I. Schuster, Mercoledì dei quattro tempi d'Avvento.da: Card. A. I. SCHUSTER, OSB, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul messale romano, II, Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 120-124.

Pl solenne digiuno dei Tre Tempi sembra in origine proprio della Chiesa Romana, dalla quale poi lo appresero le altre diocesi latine. San Leone I ne spiega bene il significato, specialmente in occasione dei digiuni di dicembre, osservando che, al chiudersi delle stagioni e prima di porre mano alle riserve invernali, è assai conveniente che ne offriamo le primizie alla divina Provvidenza, con una spontanea libazione d’astinenza e d’elemosina. Vi si aggiungeva per la circostanza un motivo speciale. Un’ antica tradizione riservava al mese di dicembre le ordinazioni dei preti e dei diaconi, e per consuetudine introdotta dagli Apostoli stessi, il popolo cristiano per mezzo del digiuno e della preghiera doveva associarsi al vescovo, per impetrare dal Signore un’ abbondanza di carismi sacerdotali sul capo dei neo-eletti al ministero dell’altare.

   Infatti, gl’interessi supremi del popolo cristiano dipendono in gran parte dalla santità del Clero; e poichè c’insegna la Scrittura che il castigo più terribile che Dio infligge alle nazioni prevaricatrici si è quello di concedere loro pastori e duci della loro stessa genia, è evidente che l’ordinazione dei sacri ministri non è un affare che interessa esclusivamente il vescovo e il suo seminario, ma ha un’importanza decisiva e suprema per tutta la famiglia cattolica.

   Per questo motivo gli Atti degli Apostoli ricordano i solenni digiuni e le pubbliche preghiere che precedettero l’ordinazione dei primi sette Diaconi, e poi la missione di Paolo e Barnaba all’apostolato fra i gentili i ed oggi, dopo tanti secoli, questa disciplina non ha subito alcun rallentamento essenziale. I riti e l’apparato esterno saranno forse un po’ più modesti che nell’ alto medio evo a Roma; però i digiuni, le stazioni preparatorie e le solenni preghiere della Comunità Cristiana, ancor precedono regolarmente l’imposizione sacramentale delle mani sugli eletti al sacerdozio.

   Oggi la stazione – come di regola il mercoledì dei IV Tempi – è nella basilica Liberiana, per porre i nuovi leviti sotto il celeste patrocinio di Colei che i Padri chiamarono talvolta Vergine-Sacerdote, tempio in cui il Verbo stesso incarnato fu unto sacerdote dal divino Paraclito. Altra volta la processione del clero e del popolo si conduceva al tempio di Liberio movendo da san Pietro in Vincoli, e traversando al canto supplice della litania la Suburra, il Viminale e l’Esquilino.

   Dopo la colletta d’ingresso a Santa Maria Maggiore, uno scriniario papale annunziava al popolo dall’ambone i nomi dei futuri ordinandi:
             Auxiliante Domino et Salvatore nostro Iesu Christo, eligimus hos N. N. diaconos in presbyteratum. Si igitur est aliquis qui contra hos viros aliquid scit de causa criminis, absque dubitatione exeat et dicat, tantum, memento Communionis suae.

   Queste solenni proclamazioni tenevano a Roma luogo dell’antico rito, cosi diffuso altrove, del suffragio popolare nelle ordinazioni dei sacri ministri. In alcuni luoghi il popolo veniva consultato, allo scopo che ubbidisse poi più di buon animo a coloro che egli stesso s’era scelto a pastori. Roma tuttavia sin da antico – e lo attesta san Clemente ai Corinti – riteneva questa concessione troppo pericolosa e compromettente, facile ad essere male interpretata, e poco conforme al carattere divinamente autoritario della sacra gerarchia. E’ il Cristo per mezzo degli Apostoli e dei vescovi che deve scegliere i suoi ministri, e non per mezzo del suffragio popolare, come si faceva al foro pei magistrati.

   Roma adunque nelle sacre Ordinazioni riservava al popolo una parte onorifica, senza dubbio, ma secondaria e di mera garanzia; quella cioè di deporre contro i candidati, nel caso li conoscesse giuridicamente colpevoli ed indegni. È appunto quanto esige l’Apostolo, quando scrive a Timoteo esser necessario che gli eletti all’ ufficio sacerdotale abbiano testimonium….. bonum ab his qui foris sunt, ut non in opprobrium incidant.

   L’odierna messa è tutto un sospiro, un grido ardente dell’animo verso il Messia venturo. Il gran profeta dell’ Avvento è Isaia, onde la Chiesa in questi giorni rilegge i più bei squarci del suo volume, perchè anche i fedeli affrettino coi loro voti il regno di Gesù Cristo.

   L’introito deriva dal capo XLV, 8 d’Isaia; due smaglianti immagini esprimono a meraviglia il carattere mite e pacifico di questa prima venuta del Verbo di Dio in terra: i cieli che distillano la rinfrescante rugiada sul vello di Gedeone, e la terra che germina il fiorellino dei campi sul mistico stelo di Jesse. Segue il salmo 18, che è tutto un inno del creato, degli astri del firmamento, del sole, della luna, delle stelle notturne, al Creatore. Il Salmista vi aggiunge le lodi della Legge, lucido riflesso del Verbo eterno del Padre.

