Schuster, La terza messa del Natale.da: Card. A. I. SCHUSTER, OSB, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul messale romano, II, Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 164-168.

Sino ai tempi di Gregorio VII la terza Stazione natalizia, come per solito a Roma nei di più solenni, si raccoglieva a San Pietro, quasi per celebrare il Natale in famiglia, attorno alla mensa Petri, del comun Padre e Pastore. Ma la brevità delle giornate invernali, e la difficoltà di recarsi processionalmente in Vaticano in quei giorni torbidi, in cui il Papa era stato perfino strappato dall’altare ad Praesepe nella messa natalizia di mezzanotte ed era stato trascinato prigione dalla fazione avversa, fecero preferire la basilica Liberiana più prossima al Laterano, tanto più che nel secolo XI San Pietro fu parecchie volte in potere degli scismatici e dei loro antipapi. L’uso imposto allora dalla tristezza dei tempi fini col diventare legge, e la stazione a Santa Maria Maggiore sostituì quella di San Pietro.
     Con questa differenza però, che la messa della mezzanotte è nell’oratorio ad Praesepe – dove poteva essere ammessa solo una cerchia ristretta di persone -, mentre la terza si celebra nella vasta aula di Sicnino, decorata da Liberio e da Sisto III.
      Nell’entrare del Pontefice in chiesa, descrivono gli antichi Ordini  Romani, i cubicolari lo ricevevano sotto una specie di baldacchino, ed egli, con un cerino posto sulla sommità d’una canna, dava fuoco alla stoppa intrecciata sui capitelli delle colonne.
      Questo rito che oggi compiesi solo in occasione della consacrazione del Sommo Pontefice, simboleggiava la gioia festiva, siccome ancora voleva essere quasi una figura finis mundi per ignem ((Ord. Bened. Canonici, P. L., LXXVII, col. 1002.)), ma questo secondo significato simbolico è posteriore. Nei tempi più recenti il senso primitivo ha subito una nuova modificazione, ed al Pontefice che in tutta la sua gloria s’appressa all’altare di San Pietro onde cingere la tiara pontificia, un cerimoniere, mostrando la stoppa ardente, dice: Pater Sancte, sic transit gloria mundi. La lezione è profonda, ma gli umanisti del rinascimento che l’introdussero, sembra che punto non comprendessero la sconvenienza di recitarla innanzi al sommo Maestro della Fede, nell’atto che prendeva possesso del trono pontificio.
      Giunto il corteo sul presbiterio, il primicerio, togliendo la mitra al Papa, lo baciava sull’ omero ; questi a sua volta, baciato il codice dei Vangeli, scambiava l’amplesso col decano dei cardinali vescovi, e circondato dai suoi sette diaconi, dava principio all’azione liturgica.
      Dopo la colletta, i chierici inferiori, sotto la direzione dell’arcidiacono, eseguivano una serie di acclamazioni litaniche – tuttavia in uso nella coronazione pontificia – in onore del Papa; il quale li ricompensava di quel complimento con tre soldi d’argento per ciascuno.
      All’offertorio salivano all’altare altri sette tra vescovi e preti cardinali, e concelebravano con lui – il qual rito di concelebrazione eucaristica si mantenne assai a lungo a Roma nella messa solenne papale.
     Terminato il divin Sacrificio, il Pontefice veniva incoronato col regnum dall’arcidiacono – la seconda e la terza corona sono state aggiunte nel periodo avignonese – e lo splendido corteo a cavallo faceva ritorno al Laterano per il pranzo. Prima di discender di sella, i cardinali si schieravano innanzi alla piccola basilica di Zaccaria, e – come il Polichronion della corte bizantina nella festa di Natale – l’arciprete di san Lorenzo intonava esso pure: Summo et egregio ac ter beatissimo papae N. vita. Rispondevano i colleghi tre volte: Deus conservet eum. Ripigliava l’altro: Salvator mundi, o Sancta Maria, omnes Sancti e ad ogni invocazione il coro rispondeva: tu illum adiuva. Il Papa ringraziava dell’augurio, e distribuiva a ciascuno dei cardinali tre monete d’argento. Sottentravano allora i giudici, ed il primicerio intonava: Hune diem; gli altri acclamavano ripetutamente: Multos annoso Riprendeva il capo: Tempora bona habeas, ed il coro: tempora bona habeamus omnes.
     Allora finalmente il Papa scendeva da cavallo, ed entrato in una delle sale, continuando l’antica tradizione dei Cesari, faceva ai suoi clienti le consuete distribuzioni di danaro. – È sommamente interessante vedere come la corte pontificia del medio evo abbia conservate tante tradizioni del periodo imperiale di Roma e di Bisanzio.
     Oltre la buona mano comune a tutti, al prefetto della città spettavano venti monete, quattro ai giudici e ai vescovi, tre ai preti e diaconi cardinali, due ai chierici inferiori e ai cantori. Lieti tutti per l’elargizione ottenuta, prendevano posto a mensa imbandita nel gran triclinio di Leone III, il cui mosaico absidale esiste tuttavia sulla piazza lateranense, in una ricostruzione posteriore compiuta sotto Benedetto XIV.
     Intorno al Papa sedevano a mensa in abiti sacri, a destra i cardinali vescovi e preti, a sinistra l’arcidiacono, il primicerio cogli alti ufficiali di corte. Nel mezzo dell’aula era il leggio coll’omiliario, donde a metà del banchetto un diacono leggeva un tratto dei Santi Padri. Ma la lettura non durava a lungo: il Pontefice mandava un accolito ad invitare la schola, perchè eseguisse qualche sequenza del suo repertorio in onore del Natale – ecco il posto riservato alla sequenza, siccome canto devoto e popolare, ma estra-liturgico, in Roma -, e dopo che i cantori avevano dato prova della loro valentia musicale, erano ammessi a baciare il piede al Papa, il quale bonariamente offriva a ciascuno una coppa di vino ed un bisante. Quanta poesia in queste antiche cerimonie della Roma papale, e soprattutto quale influsso esercitava la sacra liturgia sopra tutta la vita religiosa del popolo!

