Verbo. Si può pure adattare all’ ineffabile santità ed amore di Maria, che portò nove mesi in seno il Redentore Gesù. Questi, come vago fiore sbocciato su verde stelo, se ne viene al mondo tutto spirante amore, al pari d’uno sposo i l’imeneo però che egli vuol stringere non è già quello dei corpi, ma sì delle anime che brama di congiunger al suo Cuore, per metterle a parte dei propri ineffabili tesori della sua divinità.

  Nella colletta il sacerdote prega il Signore, che la gloria della venuta del suo unigenito Figlio, bandisca via finalmente il lutto che da si lungo tempo ci opprime a cagione delle passate colpe. Ecco l’effetto del peccato, o, come s’esprime l’Apostolo, stipendia peccati, la morte, il dolore. L’età nostra, a cagione della sua apostasia da Dio, più che ogni altra è divenuta sentimentale e triste. Essa, non ostante la sua sfrenata bramosia di voluttà, ha inaridite le fonti della gioia, la quale è un dono che lo Spirito Santo concede solo alle anime che temono Iddio. Il Paraclito concede ai giusti il suo gaudio appunto per equilibrare il dono del timore santo di Dio, il quale, se esclusivamente dominasse lo spirito, lo renderebbe pusillanime e facilmente servile. Continua Isaia (XL, 9-11) a dar l’annunzio della futura liberazione Messianica. Quest’annunzio del figlio d’Amos prelude la lieta novella Evangelica, e deve essere pubblicato a suono di trombe sulle vette dei monti, perchè così la notizia si diffonda più facilmente a tutti i popoli. Che il suo grido liberatore giunga anche a coloro che sarebbero interessati a soffocarlo! Il Messia verrà loro malgrado, e al pari d’un buon pastore, raccoglierà la greggia sbandata e si recherà sugli omeri i teneri agnelli, e le stanche pecorelle. L’antica arte cristiana prediligeva assai questa figura simbolica di Gesù, buon Pastore, e la riproduceva non pur in marmo, in pittura, sulle pareti dei Cimiteri, sui sarcofagi, ma, come Tertulliano rimprovera a papa Callisto, perfino sui calici Eucaristici.

   Il responsorio deriva dal salmo 79. « O Dio di potenza, deh ! ci mostra svelatamente la tua faccia e saremo salvi ». Nell’Antico Testamento il volto di Dio, al pari di quello del legislatore Mosè, era velato sotto i simboli e le figure dei sacrifici cruenti e delle profezie. Ma questa condizione non soddisfaceva all’ amore delle anime, le quali, come quella d’Abramo il quale exultavit ut videret diem meum, anelavano a qualche cosa di meglio. Loro non bastava d’essere servi di Iahvè, ma ambivano l’onore di divenire suoi figli ed amici. Le ricompense temporali non colmavano il vuoto del cuore: invece della terra dove scorreva latte e miele, essi desideravano il cielo, volevano il bacio di Dio, dicendo colla Cantica: Osculetur me osculo oris sui.

   Nella colletta si esprime bellamente il concetto, che la prossima venuta del Redentore, oltre il farmaco per lenire le amarezze della vita presente, ci arrechi altresì il pegno dell’eterna ricompensa.

   Continua il Veggente di Giuda a svolgere il suo preferito argomento sull’ ȇra messianica (Isaia XLV, 1-7). Questa volta uno dei tipi che simboleggiano il Redentore è il gran Ciro, colui che agli Ebrei da settant’anni captivi in Babilonia, die’ finalmente licenza di ritornare a riedificare le loro distrutte città di Giuda. Iddio aveva appunto preordinato da gran tempo il Re Persiano a tale missione; Egli aveva condotto i suoi eserciti alla vittoria, umiliando i sovrani babilonesi, ed aprendo a lui la porta dei loro tesori. Ciro tuttavia nulla apprese dalla lieta fortuna dei suoi avvenimenti; egli non s’accorse affatto della mano invisibile che guidava i suoi passi, nè della potenza di Colui del quale era semplice strumento. Anche quest’incredibile ingratitudine entra nel piano di Dio e serve a maturare i tempi. Il mondo in tanti millenni d’esperienza nulla ha appreso. Oggimai è divenuta vana ogni speranza negli uomini; è necessario che i cieli stessi si dilatino e, come rugiada, distillino sulle nostre aride zolle il Salvatore.

