I. Schuster, La prima messa di Natale.da: Card. A. I. SCHUSTER, OSB, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul messale romano, II, Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 152-159.

Essendo ignota nei primi tempi la data storica della natività temporale del Salvatore, un’ antica tradizione inaugurata forse ai principi del II secolo, celebrava le varie teofanie del Cristo nella sua natura mortale, la sua nascita cioè, il suo battesimo nel Giordano e la sua manifestazione ai Magi poco dopo il solstizio d’inverno, nei primi dieci giorni di gennaio. Questa data convenzionale aveva già trovato credito in tutte la Chiese, quando, non si sa come, Roma sdoppiò per suo conto la festa delle Teofanie, anticipando ai 25 dicembre l’anniversario della nascita temporale del Salvatore. Quando e come la Chiesa Madre giunse a stabilire tale data? Lo ignoriamo, giacchè, messo da parte un testo assai dubbio del Commentario d’Ippolito su Daniele, il più antico documento che assegni il Natale al 25 dicembre è il Calendario Filocaliano del 336, il quale reca quest’indicazione: VIII Kal. ian. natus Christus in Betleem Iudee. Evidentemente il Cronografo non annunzia nulla di proprio, ma si fa l’eco della anteriore tradizione romana, la quale nel Liber Pontificalis pretende di risalire sino a papa Telesforo. Nel discorso tenuto in san Pietro da papa Liberio in occasione che il giorno di Natale diede il velo di verginità a Marcellina, sorella di sant’ Ambrogio, non vi si rileva alcun accenno alla novità della festa, ma anzi tutto il contesto conferma l’impressione che trattisi d’una solennità d’antica data, alla quale il popolo suole accorrere in folla per antica consuetudine.
       La festa di Natale fu da principio propria della Sede Apostolica. Il Crisostomo che l’introdusse in Antiochia verso il 375, si appella appunto all’autorità della capitale del mondo latino, dove, a suo avviso, si sarebbero ancor conservati gli atti del censimento di Quirino colla data precisa della nascita di Cristo a Bet-Iehem il 25 dicembre. Da Antiochia la festa passò a Costantinopoli i sotto il vescovo Giovenale, tra il 424-58, essa venne introdotta a Gerusalemme, quindi verso il 430 fu ammessa anche ad Alessandria, e da queste celebri sedi patriarcali si diffuse un po’ alla volta anche nelle diocesi loro dipendenti. Attualmente solo i monofisiti Armeni celebrano ancora il natale di Cristo alla sua primitiva data, il 6 gennaio.
       Non è da trascurare però una coincidenza. Il calendario civile della collezione Filocaliana, ai 25 dicembre nota il Natalis invicti, cioè del sole, la cui nascita coincide appunto col solstizio invernale. In un tempo quando, in grazia dei misteri mitriaci, il culto dell’aureo astro del giorno aveva preso tale sviluppo che, a dir di san Leone, gli stessi devoti che frequentavano la basilica vaticana si permettevano d’unirvi il rito superstizioso di salutare prima in sull’atrio dell’Apostolo il disco solare, non è improbabile che la Sede Apostolica coll’anticipare ai 25 dicembre la nascita del Cristo abbia voluto contrapporre al Sol invictus, Mitra, il vero Sole di giustizia, cercando cosi di stornare i fedeli dal pericolo idolatra delle feste mitriache. In un’ altra occasione affatto simile, per la festa cioè dei Robigalia il 25 aprile, Roma adottò un’identica misura di prudenza, e al corteo pagano al Ponte Milvio sostituì la processione cristiana che percorreva il medesimo tragitto; solo però che dalla via Flaminia e dal Ponte Milvio il clero voltava poi verso la basilica Vaticana, per finire poi coll’offerta del divin Sacrificio sul sepolcro dell’Apostolo.