     L’introito deriva da Isaia (IX, 6). Ecco, ci è nato un pargolo, ci fu dato un figlio, il quale, non ostante lo stato d’infinito annientamento a cui si riduce, è l’Eterno, il Creatore dell’universo, colui che nella possanza del suo verbo tutto regge e governa, sul cui omero poggia la divina universale monarchia. Egli, come splendore ed immagine del Padre, Lo dirà agli uomini, e sarà quindi loro il messo della Triade sacrosanta, il nunzio o l’angelo della lieta novella della Redenzione. Segue il salmo 97 che invita ad intonare a Iahvè un cantico nuovo, in ringraziamento del nuovo prodigio di misericordia che ha operato nell’incarnazione del suo Verbo.

   Nella colletta preghiamo Dio, che la nuova nascita temporale del suo Unigenito ci liberi dall’antico servaggio del peccato.

   Nella lezione dell’Epistola agli Ebrei (I, 1-12), mediante una profonda esegesi degli antichi testi scritturali, si dimostra la divinità del Messia e la sua infinita superiorità sugli Angeli, i quali appunto l’adorano e gli offrono tremebondi i loro servigio Sebbene in culla apparisca pargoletto. Egli tuttavia è l’Eterno; tutto nel mondo passa e si succede, ed egli alle vecchie forme fa succedere le nuove, come si muta un mantello deperito; ma egli è immutabilmente lo stesso, e i suoi anni non vengono mai meno.

   Il graduale è tratto dal salmo 97. Il Signore ha manifestato al mondo il divin Salvatore, e tutte le genti hanno partecipato a questa rivelazione. Non è più la sola Giudea che viene invitata a lodare lahvè, cui prima ella sola conosceva. La nuova redenzione dev’essere universale, com’è stata universale la colpa, ed innanzi a Dio non conteranno più le barriere nazionali che dividono gli Ebrei, i Greci e i Romani; la Chiesa sarà una e cattolica, cioè universale.

