I. Schuster, IV Domenica d'Avventoda: Card. A. I. SCHUSTER, OSB, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul messale romano, II, Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 142-146.

Veramente oggi, giusta gli antichi Ordines Romani, dovrebb’ esser vacanza – Dominica vacat -, giacchè l’odierna messa domenicale era appunto quella che poneva termine alla vigilia notturna a san Pietro. Così era da principio; però col tempo, ridotta e anticipata nel pomeriggio del sabato la pannuchis domenicale, sembrò sconveniente di lasciar trascorrere il giorno del Signore senza l’offerta del Sacrificio. Venne quindi pian piano introducendosi l’uso d’una seconda messa stazionale alla basilica dei santi Apostoli, e questo anche per conformità all’abitudine delle altre Chiese dove non si celebrava la vigilia, ma dove pure solevasi offrire il Sacrificio domenicale per soddisfare la devozione del popolo.
   La scelta della Chiesa stazionale dove già due giorni prima si è tenuta la sinassi eucaristica, non è avvenuta a caso. Vedemmo già che in un oratorio dell’ Apostoleion di Narsete veneravansi nel medio evo le Reliquie di sant’ Eugenia, la celebre martire del cimitero d’Aproniano sulla via Latina. Ora il natalizio della Santa ricorre il 25 dicembre, e siccome il giorno di Natale non può celebrarsene alcuna memoria, questa, giusta un antico uso romano, venne anticipata alla domenica precedente.
    La messa, – al pari della sinassi a sant’ Eusebio la II domenica dopo l’Epifania, pochi giorni prima di san Vincenzo venerato in quel vetusto titolo – non contiene allusioni, nè è in alcuna relazione coll’eponima dell’Oratorio. Bastava agli antichi che la stessa sinassi eucaristica fosse celebrata in suo onore, senza bisogno di aggiungere collette o altro in memoria della Martire.

   Ha contribuito a quest’estremo riserbo liturgico una tradizione molto accreditata in Roma, la quale attribuiva la redazione dell’Antifonario di san Gregorio all’ispirazione del divino Paraclito. Si riteneva perciò che l’opera fosse intangibile, che non ammetteva ritocchi nè aggiunte. I canti quindi dell’odierna messa vennero tolti ad imprestito da altre messe precedenti, in modo che questa IV domenica d’Avvento, salvo l’offertorio, non ha di proprio che la prima lettura dell’Apostolo e le tre collette.

   L’introito è quello del mercoledì precedente. L’immagine della rugiada e della pioggia che discende lentamente a rinfrescare l’arida zolla, deriva dal noto episodio di Gedeone; essa venne utilizzata bellamente dal Salmista, e poi fu ripresa dal profeta Isaia, il quale anzi se ne servì a descrivere il carattere tutto soavità ed amore della prima apparizione Messianica nel mondo. il Messianismo non è un colpo di spada, nè un terremoto, che schianta impetuosamente le case e distrugge intere province; ma è simile ad una pianticella fecondata dalla celeste rugiada, e che, a dispetto di tutti gli ostacoli, cresce e fiorisce baciata dai tepidi raggi del bell’astro del giorno. Invece, la seconda venuta di Gesù sulla terra sarà improvvisa e repentina. Allora con tutta la possanza del suo braccio Egli annienterà in un baleno la gloria del regno di Satana, ed il regno di Dio raggiungerà il suo definitivo incremento e splendore.

   Supplichiamo Dio nella prima colletta perchè sorga con tutta la sua potenza, e venga in nostro aiuto. Che se l’indegnità nostra meriterebbe che se ne ritardasse ancor l’arrivo, lo affretti almeno l’infinita misericordia sua. Le sante Scritture infatti, insistono molto nel far rilevare il carattere affatto gratuito del beneficio dell’Incarnazione, e questo allo scopo di provocare sempre meglio il nostro amore e la più viva gratitudine per un Dio che, offeso, ci ama, disprezzato e fuggito, ci rincorre e ci muove incontro, dannato a morte, dà spontaneamente la vita per noi.