     La caratteristica della festa di Natale nel rito romano è l’uso delle tre messe, una al primo canto del gallo – ad galli cantum -, l’altra in sull’albeggiare, e la terza in pieno giorno. Questa consuetudine ci viene già attestata da san Gregorio, ma è sicuramente più antica, giacchè l’autore della biografia di papa Telesforo nel Liber Pontificalis pretende di sapere che fu appunto questo Pontefice ad introdurre pel primo il canto del Gloria in excelsis nella messa della notte di Natale.
     La pannuchis natalizia colla messa in fine, oltre che dalla solennità, in certo modo era suggerita anche dalla circostanza che il Cristo era nato a Bet-lehem nel cuore della notte; e come a Gerusalemme, cosi anche a Roma si volle riprodurre liturgicamente quella scena notturna, tanto più che Sisto III aveva edificato a santa Maria Maggiore un suntuoso oratorio ad praesepe, il quale nella concezione romana doveva essere come una riproduzione di quello di Bet-lehem.
     Questa messa vigiliare non costituiva però, com’è adesso, una speciale caratteristica della solennità natalizia; era il consueto Sacrificio che regolarmente poneva termine alle sacre vigilie. Anzi, se dobbiamo argomentare la frequenza dei devoti dalla vastità del luogo in cui si celebrava la Stazione, convien conchiudere che il piccolo ipogeo ad praesepe contenesse un’adunanza assai ristretta di persone; tanto ristretta, che in una notte natalizia, mentre Gregorio VII vi celebrava la messa, egli potè esservi arrestato dagli sgherri di Cencio ivi posti in agguato, tratto via da Santa Maria Maggiore, e trascinato prigioniero in una torre del Parione, senza che il popolo romano sino alla mattina appresso s’avvedesse punto di ciò che era accaduto al Papa durante la Stazione.
     La vera messa solenne del Natale, in die sancto, era quella che si celebrava di pieno giorno a san Pietro. Fu appunto durante la messa natalizia a san Pietro che, a testimonianza di sant’ Ambrogio, papa Liberio innanzi a una gran folla di popolo diede il velo verginale a Marcellina. In quell’occasione il Pontefice tenne un celebre discorso conservatoci dal Santo nel De Virginibus, e di cui ci basta di riferire queste parole: «Tu, mia figlia, hai desiderato delle nozze assai sublimi. Tu vedi qual massa di popolo sia accorsa al genetliaco del tuo sposo, e come nessuno se ne parta non nutrito ». Se tutta quella gente attendeva ancora di comunicare alla messa papale, è un indizio questo che il concorso alla messa vigiliare e a quella dell’alba era stato ben poca cosa.
     Il giorno di Natale del 431 papa Celestino ricevè le lettere che l’informavano circa la riuscita del concilio d’Efeso. Egli le fece leggere innanzi « all’adunanza di tutto il popolo cristiano, a san Pietro ».
     Tra la messa vigiliare al Presepio e quella stazionale al Vaticano, verso il V secolo, in grazia della colonia Bizantina residente in Roma, prese luogo un’altra sinassi eucaristica ai piedi del Palatino. Essa aveva per oggetto di celebrare il natale della martire di Sirmio, Anastasia, il cui corpo era stato trasportato a Costantinopoli sotto il patriarca Gennadio (458-71). Fu scelto a Roma il titulus Anastasiae perchè gli atti identificavano la Martire colla fondatrice della Chiesa. Passati i Bizantini, scemò pure la popolarità della devozione a sant’Anastasia, ma sopravvisse la Stazione, che però, invece della festa natalizia della Martire com’era da principio, importò una seconda messa mattutinale in venerazione del mistero della nascita corporale del Signore.
