da: Card. A. I. SCHUSTER, OSB, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul messale romano, II, Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 152-161.

Quest’oggi, mediante l’effusione dello Spirito Santo, Gesù risorto da morte ed assiso alla destra del Padre, comunica alle membra del suo mistico corpo la sua vita divina. Così la Chiesa che fino ad oggi vagiva come in culla tra le ristrette mura del cenacolo, conseguita ormai la sua integrale perfezione, tutta radiante di santità e di verità, fa la prima apparizione al mondo. Lo Spirito Santo che finisce quest’oggi nelle sue vergini membra le comunica la vita di Gesù, associandola ai suoi ideali, all’opera sua redentrice; onde Paolo ha potuto ben dire che le fatiche apostoliche degli operai evangelici fanno parte dell’opera della Redenzione; anzi, il Salvatore stesso, sulla via di Damasco, ha dichiarato al medesimo apostolo che Egli appunto era colui che veniva perseguitato e soffriva nelle membra della sua Chiesa.

     Il protagonista della prima Pentecoste cristiana è Pietro, intorno al quale si stringe il piccolo gregge del Sion: egli inizia quest’oggi l’esercizio del primato pontificio annunziando per il primo la novella evangelica ai rappresentanti delle varie nazioni, senza distinzione di patria e d’origine, senza differenza di confini di regni o di città; a nome della Chiesa intera, è parimente Pietro che protesta contro la volgare calunnia di ebrietà apposta agli apostoli; è egli infine che in quella prima predica converte e battezza i primi tremila neofiti, che aumentano la famiglia del Nazareno.

     Perciò l’odierna stazione, a differenza del giorno di Pasqua, è nella Basilica vaticana, dove altra volta il Papa celebrava i primi vesperi, le vigilie notturne e la messa. Giusta il rito romano delle maggiori solennità dell’anno, questa notte l’ufficio vigiliare era doppio; dapprima si celebrava nell’ipogeo sotterraneo, dove si venerava l’arca sepolcrale dell’ Apostolo, indi all’altare maggiore. In quest’ ultimo, che era il più solenne, i canonici cantavano la prima lezione, i cardinali la seconda e il Papa stesso la terza. Dopo la messa il pontefice veniva incoronato col regnum, e ritornava processionalmente in Laterano.

 L’ introito derivato dalla Sapienza, I, 7, vorrebbe esser gustato attraverso la melodia maestosa e giuliva di cui l’ha adornato l’antico genio musicale gregoriano. Si sa bene che tutti gli attuali testi del messale e del Breviario sono rivestiti di ricche melodie. Come chi vuoI gustare un’opera teatrale non si limita a leggere il libretto del poeta, ma bisogna che ascolti la musica e veda la messa in scena dell’opera, cosi ad intender bene la bellezza, il genio, l’efficacia potente della sacra liturgia sul popolo cristiano, bisogna vederla riprodotta integralmente in tutto il suo splendore d’edifici, di sacri ministri, di vesti, di canti, di suoni e di riti, senza giudicare troppo dalle riduzioni. «Lo Spirito di Iahvè ha ripiena la terra, e questo cosmo che tutto contiene pronuncia verbo di saggezza. Questo è detto anzitutto della sapienza e della bontà di cui Dio ha lasciato profonde traccie nella creazione; ma vale assai più per l’ordine soprannaturale al quale Dio ci ha elevati. Il Signore ha diffuso il suo Paraclito su tutti i Cristiani; la predicazione evangelica, mediante la quale lo Spirito Santo inizia i credenti agli intimi secreti della Divinità, ha risuonato in tutti i regni, sino agli ultimi confini del mondo, ed oggi, in grazia del suo catechismo, la semplice vecchierella del villaggio in ordine a Dio ed al proprio ultimo fine, ne sa più che tutti gli antichi sapienti d’Atene e di Roma.

