Schuster, III Domenica d'Avvento.da: Card. A. I. SCHUSTER, OSB, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul messale romano, II, Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 114-116.

Poiché in Roma nella quarta domenica d’Avvento non si teneva alcuna stazione, – a cagione che nella notte precedente si compievano le grandi ordinazioni dei preti e dei diaconi mense decembri-, questa terza stazione preparatoria al Natale era celebrata a san Pietro con un insolito splendore di riti e processioni, che nella mente della Chiesa volevano quasi inaugurare le sante gioie del ciclo natalizio.

Questa infatti è la settimana dei grandi scrutini e dei solenni digiuni, che precedono le sacre ordinazioni; onde i fedeli anch’oggi si raccolgono attorno alla tomba del Principe degli Apostoli, quasi per assicurarsi la sua celeste protezione, e per mettere il Pastor Ecclesiae a parte del gaudio che inonda l’animo del gregge al fausto annunzio della vicina parusia: Prope est iam Dominus …

   Altra volta il Papa si recava alla basilica Vaticana in sul tramonto del sabato, ed assistendo ai vesperi preintonava la prima e l’ultima antifona, che gli venivano perciò suggerite da un canonico. Per questo servizio, come notano gli Ordini Romani (Ord. Rom. XI, P. L., LXXVII, col. 1029.), il Pontefice soleva porre in bocca al buon ecclesiastico una moneta d’oro.

   Al capitolo vaticano incombeva l’obbligo d’apprestare al Papa e ai cardinali la cena e da dormire, durante la prima parte della notte; questa peraltro non era molto lunga, ché l’ufficio vigiliare doveva cominciare poco oltre la mezzanotte. Il Papa, preceduto da accoliti con candelabri e torcie, andava dapprima ad incensare gli altari dei santi Leone I, Gregorio Magno, Sebastiano, Tiburzio, degli apostoli Simone e Giuda, del Volto Santo, della beata Vergine e di san Pastore. Ciò fatto, discendeva nell’ipogeo della Confessione di san Pietro, e dopo offerto l’incenso sulla tomba dell’Apostolo, dava principio al primo ufficio vigiliare. Si cantavano dal clero tre salmi e tre lezioni scritturali; quindi il primicerio intonava l’inno Te Deum, il Papa recitava la colletta, e terminava la prima parte della salmodia notturna ad corpus.

   Il corteo allora, con quel medesimo ordine com’era venuto, risaliva nella basilica superiore, e dopo incensato l’altare sotto il quale riposava san Pietro, dava principio all’ufficio mattutino propriamente detto. Il rito si svolgeva senza speciali particolarità. I canonici vaticani cantavano le lezioni del primo notturno; le prime due del secondo estratte dalla lettera di san Leone I al Patriarca Flaviano, toccavano ai vescovi; la terza e la prima del terzo notturno a due cardinali, la penultima al capo del capitolo vaticano, e l’ultima al Papa. Seguiva l’ufficio dell’ aurora, in cui il Pontefice intonava l’antifona che precede il cantico di Zaccaria, e da ultimo recitava la colletta finale.
L’odierna messa stazionale, in quanto precede immediatamente il ciclo natalizio, in antico aveva un carattere spiccatamente festivo. – Si sa che le novene e i tridui in preparazione alle maggiori feste sono d’origine posteriore, e nel periodo aureo della liturgia, questi periodi precedenti Pasqua e Natale, queste messe vigiliari e sinassi stazionali alle basiliche più venerate dell’eterna città, avevano appunto per iscopo di disporre l’animo dei fedeli, e d’impetrare loro dal Cielo la grazia di trascorrere fruttuosamente le varie solennità del ciclo liturgico -.

   Alla messa il Papa intonava l’Inno Angelico, che veniva eseguito da tutto il clero. Dopo la colletta i cantori, sotto la direzione dei cardinali diaconi, dei suddiaconi apostolici e dei notai, recitavano delle acclamazioni o “Laudes” in onore del Pontefice, del clero e del popolo romano, il qual rito si conserva ancora nella coronazione dei sommi Pontefici. Terminato il divin Sacrificio, i diaconi ricingevano il Papa della tiara, e risaliti tutti in sella, facevano la solenne cavalcata al Laterano, ove aveva luogo il banchetto.

   Di tutto questo apparato rituale così smagliante, l’odierno cerimoniale ha conservato ben poca cosa. – La gioia non è davvero la nota dominante della società moderna. – Alla messa, invece dei consueti parati violacei, i sacri ministri rivestono quelli color rosa, e l’organo riempie le navate del tempio coi suoi concerti. L’Ufficio divino non ha però subito alterazioni, e conserva intatto il suo primigenio carattere festivo e pieno di slancio, a cagione della prossima venuta del Salvatore.