     Originariamente la trina celebrazione del divin Sacrificio nel giorno di Natale era propria del Papa o di chi presiedeva la sinassi stazionale; anzi questa politurgia non era già qualche cosa d’assolutamente insolito in Roma. Anche la festa degli apostoli Pietro e Paolo godeva l’onore delle tre messe, quella dei figli di santa Felicita ne importava quattro, e generalmente tutte le altre grandi solennità dei martiri ammettevano più messe quanti appunto erano i santuari in venerazione. Le messe erano per lo meno due, quella ad corpus nell’ipogeo sepolcrale del Santo, e l’altra la missa publica, come la chiamavano, nella basilica superiore. Tale disciplina è affine un po’ a quella che regola attualmente la celebrazione delle messe conventuali negli odierni Capitoli Collegiali. Ricorrono spesso dei giorni in cui il Calendario assegna due o anche tre messe conventuali; questo però non vuoI dire che il medesimo sacerdote debba offrire egli per la seconda e la terza volta nello stesso giorno il santo Sacrificio, e meno ancora che fuori di coro ogni prete sia autorizzato in quei giorni a celebrare più messe. Indica soltanto il numero dei Sacrifici cui il Capitolo Collegiale è tenuto di assistere. Così era pure in antico pei giorni politurgici ; si ufficiavano i vari santuari che ricordavano l’eponimo della festa, e spesso vi presiedeva personalmente il Papa, che offriva allora il divin Sacrificio. Ma fuori dei medesimi santuari in cui si celebrava la festa, pei presbiteri addetti ai diversi titoli urbani, non si dava politurgia, e tutto si compieva secondo il modo consueto descritto nei Sacramentari.
     I liturgisti del tardo medio evo si sono compiaciuti di ricercare le intime ragioni per cui il dì di Natale si celebrano tre messe ; invece però d’esplorare il campo dell’archeologia nel quale avrebbero certo ritrovato traccia dei tre diversi santuari Romani che dovevano essere ufficiati il 25 dicembre, essi si fermarono su dei motivi ascetici e mistici, belli invero ed assai utili a nutrire la devozione, ma affatto estranei alla prima istituzione di questa politurgia romana, e di cui gli Orientali non hanno idea.
     La messa della mezza notte – gli antichi veramente la chiamavano ad galli cantus perchè sin dal tempo di sant’Ambrogio solo a quell’ora s’incominciava la quotidiana officiatura mattutinale – ricorderebbe la nascita eterna del Verbo di Dio tra gli splendori della paterna gloria ; quella dell’aurora celebra la sua apparizione temporale nell’umiltà della carne, e finalmente la terza a san Pietro, simboleggia il suo ritorno finale nel di della parusia, quando sederà giudice dei vivi e dei morti.
     Giusta l’XI Ordine Romano, ai tempi di Celestino II nella notte di Natale ancora si celebravano a Santa Maria Maggiore e coll’assistenza del Papa le due distinte sinassi vigiliari di cui tratta Amalario. Nella prima, le lezioni erano cantate dai canonici, dai cardinali e dai vescovi, precisamente come nella terza domenica d’Avvento a san Pietro i dopo l’ufficio si celebrava la messa ad Praesepe, seguita dal secondo mattutino e dalle laudi.
     Nel secolo XV il Pontefice interveniva alle vigilie con una cappa lanea color scarlatto e fornita di cappuccio che si annodava sotto la barba propter frigus, come descrive il XIV Ordine Romano1. Se vi assisteva anche l’imperatore, egli vestito di pluviale e brandendo la spada doveva cantare la quinta lezione, essendo riservata al Papa la nona. Durante la messa, tutte le offerte che il popolo deponeva sull’altare o ai piedi del Pontefice, spettavano ai cappellani, eccetto il pane che apparteneva agli accoliti. Contrariamente all’uso, la notte di Natale il Papa si comunicava, non già in trono, ma all’altare, e nel sorbire il sacro Calice non faceva uso della solita fistola aurea; il clero poi per ricevere la sacra Comunione attendeva sino al mattino seguente.