     Segue l’antifona il bel salmo 67: «Sorga lahvè e siano sgominati i suoi avversari, e quelli che l’odiarono fuggano innanzi a lui ». Quest’inno di guerra conviene assai bene alla venuta in terra del Paraclito. Egli è venuto a vendicare l’innocenza di Gesù, e lo fa riempiendo la Chiesa di tanta trascendenza di santità, che questa forma quasi un fuoco nel quale si prelude al giudizio finale dei nemici di Dio. Chi non crede e non ama, questi già è stato giudicato dal Paraclito. Egli da se stesso si è messo fuori dalla via della salute.

     La colletta è la seguente: «O Dio, che in questo giorno hai ammaestrato i cuori dei tuoi discepoli coi fulgori del Paraclito, ci concedi colla sua assistenza di sentir rettamente, e cos1 di aver parte anche alle sue consolazioni».
Due cose domanda qui la Chiesa: La prima è di avere il senso delle cose di Dio, il che denota un certo benessere spirituale, ed è la conseguenza della vita interiore che il Paraclito ci alimenta nell’anima. La seconda poi è di ricevere il conforto dello Spirito Santo il quale si denomina appunto Paraclito, perchè Gesù ce lo ha donato affinchè colle sue consolazioni spirituali ci conforti a sostenere le lotte della vita cristiana, e ci trattenga da cercare le consolazioni dannose della natura corrotta.

    Nella lezione tratta dagli Atti degli Apostoli (II, 1-11) si descrive il miracolo della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli. Sono a notarsi le circostanze. Gli undici ci si erano preparati col ritiro di dieci giorni in compagnia e sotto gli auspici della Santissima Vergine. Essi vivevano in comune, con grande pace ed armonia, sotto l’ubbidienza di Pietro. Essi si trattenevano in preghiera durante l’ora di terza. Lo Spirito Santo discese su di essi in forma di lingue di fuoco, Che cosa vuole insinuarci tutto questo complesso di circostanze, se non lo spirito di raccoglimento, una tenera devozione alla Santa Vergine, un’assoluta soggezione al Vicario di Cristo, un amore grande per la concordia e carità fraterna anche a prezzo di sacrificare la nostra troppo suscettibile personalità, uno zelo indefesso per la preghiera?
Ecco le migliori condizioni per impetrare il dono dell’amor di Dio. Ecco pure ciò che si richiede da noi, perchè lo Spirito Santo ci trasformi in apostoli, anche a vantaggio dei nostri prossimi.

     Il verso alleluiatico è tolto dal salmo 103 precisamente come l’offertorio di questa notte. Lo Spirito Santo cambia l’aspetto della terra, perchè Egli, di figli di Adamo peccatore, ci solleva alle altezze vertiginose di figli stessi di Dio. Distrutto il regno del peccato ed il regime dell’ansioso servaggio, s’inizia nel mondo l’èra messianica. La natura stessa sembra affrettarsi ad anticipare coi voti quel giorno in cui verrà vendicata dall’onta in cui adesso la tiene captiva il peccatore, allorchè questi se ne serve per fini sregolati, e, suo malgrado, la deflora e la prostituisce alle proprie passioni. E’ Paolo che, con un concetto pieno d’energia, ci rappresenta questa creazione dell’occhio lungimirante che sta in attesa del suo liberatore. Exspectatio enim creaturae revelationem filiorum Dei exspectat. Verrà all’ultimo il giorno della riscossa, quando la natura intera sorgerà in armi insieme col Creatore a trarre vendetta del suo ingiusto oppressore. Et armabit creaturam ad ultionem inimicorum, et pugnabit pro illo orbis terrarum contra insensatos. Però questa riabilitazione del creato incomincia sin d’adesso, giacchè come s’esprime la Chiesa nel Martirologio di Natale, Gesù mundum volens adventu suo piissimo consecrare, ha disposto che la terra fosse il teatro dei misteri della sua vita, passione e morte. Egli inoltre, per mezzo dei sacramenti e dei sacramentali, ha elevata la materia alia dignità di veicolo pel quale si trasmette ai fedeli la grazia dello Spirito Santo. Così quella natura che da principio coi suoi allettamenti sedusse, traviò l’uomo, e fu coinvolta nella sua maledizione, nel Testamento Nuovo viene ribenedetta dal Paraclito, e concorre così alla samificazione di chi se ne serve rettamente con fede e con animo grato a Dio, che ce l’ha concessa.