   Nella lezione tratta dalla prima lettera ai Corinti (I, IV, 1-5), san Paolo sottrae il suo operato alla libera censura dei dissidenti di quella Chiesa sempre tumultuante e lacerata dai partiti, ricordando che egli, nella sua qualità di Apostolo e di ministro di Gesù Cristo, è solo a Lui responsabile del suo apostolato. La coscienza, è vero, non gli rimprovera nulla; ma nelle cose spirituali bisogna sempre temere le illusioni dell’amor proprio, e conviene riservare ogni definitivo giudizio alla parusia finale del Cristo, quando verrà a diradare le tenebre delle coscienze, e a dare a ciascuno ciò che merita. Come perciò conviene andar cauti nel giudicare, non pure il prossimo, ma anche noi stessi! Gli uomini hanno un bel fare col chiamarci buoni o cattivi, così come essi vogliono. Il loro giudizio non modificherà d’un punto quello del Signore; noi realmente siamo ciò che siamo innanzi a Dio, e nulla più.

   Il responsorio è quello del mercoledì precedente. Il verso alleluiatico s’ispira ad Isaia, ed è stato stupendamente rivestito di melodia nella raccolta Gregoriana; vi si sente tutto l’ardore affettuoso dell’anima chè non può più reggere lontana da Dio: « Vieni, o Signore, e non tardare più oltre a sciogliere il tuo popolo dalle ritorte della colpa ». Chi è questo popolo fortunato? Non certo alcun popolo speciale considerato nei suoi convenzionali confini topografici, ma tutta intera l’umanità credente, tutti coloro che, per mezzo della fede, vivono di Dio ed appartengono perciò al popolo di Dio. È in questo senso che l’Apostolo contrappone i Giudei, l’ Israel secundum carnem, ai veri figli d’Abramo secondo lo spirito, quelli cioè che partecipano della fede d’Abramo, e sono con lui eredi delle sue benedizioni.

   La lettura evangelica è quella già eseguita nella notte precedente, e ciò sta ad indicare che l’odierna messa domenicale in sostanza non è che una ripetizione del Sacrificio mattutino offerto in san Pietro al termine della Pannuchis.
   È da notarsi il luogo dove più comunemente si fa sentire la voce di Dio, e dove l’ascoltò pure il Precursore: in deserto. Iddio non viene troppo facilmente inteso dalle anime molli, dissipate, e che passano la vita intente al turbinio delle cose mondane. È necessario quindi di rientrare in noi medesimi, d’imporre silenzio cosi al mondo esteriore che al microcosmo delle nostre passioni, di sbandire tutte le illusioni dello spirito, – e assai rare sono quelle anime che non patiscono illusioni – onde conoscerci quali intimamente siamo innanzi a Dio, e quindi mostrarci interamente docili alla voce divina. Era questa la bella preghiera di Salomone adolescente: Dabis servo tuo cor docile.

   Il verso ad offerendum deriva da san Luca e ripete il bel saluto angelico a Maria, intrecciato però alle benedizioni che le diresse la fortunata madre del Precursore. La storia della preghiera Ave Maria, cosi cara alla pietà dei fedeli e divenuta tanto famigliare in grazia soprattutto del Rosario Mariano, comincia da questo splendido offertorio Gregoriano, che ci dà il testo dell’ Ave nella sua forma originaria, quale fu in uso per tutto il medio evo. La seconda parte della prece Sancta Maria, Mater Dei non deriva, come la prima, dalla santa Scrittura, ma sgorga dal cuore della pietà cristiana, la quale verso il primo periodo francescano si distinse soprattutto pel suo carattere di tenera affettuosità alla gran Vergine.
Durante l’Avvento la Chiesa si stringe con devozione speciale attorno all’ Immacolata Madre di Dio, perchè ella per la prima durante i nove mesi in cui recò in seno Gesù, santificò col suo amore, colla sua umiltà, la sua totale consacrazione a Gesù questo tempo di lieta aspettativa e di preparazione alla nascita del Figlio di Dio. La virtù propria di questo tempo d’Avvento è la preparazione dell’anima alla venuta del Verbo di Dio colla sua grazia ; ora Maria è la nostra maestra e il nostro modello in questa celeste scuola di preparazione. Basta infatti aprire le prime pagine del Vangelo di san Luca per vedere subito tutta la sublimità del programma Mariano in questa dominici schola servitii. Prudente e umile coll’ Angelo, sollecita e servizievole con Elisabetta, ubbidiente con Giuseppe, povera e distaccata da tutto ciò che non è Dio, Ella, la benedetta Vergine, fa risplendere nei suoi atti le più sante disposizioni dedicandosi senza riserva a servigio del Signore, non cercando di piacere a se medesima, ma solo a Colui che se la scelse per ancella e per madre.