   Anche il responsorio che segue deriva dal salmo 79. « O tu che reggi i passi d’Israel, che guidi, a’ guisa d’agnella, le sorti di Iacob, che t’assidi sui Cherubini, deh! ti mostra, e la tua luce irradii sopra Efraim, Beniamin e Manasse». Queste tribù, ultime fra le caste di Israele, designano molto bene il carattere della lieta novella messianica, diretta soprattutto ai poveri e agli umili.

  La colletta che oggi termina la preghiera del popolo dopo il canto del responsorio, confessa che noi siamo giustamente puniti a cagione dei nostri peccati. Ma essa esprime altresì la speranza che la visita del Salvatore riempia nuovamente di gioia il mondo. Espresso in termini diversi, il concetto che predomina la sacra veglia di questa notte è sempre unico: il peccato trae seco il dolore, la grazia disserra invece i canali del gaudio.

   L’ultimo luogo nelle sacre Vigilie è riservato sempre a Daniele colla tenera scena dei tre giovanetti gettati nella fornace di Babilonia, la quale serve di preludio allo splendido cantico delle Benedizioni, ispirato liberamente al grande Hallel del Salterio. Col qual inno, imitato più tardi dal Serafino d’Assisi nel suo Cantico di fratesole, Anania, Azaria e Misael benedicono Dio per tutte le magnificenze che egli ha diffuse sull’opera della creazione, per la provvidenza con cui la modera, per la potenza colla quale la dirige all’ultimo fine, che è la sua maggior gloria. L’anafora eucaristica nella sua forma primigenia del II secolo, non farà che riprendere e sviluppare questo tema di tenero ringraziamento tradizionale nella Sinagoga, ed adottato anche da Gesù nel tibi gratias agens dell’ ultima Cena.

   La colletta che pone fine alle benedictiones, si riferisce appunto ai tre giovanetti gettati nella fornace babilonese; come Dio li liberò dal tormento del fuoco, cosi ora liberi ancor noi dal bollore delle male passioni.

   L’Epistola di san Paolo ai Tessalonicesi (II, li, 2-8) insieme colla seguente lettura evangelica, oggi rappresentano un doppione posteriore, una volta che è già preceduta la veglia domenicale dalle dodici lezioni. Evidentemente, quando la disciplina vigiliare in Roma cominciò a dar giù e, fuori di san Pietro, negli altri titoli urbani, invalse l’uso di dire la messa per i propri parrocchiani, questa dovè essere adattata e ridursi al consueto tipo della messa romana, colle lezioni cioè dell’Apostolo e del Vangelo. Ai tempi di san Gregorio, ridotta l’antica vigilia a un semplice ricordo di sei lezioni profetiche, i due schemi trovaronsi riavvicinati nel Sacramentario, e finirono per fondersi ed acconciarsi in pace insieme.

   San Paolo nell’Epistola ai Tessalonicesi tratta del problema escatologico, che allora sconcertava tanto i suoi corrispondenti. I fedeli di Salonicco non si lascino intimidire: la parusia non è cosi prossima quale vuolsi loro far credere. Prima deve precedere una generale apostasia delle nazioni ed il mistero d’iniquità deve arrivare al colmo, colla profanazione dello stesso tempio di Dio. Questo mistero già incomincia ad avere il suo svolgimento, ma viene ritardato da una forza – un angelo, una potenza celeste -, che finalmente dovrà pur essa ritirare il suo soccorso, sebbene per breve tempo. Alla fine, ecco che riapparirà il Cristo, il quale riporterà decisiva vittoria sull’avversario, ed al soffio della sua parola ne annienterà il regno nefasto.

   La sacra liturgia durante l’Avvento riavvicina spesso tra loro le due venute del Cristo sulla terra, la prima nell’umiltà della carne, e la seconda nella potenza della maestà. Ciò si fa, perchè questa doppia teofania in realtà non presenta che due aspetti distinti d’un unico piano di redenzione. L’ȇra messianica non ha la rapidità della folgore, ma s’inizia umilmente a Bet-lehem, va lentamente svolgendosi durante tutti i secoli che durerà la Chiesa, e raggiunge il suo punto culminante il giorno del giudizio, quando, vinto l’inferno e la morte, l’umanità credente risorgerà gloriosa col suo Mistico Capo, Gesù Cristo, primizia dei dormienti. Tutto questo « divenire », come si svolge, giusta la Scrittura, durante l’intervallo tra l’ora undecima e la duodecima, cosi non costituisce che un’unica apparizione Messianica, la quale però importa uno sviluppo graduale.