    Il verso prima del Vangelo, e per testo e per melodia, è tra i più ispirati di tutto l’Antifonario gregoriano. La liturgia usa di ripeterlo in occasione della consacrazione dei nuovi altari, quando sulla mensa tuttavia madida del sacro Crisma, si fanno ardere cinque piccoli ceri a forma di croce, deposti ciascuno su altrettanti grani d’incenso. Tutta l’ara appare allora avvolta dalle fiamme che ricordano il fuoco celeste che talvolta consumava le vittime nell’ Antico Testamento. « Lode a Iahvè. Vieni, o divino Spirito, riempi i cuori dei tuoi devoti, e lo sono tutti i cristiani, perchè il battesimo trinitario li consacra definitivamente alla gloria e alla santità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Tu accendi in essi la fiamma del divino amore – o meglio, sii tu stesso questa fiamma inestinguibile che distrugga nel nostro cuore tutta la scoria, tutta la paglia, tutto quello che non è metallo eletto, e non giova, come dice Paolo, alla costruzione dell’edificio spirituale del divin tempio che deve sorgere in noi. – Prescrive la rubrica che quest’affettuosa invocazione allo Spirito Santo si canti genuflessi.

     L’odierna sequenza accolta nel Messale da taluni è attribuita ad Innocenzo III; essa però ne sostituisce un’ altra splendida: Sancii Spiritus adsit nobis gratia, quale è menzionata negli Ordini Romani del secolo XV. L’autore di quest’ ultima prosa è il famoso monaco Notchero, del quale si narra che quando nel 1215 Innocenzo III ne ascoltò la composizione melodica ripiena di tanta devozione, si meravigliò che il suo autore non fosse stato ancora canonizzato. Ecco la celebre composizione che un tempo venne accolta anche nel Messale di Roma. Giova notare che essa è una prosa musicale e ritmica ad imitazione di composizioni del genere d’origine bizantina. Il solo testo non dice molto, e bisogna tenere conto del suo rivestimento melodico.