    Originariamente, nei giorni di processione stazionale, quando si cantava per via la grande litania, si ometteva l’introito, ed arrivati in Chiesa, il Papa dopo il Kyrie finale recitava la colletta. Il diacono invitava dapprima i fedeli a prostrarsi a terra per pregare alquanto in privato: Flectamus genua; quindi, trascorso qualche istante in orazione, dava ordine di levarsi, e il Pontefice riassumeva con una breve formola – collecta – i voti dell’assemblea per presentarli a Dio. In quella d’oggi, si supplica la divina clemenza che la prossima festa del Natale ci sia feconda di grazie per la vita presente, onde disporci al premio della beatitudine finale.

   Nell’ odierna messa si conserva ancora il rito della triplice lezione scritturale, che in antico precedeva ordinariamente l’offertorio; la prima lettura generalmente era dell’Antico Testamento, la seconda del Nuovo e la terza del Vangelo, ma l’ordine primitivo venne sconvolto più volte. Infatti, oggi le due prime lezioni derivano ambedue da Isaia. Nella prima (Is. II, 2-5) si paragona la Chiesa ad un alto monte a cui ascendono tutti i popoli della terra; si descrivono i tempi messianici, l’ universalità della Redenzione, la tranquillità e la pace delle nazioni, congiunte finalmente coi vincoli d’una identica fede. Il responsorio graduale che segue, deriva dal salmo 23, e descrive l’ingresso trionfale del Cristo nel suo regno.

   La seconda lezione (Is. VII, 10-15) annunzia in termini formali il prodigio che sta per compiersi. Quanto più il mondo coi suoi delitti riesce molesto a Dio, tanto maggiore è la sua misericordia verso i poveri peccatori. Egli vuole dare loro un pegno di questa misericordia, ed ecco una Vergine sta per dare alla luce un pargolo che s’appellerà senz’altro ciò che veramente è: Dio con noi. Il responsorio deriva dal salmo 144, ed annunzia prossimo il Signore a quei che in lui confidano. Iddio è vicino a chi lo vuole vicino e lo ama, ma è lontano per chi non sa che farsene di lui. Egli tratta le anime a seconda delle loro intime disposizioni. Siccome tuttavia il Signore è buono, egli colla sua grazia spesso muta in buone le nostre cattive disposizioni.

   La lezione evangelica (Luc. I, 26-38) contiene il messaggio dell’Angelo Gabriele alla Vergine ed il consenso di Maria a compiere la missione di Madre di Dio. Quali tesori tuttavia di generosità, di umiltà, di devozione si celano in quelle parole: Ecco l’ancella del Signore; si faccia di me secondo la tua parola.

   Nel medio evo quest’oggi nei monasteri l’abbate doveva tenere ai monaci una speciale conferenza sull’odierna lezione evangelica, e noi abbiamo tutta una collezione d’omilie super missus est tenute da san Bernardo nel capitolo dei suoi monaci di Chiaravalle.

  L’antifona d’offertorio deriva da Isaia e contiene l’annunzio della prossima venuta del Messia. La Chiesa insiste nel ripetere quest’annunzio perchè l’anima si riscuota dal letargo in cui lo prostra l’accidia, e senta con tutte le sue potenze questa vicinanza di Iahvè.

  La colletta presenta al Signore il frutto dei solenni digiuni che celebra in questa settimana tutto il gregge cristiano. Essi sono intenti ad espiare le passate colpe, e a renderci convenientemente preparati alla santa novità che sta per inaugurarsi colla venuta del Verbo incarnato.

  L’antifona per la Comunione è tratta dall’annunzio d’Isaia al re d’Achaz: Una Vergine concepirà un’pargolo che avrà nome Emmanuel, cioè Dio con noi. Ecco bene espresso il dogma delle due nature in Cristo che tanto agitò il periodo precedente il Concilio Efesino, dove la dottrina cattolica che attribuiva a Maria il titolo di Madre di Dio, fu solennemente proclamata. Il Figlio generato da una Vergine, non può a meno d’essere uomo come noi; ma lo Spirito
Santo lo chiama al tempo stesso Emmanuel, cioè Dio. Quindi, nell’unica persona di Gesù Cristo conviene riconoscere ed adorare le due nature, divina ed umana. Senza la natura divina l’espiazione di Gesù Cristo non avrebbe avuto l’efficacia di soddisfare la giustizia di Dio offesa dai peccati del mondo; senza la natura umana Dio non sarebbe stato capace di patire. Bisognò quindi che la natura umana fosse unita ipostaticamente alla persona del Verbo, perchè la riparazione del Cristo fosse la riparazione che un Dio stesso rende a Dio.

   Nella colletta di ringraziamento preghiamo il Signore, che non ci faccia unicamente trattenere dal gusto e dalla sensibile devozione, quale promuove talora la partecipazione della mensa celeste. Bisogna invece tendere al sodo, cioè alla virtù. Le consolazioni sensibili sono come i fiori d’un albero; ma l’agricoltore non si appaga dei fiori, egli vuole le frutta. E cosi ancor noi: non dobbiamo lasciarci troppo invischiare dalle dolcezze sensibili della devozione, ma conviene mirare all’acquisto delle virtù solide, per le quali si richiede il distacco dalle cose del mondo e il denudamento da se medesimo, per non voler altro che Dio.

  In questo tempo d’immediata preparazione al Natale la Chiesa c’invita a stringerci con affetto speciale a Maria, perchè da lei stessa durante i nove mesi che recò in seno Gesù trae origine il nostro avvento. Quali non dovettero essere i sentimenti di fede, d’amore, di zelo che animarono allora la Vergine unita tanto intimamente a quel Dio che nelle Scritture s’intitola fuoco consumatore? Il roveto ardente di Mosè simboleggia appunto Maria tutta infiammata di Gesù. Essa è il modello dei veri amanti di Gesù.

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