     L’introito deriva dal secondo Salmo, e può applicarsi alle varie generazioni del Verbo; a quella divina ed eterna nel seno paterno, a quella umile e passibile nel seno verginale di Maria, e finalmente a quella gloriosa dalle viscere della terra, quando il dì di Pasqua risorse per trionfare definitivamente del peccato e della morte. Durante il sacro tempo natalizio è opportuno di confortare spesso la nostra fede con quest’energica professione della divinità che si cela sotto le squallide apparenze del Pargoletto di Bet-lehem. Il Verbo ci ha creato colla sua potenza, ci ha redento colla sua debolezza; ma questa debolezza a nulla avrebbe valso, se non fosse stata congiunta, mercè l’ipostatica unione, all’inespugnabile virtù divina.

     Nella colletta ricordiamo che il Signore ha rischiarato le tenebre di questa santa notte coi fulgori della sua luce ineffabile; Egli pertanto ci conceda che, dopo d’essere stati quaggiù iniziati al mistero della sua Incarnazione, possiamo un giorno essere a parte anche dello splendore della gloria. Il nesso infatti è intimo: quaggiù fede, lassù lume ; quaggiù grazia, lassù gloria. Prima della venuta del Verbo di Dio in terra, l’uomo brancolava fra le tenebre del peccato e dell’ignoranza; arrivato Gesù, la grazia dello Spirito Santo ha illustrato le menti, e l’umanità per mezzo della Cristiana rivelazione conservata intatta nella Chiesa Cattolica, vive ormai e si nutre della luce dell’eterna Sapienza.

     La lezione deriva dalla lettera a Tito (II, 11-15), ed è importante la circostanza che, quando in Roma si leggeva anche nel testo greco, la prima parola iniziale apparuit, “ἐπιφάνη”, ricordava appunto il nome d’Epifania dato originariamente alla solennità natalizia.

     L’Apostolo pone in piena evidenza il carattere affatto gratuito dell’incarnazione del Figlio di Dio, il cui motivo va ricercato esclusivamente, non nelle nostre preghiere o buone opere, ma nella misericordia infinita del Signore. Stiamo ancora a Natale, ma già incomincia il Sacramento Pasquale, come s’esprimevano gli antichi Padri. Il vezzoso Pargoletto di Bet-lehem è la vittima innocente pei peccati del mondo. Prima che si giunga alla confrazione dei Misteri, occorreranno almeno trentatrè anni; ma ad ogni modo il sacrificio s’inizia oggi, ed il Pontefice eterno è già all’introito della sua messa.

     Il responsorio graduale deriva dal salmo 109, il quale a tratti rapidi descrive dapprima l’eterno oggi in cui il Padre ha generato, genera e genererà sempre il Verbo, senza principio, nè successione alcuna di tempo, o di fine. Il Salmista quindi tocca della missione temporale del Cristo, che è quella d’assoggettare alla sua potenza tutti i suoi nemici, che perciò sono anche i nemici di Dio. Egli riporterà su di loro vittoria finale e li porrà a sgabello sotto gli aurei suoi calzari, in quanto che li giudicherà nel giorno della parusia, non soltanto come Dio, ma anche come primogenito della creazione.

    Quando avrà ricondotto captivi a Dio tutti i suoi ribelli, allora la missione temporale del Cristo, come spiega l’ Apostolo, sarà compiuta e cesserà, perchè Dio sia omnia in omnibus.

     Il verso alleluiatico, che però doveva seguire la seconda lezione prima del Vangelo, ripete parimenti la strofa del salmo secondo: lahvè mi ha detto: tu sei mio figlio, perchè io oggi t’ho generato. Questo il Verbo lo ripete, non già tra gli splendori del Cielo, quando gli Angeli gli cantano alleluia, ma nella infermità della sua carne, tra le calunnie e le bestemmie dei propri nemici. È precisamente contro di essi che Gesù deve invocare abbastanza spesso le sue prerogative Messianiche, e perciò egli ricorre alla testimonianza infallibile, di colui che lo generò già una prima volta nell’eternità, indi nel tempo disposò al Verbo l’umanità sua santissima, la quale gli è ipostaticamente unita.

     La lezione evangelica secondo san Luca (II, 1-14) descrive la nascita di Gesù nel cuor della notte in Bet-lehem. Lo Spirito Santo stesso s’è degnato di commentare questo sacro testo per mezzo dell’evangelista san Giovanni, e leggeremo le sue parole oggi nella terza messa. Ogni altra spiegazione umana sarebbe quindi superflua. Gesù nasce in una stalla, ed erige il proprio trono e la propria cattedra in una mangiatoia, tra due vili giumenti. Vieni qua, cristiano, inginocchiati ai piedi di questo presepio. È da questo luogo che Gesù condanna il tuo fasto, la tua superbia, la tua sensualità, e t’insegna invece l’ubbidienza, l’umiltà, la penitenza, la mortificazione.