Sancti Spiritus
Adsit nobis gratia,
Quae corda nostra sibi
Faciat habitaculum,
Expulsis inde cunctis
Vitiis spiritualibus.
Spiritus alme, illustrator hominum,
Horridas nostrae mentis
Purga lenebras.
Amator, sancte sensatorum
Semper cogitatuum,
Infunde unctionem tuam
Clemens nostris sensibus.
Tu, purificator omnium
Flagitiorum, Spiritus,
Purifica nostri oculum
Interioris hominis,
Ut videri supremus
Genitor possit a nobis,
Mundi cordis quem soli.
Cenere possunt oculi.
Prophetas tu inspirasti, ut praeconia
Christi praecinuissent inclta,
Apostolos confortasti, ut throphaeum
Christi per totum mundum veherent,
Quando machinam per Verbum suum
Fecit Deus coeli, terrae, malis,
Tu, super aquas foturus eas, numen
Tuum expandisti, Spiritus,
Tu animabus vivificandis
Aquas foecundas.
Tu adspirando da spiritales
Esse homines.
Tu divisum per linguas mundum
Et ritus adunasti, Spiritus.
Idololatms ad cultltm Dei revocas.
Magistrorum optime,
Ergo nos supplicantes tibi
Exaudi propitius, sancte Spiritus,
Sine quo preces omnes cassae
Creduntur et indigna e Dei attribus,
Tu, qui omnium saeculorum sanctos
Tui numinis docuisti instinctu,
Amplectendo spiritus,
Ipse hodie Apostolos Christi
Donans munere insolito
Et cunctis inaudito saeculis
Hunc diem gloriosum fecisti.
Dello Spirito Santo
Ci soccorra la grazia,
Perchè i nostti cuori
Divengano il suo abitacolo,
Divelte prima via
Le distorte inclinazioni.
Almo Spirito,
Dirada le orride
Tenebre della nostra mente.
Tu che sempre ti diletti
Degli spiriti assennati,
Infondi benigno l’unzione tua.
Ai nostri sensi.
Tu, o Spirito purifichi
Tutte le colpe:
Purifica dunque, l’occhio
Del nostro uomo interiore,
Onde possiamo vedere
Il supremo nostro Padre,
Cui solo l’occhio di chi è mondo di cuore
Vale a fissare.
Tu ispirasti i profeti che coi loro carmi
Hanno annunziato i sublimi misteri del Cristo.
Tu animasti gli Apostoli
A portare per tutto l’ orbe le insegne
trionfali di Cristo;
Allorquando Dio per opera del suo Verbo
Trasse dal nulla la macchina del cosmo,
cielo terra, mare,
Tu, o Spirito, quasi a fecondare le acque
Aleggiavi loro sopra.
Tu alle medesime conferivi forza vivificatrice,
Onde dar l’essere ai viventi.
Col tuo soffio, o Paraclito, ci concedi
Di divenire uomini spirituali.
Tu, o Spirito, hai raccolto in un’unica
famiglia
Il mondo diviso in tante lingue e civiltà.
Tu, o il migliore dei maestri, richiama
A l culto di Dio gl’idolatri.
Noi, dunque, che ti supplichiamo,
Esaudisci benigno, o Spirito Santo
Senza la cui grazia sappiamo essere
vane tutte le preci
E indegne d’essere accolte da Dio,
Tu che attraverso i secoli hai ammaestrato
I Santi col riempirli
Del tuo Spirito;
Tu oggi gli Apostoli di Cristo hai arricchiti
D’un dono mai più visto
In alcun secolo,
Ed hai reso glorioso questo giorno.

Ecco il testo della devota sequenza accolta nel Messale Romano della riforma Piana.

1) Veni, Sancte Spiritus,
Et emitte caelitus
Lucis tuae radium.
2) Veni, Pater pauperum,
Veni, dator munerum,
Veni, lumen cordium.
3) Consolator optime,
Dulcis hospes animae,
Dulce refrigerittm,
4) In labore requies,
ln aestu temperies
In fletu solatium.
5) O lux beatissima,
Beple cordis intima
Tuorum fldelium.
6) Sine tuo numine
Nihil est in homine,
Nihil est innoxium.
7) Lava quod est sordidum
Riga quod est aridum
Sana quod est saucium.
8 ) Flecte quod est rigidum,
Fove quod est frigidum,
Rege quod est devium.
9) Da tuis fidelibus
In te confidentibus,
Sacrum septenarium.
10) Da virtutis meritum,
Da salutis exitum,
Da perenne gaudium
Amen. Alleluia.
1) Vieni, o Santo Spirito
E dal cielo
Fa brillare un raggio della tua luce.
2) Vieni, o Padre dei miseri,
Vieni, o largitore dei doni,
Vieni, o luce dei cuori.
3) Dolce consolatore,
Ospite giocondo dell’anima,
Soave refrigerio.
4) Tu sei il nostro riposo nella fatica,
Tu mitighi il fervore delle passioni
Tu asciughi le lagrime nel dolore,
5) O luce giocondissima,
Riempi l’intimo del cuore
Dei tuoi fedeli.
6) Senza la tua grazia
Non v’ha nulla nell’uomo,
Nulla che sia buono.
7) Lava le nostre sordidezze,
Innaffia l’aridità del cuore,
Sana le sue ferite.
8 ) Piega ciò che è troppo duro,
Riscalda ciò che è troppo gelido
Raddrizza ciò che è distorto.
9) Ai tuoi fedeli
Che in te confidano
Dà i tuoi sette doni.
10) Dà il merito alla virtù,
Dacci una morte in stato di salute,
Dacci il gaudio eterno.
Amen. Lode a Iahvè.

