I. Schuster, La prima domenica d'Avvento.

da: Card. A. I. SCHUSTER, OSB, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul messale romano, II, Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 109-113.

D

iversamente dagli antichi Sacramentari che cominciavano l’anno dalla solennità natalizia, l’odierno Messale Romano inizia oggi il suo ciclo liturgico. La ragione si è che l’incarnazione del Verbo di Dio è il vero punto centrale, la colonna milliaria che divide il lungo corso dei secoli dell’umanità; la quale nei disegni della divina Provvidenza, ci prepara quella pienezza dei tempi che prelude all’avventurato “anno di redenzione”, o dalla culla di Bet-lehem indirizza i suoi passi versola Valle di Giosafat, dove il Bimbo del Presepio attende al giudizio tutta l’eredità d’Adamo, riscattata col suo Sangue prezioso. L’ordine dell’odierno Messale è più logico, e corrisponde meglio a questo nobile concetto della storia, che fa dell’Incarnazione il vero punto centrale del dramma dell’universo; ma gli antichi che facevano cominciare i loro Sacramentari dalla festa del Natale, seguivano in questo la primitiva tradizione liturgica, la quale sino al IV secolo non conosceva. ancora un periodo di quattro o sei domeniche di preparazione a questa massima tra le solennità.

   Fu verso la metà del V secolo, quando pel contraccolpo delle eresie cristologiche di Nestorio la commemorazione natalizia del Salvatore salì a grande celebrità, che a Ravenna, nelle Gallie e nella Spagna cominciò ad apparire nella liturgia un ciclo speciale di preparazione al Natale. La polemica contro Nestorio ed Eutiche, e i grandi concili d’Efeso e di Calcedonia dove fu solennemente proclamato il dogma delle due nature divina ed umana nell’unica persona del Signore Gesù, e dove per conseguenza furono esaltate le glorie e le prerogative della Theotocos, diedero un vigoroso impulso alla pietà cattolica verso il mistero dell’Incarnazione, che ritrovò in san Leone Magno e in san Pier Crisologo i predicatori più efficaci ed entusiasti di quel mistero di Redenzione.

  Il Sacramentario Leoniano essendo mutilo in principio, non può attestarci nulla circa le prime origini dell’Avvento liturgico a Roma; ma è probabile che il rito della metropoli pontificia anche in questo punto fosse sostanzialmente identico a quello di Napoli e della suffraganea Ravenna, ove il Crisologo – se pure non gli spetta la paternità delle collette d’Avvento del famoso rotolo ravennate – in quattro diverse occasioni pronunciò al popolo delle splendide omilie in preparazione alla festa di Natale.

   Da molti secoli la Chiesa Romana consacra alla celebrazione dell’Avvento quattro settimane. È vero che i Sacramentari Gelasiano e Gregoriano, insieme a parecchi altri antichi lezionari, ne enumerano cinque; ma le liste lezionali di Capua e di Napoli, e l’uso dei Nestoriani che conoscono solo quattro settimane d’Avvento, depongono in favore dell’antichità della pura tradizione romana anche su questo punto.

Sacramentarium gelasianum

   A differenza della Quaresima, in cui predomina il concetto di penitenza e di lutto pel deicidio che va ormai consumandosi in Gerusalemme, lo spirito della sacra liturgia durante l’Avvento, al lieto annunzio della vicina liberazione – Evangelízo vobis gáudium magnum quod erit omni pópulo (Luc., II, 10.) – è quello d’un santo entusiasmo, d’una tenera riconoscenza e d’un intenso desiderio della venuta del Verbo di Dio in tutti i cuori dei figli di Adamo. Il nostro cuore, al pari d’Abramo il quale exultávit, dice Gesù Cristo, ut vidéret diem meum, vidit et gavísus est,(Joan., VIII, 56.) deve essere compreso di santo entusiasmo pel trionfo definitivo dell’umanità, la quale per mezzo dell’unione ipostatica del Cristo, viene sublimata sino al trono della Divinità.