   Il responsorio graduale è derivato dal salmo 79, ed i suoi versetti sono stati già in parte recitati dopo la penultima lezione. Si affretta coi voti la venuta di Gesù buon Pastore, che diriga i passi d’Israele, che guidi Giuseppe, come pecora, che, al pari d’una stella, brilli sulle umili tribù d’Efraim, di Beniamin e di Manasse.

   La lettura evangelica è tratta da san Luca (III, 1-6) il quale, determinata prima bene la cronologia degli esordi della predicazione Cristiana, lumeggia a tratti vigorosi la missione di Giovanni il Precursore nel deserto.

   Il Cristianesimo non è semplicemente una speculazione teosofica, che erompe dagli intimi bisogni della coscienza, e di cui la mente non può rendersi pieno conto; ma è altresì una rivelazione di Fede e insieme un fatto storico che s’impone all’umana ragione. Come fatto storico, il Cristianesimo si presenta al mondo con tutte le garanzie che esige la più coscienziosa critica storica: documenti autentici e veridici, miracoli accuratamente controllati, dottrina divinamente superiore a ogni altra umana sapienza. E per questo che san Luca inizia la narrazione del Vangelo di Gesù dalle note cronologiche dei sovrani che allora moderavano le sorti della Palestina.

   Il verso ad offerendum è tratto dal profeta Zaccaria, e c’invita a consolarci per la prossima venuta del Salvatore. Ecco la più vera, la più pura sorgente di gioia: la dilatazione del regno di Dio nell’anima, la realizzazione della quotidiana preghiera domenicale: adveniat regnum tuum.

   La colletta d’introduzione al prefazio impetra dal Signore che accolga benigno il Sacrificio, onde la devozione del popolo consegua il fine che si propone, cioè l’eterna salvezza. Ecco ancora lo scopo di tutta la vita, al quale debbono essere indirizzate tutte le nostre azioni. Prefiggersene un altro, guadagnare pure tutto il mondo, a che giova, se poi non si salva l’anima?

  Nel verso per la Comunione, si ripete il giocondo annunzio di Isaia. Ecco che una Vergine concepirà e· darà alla luce un fanciullo che avrà nome Emanuele, cioè Dio-con-noi. La tradizione rabbinica nel medio evo si è studiata d’oscurare il senso di questa profezia messianica, sostenendo che il vocabolo ebraico Alma che la Volgata traduce per Virgo, significa semplicemente giovanetta. Gli esegeti però osservano, che questa parola tutte le volte che trovasi nel Sacro Testo si riferisce sempre ad una giovanetta non andata ancora a marito, e quindi vergine. Inoltre, il Profeta parla d’un segno che il Signore vuol dare al re Achaz e al popolo. Ora, che una giovane donzella abbia prole, è un fatto tanto comune, specialmente in Oriente dove si va a marito a dodici anni, che non esce in nulla dall’ordinario. Ma il prodigio sta appunto in questo, che è una Vergine la quale, pur restando inviolata e intatta, concepisce per virtù divina, e il frutto del suo seno è quale unicamente conveniva a tanta Vergine: un Uomo-Dio.

   La colletta eucaristica esprime bellamente il voto, che la frequenza alla sacra Mensa sia per noi argomento di frutti di salute ognor più abbondanti. Ecco come la dottrina della Chiesa circa la Eucaristia è sempre identica, sempre coerente con se stessa e colla tradizione. Dagli Atti degli Apostoli dove ci si descrivono i fedeli intenti allo spezzamento frequente dell’Eucaristico Pane, alla nostra colletta del Messale Romano, al decreto di Pio X sulla Comunione quotidiana, non solo non c’è soluzione di continuità, ma vi si vede anzi identità di dottrina, cosi che si può applicare alla dottrina cattolica quanto Paolo dice del Cristo: Iesus Christus heri, hodie, ipse et in saecula.

   Emanuele, Iddio con noi. Che nome confortante sta per assumere il Messia! Altra volta il peccato aveva innalzato come un muro di bronzo tra la creatura e il Creatore, e il nome di Dio non poteva neppure essere pronunziato dai figli d’Israele. Tra non molto invece il Verbo stesso verrà a porre sua stanza fra noi, ci redimerà, e per esprimere nel nome stesso tutto questo commovente programma di salvezza, si chiamerà Emanuele, Gesù, che vuol dire Salvatore. La terra allora non avrà più nulla ad invidiare al Cielo; ce ne staremo per sempre col nostro Dio, ed egli se ne starà con noi; egli sarà la nostra salvezza, e se Dio è con noi, chi potrà schierarsi contro di noi?

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