Questa sequenza si ripete durante tutta l’ottava.

      La lezione evangelica deriva da Giovanni (XIV, 23-31). Se alcuno ama veracemente Gesù, cosi che in lui questo sacro fuoco della carità ha divorato ogni altro disordinato elemento terreno, allora il regno di Dio nel di lui cuore consegue il suo pieno e stabile sviluppo. E’ la Triade divina che viene a stabilire in esso la sua mistica dimora, in grazia d’una unione assai forte ed intima dell’anima con Dio. Il nodo di quest’unione tra l’anima, promessa sposa di Gesù, ed il Vergine Sposo, è lo Spirito Santo; il quale con una sovrabbondanza dei suoi carismi va disponendo la felice creatura al giorno fortunato delle sue nozze definitive con Dio. Tale stato, osservano i mistici, è molto elevato, e ben poche sono le anime che lo raggiungono; e questo, per mancanza di generosità nel darsi tutte a Dio, e nel lasciarsi trarre liberamente a volo dal suo Spirito nelle regioni alte sopra questa misera natura.

      Prosegue Gesù nel Santo Vangelo a descrivere la missione ordinaria del Paraclito in mezzo ai fedeli. Egli deve integrare la formazione degli Apostoli, e mediante l’indefettibile assistenza che presta alla Chiesa docente, deve conferire un carattere di perennità a quest’annuncio lieto del Vangelo del Regno, ordinato alla salvezza delle anime.
Gli Apostoli si rattristano per l’imminente dipartita di Gesù. Essi però considerano questo fatto coi puri criteri della ragione umana, senza elevarsi alle regioni superiori della fede, dove scorgesi l’umanità santa di Gesù glorificata dal Padre. Questa glorificazione del capo inizia altresì quella delle membra., in modo che gli Apostoli invece di dolersi, dovrebbero anzi godere della dipartita del divin Maestro.

      Nè occorre d’insistere sulle circostanze che accompagnano questa partenza, cioè l’odio del Satana che incita i suoi seguaci a mettere a morte Gesù. Non cade foglia che Dio non voglia. Gesù non soccombe all’ira del demonio, il quale effettivamente non ha su di lui nè alcun diritto, nè alcun potere. Se Gesù mori, lo fu non perché lo vollero i Giudei ed il diavolo, padre loro ; ma piuttosto perché Egli volontariamente si degnò di togliere sopra di sè i peccati dell’uman genere, offrendosi a Dio sull’altare della Croce, vittima grata e volontaria, ostia d’adorazione alla santità del Padre.
L’antifona per l’offerta è derivata dal salmo 67. La scena avvenuta nel cenacolo di Gerusalemme – il primo tempio cristiano – non ha carattere transitorio ; essa inizia un’economia stabile d’amore e di salvezza giacchè per mezzo degli Apostoli Dio dona ancora agli altri fedeli questa lucida σφραϒις cioè questo suggello spirituale e prezioso che è il pegno indefettibile della nostra adozione a figli di Dio. Il popolo Cristiano diviene dunque una famiglia di re. Esso offre al Signore dei doni quali a lui si convengono – siamo al momento dell’offertorio. – Questi doni sono appunto simboleggiati dalle oblate che adesso si presentano all’ altare, in grazia delle quali il sacrificio del popolo viene unito a quello del Cristo, precisamente come nel sacro calice l’acqua viene mescolata col succo della vite.

La colletta sulle oblate è identica a quella di questa notte. Si implorano dal Signore due cose: che il fuoco del Paraclito consumi il sacrificio del nostro cuore, il quale, in grazia del dono della pietà si dedica tutto a Dio, e incomincia a vibrare, olocausto perenne, unicamente per lui; chiediamo inoltre, che questo medesimo Paraclito discenda sull’offerta che ora abbiamo deposta sul sacro altare, affinchè i sensi d’intensa devozione che Egli c’ispira, rendano l’Eucaristia sacramento proficuo ed efficace per la nostra santificazione.