   L’introito deriva dall’epistola di san Paolo ai Filippesi (IV, 4), e s’adatta assai bene alla circostanza. Il Signore è ormai prossimo, e quest’annunzio inonda il cuore di gioia. Essa però è ben diversa da quella cui s’abbandona il mondo, giacchè è frutto dell’interiore pace che lo Spirito Santo comunica all’anima, quando questa mantiensi fedele alla santa volontà di Dio. Tale fedeltà, l’adempimento cioè esatto dei doveri del proprio stato, viene chiamato da san Paolo modestia, quasi il modo e l’esatta misura di tutte le virtù. La pace interiore potrebbe, è vero, trovare un ostacolo nei dolori e nelle ansie della vita esterna; ma vuole san Paolo che diamo il bando dal nostro cuore a tutte le disordinate sollecitudini; ricorriamo con umile confidenza a Dio nella preghiera, e rappresentiamo fiduciosi i nostri bisogni a Colui che vien chiamato Padre delle misericordie e Dio d’ogni consolazione. Il salmo che segue l’antifona d’introito è l’84, che è propriamente il cantico della liberazione.
Nella colletta preghiamo Dio a porgere orecchio ai nostri gemiti, onde presto diradi le tenebre del peccato coi fulgori della sua venuta.

   La lezione è tratta dal medesimo brano dell’ Epistola ai Filippesi, donde è stato tolto l’introito (IV, 4-7). L’Apostolo termina augurando ai suoi fedeli che l’ineffabile pace dello Spirito Santo li custodisca nell’amore del Cristo. Questa pace soprannaturale, che è uno dei frutti del Paraclito, è l’imperturbabile stabilità dell’ anima nel divino servigio.

   Il responsorio graduale deriva dal salmo 79, che abbiamo già veduto all’ introito la domenica precedente. Colui che siede imperturbato sui Cherub della gloria, e dirige le sorti degli uomini, sta per venire con tutta la sua potenza, a combattere l’antico avversario.

   Il verso alleluiatico appartiene al medesimo salmo.

   Nella lezione evangelica (S. Giovanni, I, 19-28) il Battista continua la sua missione di preparare le vie dei cuori a Gesù, affinchè accolgano con frutto la sacra semenza. Il mondo sembra stanco dalla lunga attesa, e per bocca dei suoi più autorevoli rappresentanti interroga Giovanni se fosse finalmente egli quel Profeta promesso da Mosè, e che già da tanto tempo doveva venire. Ma l’Amico dello Sposo non ne usurpa i diritti; anzi si sprofonda nella sua umiltà, per proclamare la dignità messianica di Gesù e la sua eterna preesistenza. Quanto a sè, dice, egli non è che un’eco, un’ombra, indegno perfino di rendere a Gesù quegli umili uffici che gli schiavi di allora solevano rendere ai loro padroni. Tanta umiltà è veramente pari alla grandezza del Precursore, di cui, per oracolo stesso del divin Verbo, niuno sorse più grande. Nei primi tempi della predicazione Apostolica, la testimonianza che Giovanni aveva reso alla divinità di Gesù, facilitò di molto la diffusione della fede tra i sacerdoti e tra i discepoli ed ammiratori dell’austero predicatore delle rive del Giordano. Ad Efeso anzi, san Paolo ritrovò interi gruppi di credenti, che avevano ricevuto solo il battesimo del Precursore.

   L’offertorio deriva, come l’introito, dal salmo 84. La venuta di Gesù in terra è la benedizione ripromessa da Iahvè ad Abramo; è la liberazione dalla schiavitù, è la remissione del peccato.

   Nella colletta sulle oblate si prega Dio perchè ci conceda di rinnovare l’ incruento sacrificio con assidua devozione. Il mistero eucaristico, che sta per compiersi, ci sia pegno d’eterna salvezza.

   Durante la Comunione, un ultimo invito ai pusillanimi: Non temete; non è più un profeta, un legista, uno scriba, come in antico, nel Vecchio Patto, ma ecco che Dio stesso viene a salvarvi (Is. xxxv, 4).

   Nella colletta di ringraziamento – «Eucharistia» – preghiamo Dio che il sacro Dono ci purifichi, onde disporci degnamente alla prossima solennità. Tanto importa di ben disporsi alle grazie divine, preparandovisi convenientemente prima d’accostarsi ai Sacramenti, coll’attendere alla preghiera, alla meditazione. Se Gerusalemme rinnegò il Messia, fu appunto per mancanza di preparazione alla grazia messianica. Essa, tutta immersa nella vanità e nel sensualismo, era affatto indisposta a riconoscere il re della gloria nell’Uomo dei dolori. Il ritualismo e le pratiche esterne di devozione sono lodevoli e necessarie, ma la preparazione al buon uso della grazia  è assai più intima e necessaria.

scarica l'articolo

Comments are closed.