     Il verso offertoriale è derivato dal salmo 95, col quale s’invitano cieli e la terra a tripudiare, perchè il Signore è venuto. Infatti, la venuta di Gesù in terra ha consacrato il mondo, come s’esprimeva ieri la Chiesa nella sua liturgia. Questa consacrazione si riflette anche in parte sulle creature brute ed insensibili, sia perchè se n’è voluto servire il Verbo Incarnato durante la sua vita passibile, sia ancora perchè alcune, come l’acqua, il vino, il pane, l’olio, sono state elevate alla dignità di materia dei divini Sacramenti, ed in genere tutte aiutano l’uomo al facile conseguimento del suo fine ultimo soprannaturale.

     Nella preghiera d’introduzione al prefazio, – il vero principio dell’antica anafora eucaristica – preghiamo il Signore che per i meriti del divin Sacrificio, come Gesù ha voluto divenire a noi consustanziale nell’umana natura, cosi anche noi abbiamo la ventura di rassomigliare a lui per mezzo dell’abito soprannaturale della grazia, la quale appunto ci conferisce l’interiore conformità al Cristo.

     Al prefazio, durante questo tempo natalizio, giusta quanto papa Vigilio scrisse a Profuturo di Braga, s’inserisce un periodo in cui si commemora il mistero dell’Incarnazione; eccone il testo: Una nuova luce circonfuse oggi gli occhi interiori dell’anima, a cagione dell’incarnazione misteriosa del tuo Verbo. Cosicchè, mentre noi rimiriamo un Dio reso visibile, per suo mezzo il cuore ci viene rapito alla contemplazione delle cose invisibili.

     Anche nella prima parte dei dittici si fa memoria della nascita del Salvatore: « Commemorando il giorno santissimo, in cui l’illibata verginità di Maria diede alla luce il Salvatore del mondo ». Queste inserzioni sono assai antiche e risalgono almeno al IV secolo.

     L’antifona per la Comunione è tratta dal salmo 109, indubbiamente messianico. Il Padre ha generato il Verbo negli splendori della sua santità; cosicchè quel tenero pargoletto che oggi nella culla riveste le divise del servo e del peccatore, è coeterno al Padre, a lui consustanziale. Un pittore medievale in una badia greca assai ingenuamente ha espresso questa coeternità del Verbo incarnato, rappresentandolo in figura di bambino sulle ginocchia del Padre, ma con la barba prolissa e bianca, appunto come il profeta Daniele ci descrive l‘Antiquus dierum, barbuto e col crine incanutito come di lana candida.

     Nella colletta di ringraziamento preghiamo il Signore, che la frequenza ai sacri Misteri in memoria della sua natività temporale, ci meriti la grazia d’esprimere questi misteri colla nostra vita, onde poter conseguire in Cielo il premio. Questo infatti è lo scopo della sacra Comunione, di metterci a parte della vita di Cristo, d’innestarci all’albero della sua passione, onde viviamo non più a noi, ma per lui, anzi, viviamo lui.

     Sant’Alfonso, dopo considerate tutte le tenerezze dell’amore che ei dimostra Gesù Bambino nella grotta di Bet-lehem, termina un suo celebre canto con quest’esclamazione: Ahi quanto ti costò d’averci amato! Ai piedi della sacra Culla non si sa dire di meglio. Quando un Dio si strugge d’amore per le sue creature sino ad annientare se stesso, ad affrontare la povertà estrema, le persecuzioni, la morte più obbrobriosa e più crudele, non si sa fare altro che piangere di riconoscenza ai suoi piedi, procidamus ante eum, ploremus coram Domino, e deplorare d’averlo amato sì tardi e sì male, esclamando con sant’ Agostino: Sero te amavi, pulchritudo tam antiqua, sero te amavi.

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  1. P. L., LXXVIII, col., 1181. []

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