   Il verso alleluiatico è tolto dalla liturgia bizantina. Oggi a noi risplende un giorno santo. Come il Padre da tutta l’eternità generò il Verbo tra i fulgori della sua santità sostanziale, cosi oggi la Vergine beatissima dà alla luce il Redentore, il quale colla sua incarnazione consacra il mondo e santifica la Chiesa. Oggi una gran luce è discesa sulla terra, luce non soltanto materiale, ma spirituale ancora.

   Gesù Cristo, luce da luce, è venuto a diradare le tenebre del mondo. – È da ricordare che l’antica festa del Natale tra gli Orientali era unita all’Epifania, da loro chiamata solennità dei Santi Lumi, onde l’immagine del lume e della luce riesce affatto naturale in tal giorno. Quest’influsso delle liturgie orientali sulla romana ricorda l’aureo periodo del monachismo a Roma, quando nella capitale dell’orbe cattolico, a lato ai monasteri romani, sorgevano dei cenobi greci, siri, di Cilicia, d’Armenia ecc., e tutti prendevano parte alle solennità papali

   La lezione del Vangelo (Ioan. I, 14) è forse la pagina più sublime di tutta la santa Scrittura. Vi si dice della doppia generazione del Verbo nella sua natura divina ed umana. Come immagine dell’Artefice supremo, il Verbo è ancora l’idea archetipa ed esemplare del creato, ma in lui quest’immagine s’identifica colla sua stessa sostanza, onde tutte le cose in lui sono vita. Come creatura, la nascita di Gesù procede non da volontà di uomo o da desiderio di carne, ma l’immacolata Vergine Maria lo concepisce per virtù dello Spirito di Dio, generazione divina alla cui partecipazione siamo ammessi anche noi, qualora mediante la fede accogliamo nell’anima Gesù. Egli rendendosi uomo e stabilendo fra noi la sua tenda, nulla perde dei suoi attributi divini, onde noi attraverso il velo della sua umanità vediamo tutto il pleroma divino – è da ritenere questa parola contro la falsa gnosi cui oppugna l’Evangelista -, l’infinita grazia e verità.

   L’antifona per l’offertorio è tratta dal salmo 88. « Tuoi sono i cieli, tua è la terra e l’universo che tu creasti; la giustizia e l’equità dispongono il tuo seggio ». Quant’ è bella quest’insistenza della Chiesa nell’esaltare gli attributi divini del Bimbo di Bet-lehem, oggi che egli con infinita condiscendenza per la nostra miseria si degna d’occultarne i fulgori sotto i poveri panni, che ne avvolgono le membra intirizzite!

   Nella colletta sull’oblazione preghiamo Dio a santificarla in memoria della nascita temporale del suo Unigenito, onde noi pure siamo purificati da ogni contagio di colpa.

   Nell’ antifona alla Comunione, tratta dal salmo 97, ringraziamo il Signore, perchè innanzi a tutte le nazioni ha rivelato il divin Salvatore. Questo è sempre il carattere delle opere divine, la generosità, la magnificenza, la luce. Il peccato viene di solito commesso al buio e di nascosto, perchè l’empio odia la luce; ma la Redenzione viene compiuta sul Calvario al cospetto di tutto il mondo, onde tutte le genti, mediante i fulgori della fede, riconoscano ed adorino il Crocifisso Salvatore.

   Segue la preghiera di ringraziamento dopo la Comunione, in cui dimandiamo che il nato Bambino, come è l’autore della nostra rinascita nella sublimità della rigenerazione divina, così sia parimenti il rimuneratore munifico dei nostri meriti nella gloria dell’eternità. Gesù nasce di donna perchè noi cessiamo una buona volta di essere figliuoli della donna, sollevando ci alla dignità della figliuolanza di Dio; il Verbo associa alla sua persona la nostra natura umana, per metterci a parte della grazia divina. Egli si abbassa sino alla polvere, per sollevare la creatura al più alto dei cieli. Quali misteriose antitesi ! Quanta forza d’eloquenza in quell’apparente squallore che avvolge il Presepio di Gesù! Quelle membra intirizzite, quella mangiatoia, quella paglia, quella povertà ed umiliazione estrema, quale condanna per la nostra sensualità e superbia !

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