Durante tutta l’Ottava di Pentecoste s’inseriscono nel Canone consacratorio le commemorazioni dello Spirito Santo che abbiamo già riferite nella messa vigiliare. Questa volta tali rievocazioni della primitiva Pentecoste cristiana nel Cenacolo sulla collina di Sion, riescono tanto più commoventi quando si pensa alla funzione speciale che compiè lo Spirito Santo sul Calvario. Allora egli negli ardori della sua ineffabile santità consumò la divina vittima, la quale per Spiritum Sanctum semetipsum obtulit immaculatum Deo. Onde i Padri invocando il Paraclito nelle antiche epiclesi eucaristiche, lo invitavano a discendere sull’altare e ad adombrare le sacre oblate quale testis passionum Christi tui. È sempre questa la funzione dello Spirito Santo: Ille testimonium perhibebit de me. Egli che era ben conscio dell’ineffabile martirio del Crocifisso, giacchè l’aveva santificato nei suoi ardori, deve ora renderne testimonianza al mondo. E in qual modo? Assicurando nelle anime gli effetti della redenzione mediante l’effusione dei doni carismatici.

L’antifona per la Comunione è tratta della lezione degli Atti degli Apostoli. S’udì un rumoreggiare, quasi di turbine impetuoso. I discepoli vennero ripieni di Spirito Santo e cominciarono a pubblicare le grandezze di Dio. Il vento impetuoso sta la ad indicare la forza ed insieme la soavità della mozione dello Spirito Santo. La forza, perché ehi è che può resistere a Dio? La soavità perchè questa mozione non trae seco alcuna violazione della libertà dell’arbitrio umano, ma è Dio stesso che lo -plasma e lo dirige secondo il suo beneplacito. Egli non muove contro il nostro volere – e questa sarebbe violenza – ma ci dà di volere il bene.

      La colletta eucaristica è quella della messa vigilare. Lo Spirito Santo viene paragonato ad una deliziosa rugiada, la quale, mentre asterge le macchie del nostro cuore, lo rende fecondo ad operare il bene.
Senza questa rugiada il povero nostro cuore è come un terreno riarso dal sole. II fuoco impuro della concupiscenza dissecca in esso ogni umore e lo riduce ad una massa pietrosa, dove non può germogliare filo d’erba. Viene però lo Spirito Santo e smorza questi profani ardori; la zolla rovente del cuore accoglie allora la benefica rugiada celeste e lo Spirito Santo vi depone i germi d’ogni più eletta virtù.

      Tertulliano ha definito il Cristiano siccome composto di corpo, d’anima e di Spirito Santo. La frase ha un po’ del paradossale, ma dev’essere spiegata nel senso inteso dall’autore. E’ lo Spirito Santo colla sua grazia quello che intrinsecamente eleva l’anima all’essere soprannaturale di figlia adottiva di Dio. La mozione del Paraclito è dunque quella che determina tutti i nostri atti meritori: di guisa che quando noi invochiamo Gesù, quando gemiamo ai suoi piedi, quando soffriamo, quando operiamo per Dio, è sempre lo Spirito Santo quegli che prega, che geme, che opera in noi. Egli inoltre testimonium reddit spiritui nostro quod sumus filii Dei ; anzi è precisamente lo Spiritum Filii sui, che Dio ci ha infuso per metterci a parte inieme con Gesù del carattere di figli suoi prediletti. Questo medesimo Spirito, che durante la vita abita in noi e c’imprime l’impulso verso il cielo, non termina l’opera sua colla morte. Egli all’ultimo giorno esige la riedificazione del suo mistico tempio dell’anima credente, e questo propter inhabitantem Spiritum eius in nobis.

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