   I canti della messa, i responsori, le antifone del divin Ufficio sono perciò tutti ingemmati di Alleluia; sembra che la natura intera – come la descrive pure l’Apostolo nell’attesa della finale parusia: “expectátio enim créaturæ revelatiónem filiórum Dei expéctat“ (Rom., VIII, 19.) si senta come esaltata dall’incarnazione del Verbo di Dio, il quale, dopo tanti secoli d’attesa, viene finalmente su questa terra a dare l’ultima perfezione al capolavoro delle sue mani – Instauráre ómnia in Christo (Ephes., 1, 10.). – La sacra liturgia durante questo tempo raccoglie dalle Scritture le espressioni più vigorose e meglio atte ad esprimere l’intenso desiderio e la gioia colla quale i santi Patriarchi, i Profeti e i giusti di tutto l’Antico Testamento hanno affrettato coi loro voti la discesa del Figlio di Dio. Noi non possiamo far di meglio che associarci ai loro pii sentimenti, pregando il Verbo umanato che si degni di nascere in tutti i cuori, estendendo altresì il suo regno anche su tante regioni ove finora il suo santo Nome non è stato annunziato, ove gli abitanti dormono tuttavia nelle tenebre ed ombre di morte.

   L’odierna stazione nella basilica Liberiana – ove sin dai tempi di Sisto III si venerava una riproduzione romana del santuario della Natività a Bet-lehem – sembra quasi voglia additare ai fedeli lo scopo e il vero termine di questo periodo di preparazione e di preghiera; è là che ci attende il Præsepe Domini,  la culla del Verbo incarnato, la quale, mentre dimostra la verità della sua natura umana, è insieme il trono e la cattedra donde egli ci tiene le sue prime lezioni evangeliche sull’ubbidienza, povertà e mortificazione dei sensi, condannando la superbia, la sensualità e il fallace fasto del mondo.

   Nell’ Ordo Romanus di Cencio Camerario si attesta, che nel secolo XII il Papa quest’oggi era ancora solito di recarsi a celebrare la messa stazionale a Santa Maria Maggiore (P. L., vol. LXXVIII, col. 1063.).

   È probabile che tale uso risalga sino ai tempi di san Gregorio Magno, il grande riordinatore della liturgia stazionale, tanto più che parecchi antichi manoscritti delle sue opere contengono la notizia che l’odierna omilia sul Vangelo che leggesi nel Breviario fu pronunciata appunto a santa Maria Maggiore.

   L’antifona d’introito Ad te levávi col seguente salmo 24, esprimono assai bene i sentimenti dell’umanità depressa, ma pur piena di speranza, e che prega il Signore perché la rimetta sul sentiero che conduce a Bet-lehem, sulla via della verità e della giustizia. Si omette l’Inno Angelico per riprenderne con più giubilo l’interrotto canto la notte di Natale – in Roma tuttavia quest’ oggi, nel medio evo, il Papa lo intonava solennemente a Santa Maria Maggiore, il che s’accorda assai bene col carattere festivo di tutto l’Ufficio d’Avvento – ; nella colletta poi si supplica il Signore, perché sorga in nostro aiuto, e colla sua potenza ci sottragga ai pericoli cui ci espose il peccato.

Graduale marciano

   La Ia lezione è tolta dalla lettera di S. Paolo ai Romani XIII, 11:14. Dopo la tiepidezza e il letargo spirituale in cui ci aveva come immersi la diuturna pace e prosperità temporale, ora al termine dell’anno, la Chiesa ci desta finalmente dal sonno colle parole ispirate dell’Apostolo, che già altra volta determinarono Agostino a convertirsi. La notte del secolo, dell’ignoranza e del peccato, è quasi interamente trascorsa e la face evangelica, quale aurora antelucana, va già indorando le vette dei colles mundi, e conviene che anche le nostre azioni siano degne di quest’êra nuova di luce e di santità inaugurata dal Cristo. La frase scultoria di san Paolo: rivestitevi di Gesù Cristo, è cosi profonda, che non può essere facilmente tradotta e spiegata. Il divin Salvatore, come espongono i sacri Dottori, coi suoi esempi, i suoi meriti, il suo spirito dev’essere per noi come un abito intimo e soprannaturale dell’anima, la quale riviva, a dir così, Gesù, e continui misticamente in terra la sua incarnazione e la sua vita santissima, a gloria del Padre.