   Nella colletta d’introduzione al prefazio, supplichiamo il Signore che accolga benigno il Sacrificio, onde la grazia accresca la nostra devozione e ci assicuri il merito dell’eterna salvezza. È da rilevare qui l’intero significato della devotio latina, quale viene espressa nella sacra liturgia, e che molto imperfettamente si traduce in italiano per devozione. Devotio viene dal verbo devoveo ed importa la piena consacrazione d’una persona a Dio, la quale impegna con voto quest’offerta di se medesima. Devozione non è quindi sinonimo di pietà, e a tutto rigore non potrebbe applicarsi che alla consacrazione battesimale per mezzo delle promesse che facciamo a Dio, alla professione religiosa e alla sacra Ordinazione.

   L’antifona per la Comunione è identica a quella del mercoledì precedente. A differenza del Vecchio Patto, nella Nuova Legge Gesù prende nome di Emanuele ad indicare il carattere indissolubile d’amicizia sancita tra Dio e l’uomo. Il peccato non varrà a distruggere più quest’ordine, giacchè finchè Gesù sarà Gesù, e lo sarà per sempre, egli sarà pur sempre l’avvocato nostro presso il Padre, e verrà a cancellare i peccati nostri nel sangue suo.

   Nella colletta di ringraziamento supplichiamo il Signore che la frequenza all’Eucaristica mensa ci accresca altresì la grazia, di cui abbiamo assolutamente bisogno per percorrere la via che conduce al Cielo. Per questo Gesù nell’orazione domenicale c’insegnò a dimandare ogni giorno il nostro pane sovrasostanziale, senza il quale non sappiamo riparare le quotidiane perdite che ci cagionano gli abituali difetti della giornata, nè possiamo conservare a lungo la vita soprannaturale dell’anima. Il Cristianesimo sta tutto qui: esprimere Gesù, rivivere Gesù. Ora, la santa Comunione ci comunica appunto la vita e lo spirito di Gesù, conforme alla sua promessa: Qui manducat me, et ipse vivet propter me. Come in cielo Dio nei fulgori della sua gloria pasce di se medesimo i beati, cosi in terra anticipa ai fedeli viatori questo suo possesso, e si dà a loro in nutrimento sotto i veli del Sacramento. Il modo e le condizioni di possesso differiscono, ma sostanzialmente il premio è identico. L’Eucaristia equivale adunque al paradiso in terra; anzi, per fermarci sull’etimologia del nome, essa è la vera, unica, Eucharistia, cioè la buona grazia di Dio.

   Com’è che il Verbo di Dio è venuto in terra, è apparso fra i suoi, e questi dopo parecchi millenni di ansiosa aspettativa, si sono rifiutati di riconoscerlo? Per mancanza di conveniente preparazione. Gli Ebrei non cercavano la gloria e il regno di Dio, ma bramavano il regno loro terreno e i propri interessi nazionali ed economici. Essi adunque si attendevano un Messia conquistatore, che avrebbe scosso da Israel il giogo delle nazioni, riducendole tributarie della discendenza d’Abramo. Apparve invece Gesù Cristo, povero, sofferente, dispregiato, che pagava egli stesso il tributo ai Romani e che insegnava un regno intimo e spirituale. Il giudeo carnale nulla comprese di questa nuova specie di teofania, e, nonostante tutti i miracoli compiuti dal Salvatore, la rigettò sdegnosamente. Tanto dunque importa la conveniente preparazione alla grazia di Dio!

 

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