   II Responsorio Graduale, come regolarmente nell’antica liturgia, deriva dall’identico salmo 24 da cui è stato preso l’introito. Il verso alleluiatico, che in origine seguiva la seconda lezione – il Vangelo era la terza – è tolto dal salmo 84, ed esprime il voto che il Padre ci mostri ormai la sua misericordia e la sua salute; questa è Gesù incarnato.

  La Chiesa nell’odierna lezione evangelica (san Luca XXI, 25-33), pone in relazione la seconda venuta di Gesù alla fine del mondo in glória majestátis suæ, colla sua prima apparizione a Bet-lehem in humilitáte passiónis, in qualità di Redentore. In ambedue i casi egli invita i suoi eletti a levare ormai alto il capo, chè s’avvicina il giorno della riscossa e della liberazione. La Chiesa è rimasta sempre fedele alla consegna: le prime generazioni cristiane terminavano appunto le loro sinassi con un fervido voto, perché Gesù affrettasse l’ ora di questa sua finale apparizione. Amen, veni, Dómine Jesu (Apocal., XXII, 20.) e ancor oggi questa fervida fede sostiene la famiglia cattolica nelle sue lotte e nei suoi dolori, hi qui dilígunt advéntum ejus (II Timoth., IV, 8.).

Messale, prima domenica d'Avvento

   San Gregorio Magno commentò ai fedeli di Roma l’odierna lezione evangelica. in questa stessa basilica stazionale di Santa Maria Maggiore ove ancor oggi ci aduniamo, e per riprodurre a più vivi colori la catastrofe finale del mondo, trasse gli elementi della descrizione da un terremoto che tre giorni prima aveva atterrato tempî e case, riempiendo gli animi di terrore.

L’antifona dell’offertorio deriva pur essa dal salmo 24 – (ormai è il salmo tipico della prima domenica d’Avvento – e ne esprime assai bene la ragione: chi con vigile fede attende il Signore, non rimarrà confuso.

La colletta sulle oblate, nella sua elegantissima sobrietà e concisione, esprime in altre parole l’antico concetto che informa tuttavia l’Epiclesi romana, e supplica il Signore che la tremenda efficacia dell’Eucaristico Sacrificio ci purifichi gli animi, sì da accostarci degnamente a ricevere Colui che ne fu l’autore.

  L’antifona per la Comunione è un canto di giubilo e di riconoscenza, e deriva dal salmo 84, quello stesso che ci ha dato il verso alleluiatico. Il Signore, mediante l’Eucaristia, ci ha dato un pegno della sua infinita bontà, e la terra nostra, già arida e sterile pel peccato, irrorata adesso dalla rugiada della grazia, recherà ormai il suo frutto.

   La colletta di ringraziamento dopo la santa Comunione – la vera Eucharistia nel suo significato etimologico –  s’ispirò al salmo 47. Il celeste Pane a cui abbiamo partecipato, colla sua divina virtù è quello che meglio d’ogni altro ci disporrà a prepararci convenientemente alla vicina festa del comune riscatto.

   Nel tardo medio evo, a principio del nuovo anno liturgico, era abbastanza diffuso il rito di cantare prima dell’introito alcuni versi in onore di san Gregorio Magno, il redattore ispirato dall’ Antiphonarium che da lui prende il nome:

  Sanctíssimus namque Gregórius, cum preces effúnderet ad Dminum. ut músicum tonum ei désuper in carmínibus dedísset : tunc descéndit Spíritus Sanctus super eum in spécie colúmbæ, et illustrávit cor ejus. Et sic demum exórsus est cánere ita dicéndo : Ad te levávi etc. Anche la nota sequenza Dies irae, dies illa del secolo XIV, prima che venisse posta in relazione coi defunti – mediante l’aggiunta del verso finale: Dona eis réquiem. Amen -, soleva quest’oggi cantarsi prima del Vangelo, quasi a preparare gli animi alla terribile narrazione della catastrofe finale descritta da san Luca. [per la notazione musicale di questo brano fai click qui.]

  L’uomo è composto di spirito e di carne;  quello vuol essere attratto dalla verità e dall’amore;  questo non comprende che il bene o il male sensibile, onde dev’essere tenuto in freno dalla penitenza e da un salutare timore dei divini giudizi.

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