FRANCESCO TOLLOI, La messa pontificale, caratteri e peculiarità. (continua)

PONTIFICALE AL TRONO.

   La messa pontificale per eccellenza, che può senza dubbio costituire, assieme al rito peculiare della messa papale, un paradigma ed esserci d’aiuto a meglio a comprendere le altre forme, è quella che il vescovo celebra al trono (cathedra) della sua chiesa cattedrale, con l’assistenza e il servizio dei canonici della stessa, denominata per l’appunto “messa Pontificale al trono”10. In tale forma liturgica – come si evince nitidamente anche dalla stessa locuzione che la definisce – assume enorme importanza il trono, l’antica cathedra, in origine eretta al centro dell’abside, in seguito collocata al lato del vangelo  sopra tre gradini e ornata, la quale viene ad essere il luogo eletto all’esercizio del munus docendi vescovile, non a caso, infatti, intorno alla cathedra si impernia e si muove la prima parte della messa, quella didattica.11Il vescovo viene ricevuto alle porte della cattedrale dal capitolo, fatta orazione innanzi al Santissimo Sacramento, si porta al sacellum o sacrarium, ovvero una sorta di cappella nella quale sono elevati un tronetto per il vescovo, delle panche per i canonici nonché un altare, con croce e candelieri sopra il quale sono deposti i paramenti e le insegne, davanti a questo altare, genuflesso farà una breve orazione.12Accanto all’altare, sopra una credenza, sono posti i vari accessori necessari (es. i libri, i candelieri degli accoliti ecc.). Al tronetto del sacellum il vescovo dà principio al canto dell’ora canonica di terza. Durante la suddetta – ponendosi seduto dopo l’inno – legge, copertosi il capo con la berretta, la Praeparatio ad Missam alternandone i salmi con i suoi assistenti. Una volta terminata la preparazione, indossa, aiutato da un suo familiare i calzari e i sandali del colore liturgico del giorno recati, sopra un vassoio, dal suddiacono.13Dismessa la cappa o la mozzetta si lava le mani (la lavanda è ministrata dai suoi familiares o da un notabile a seconda delle consuetudini. Costoro vengono benedetti dal presule una volta compiuto il loro ufficio; potrà essere fatta la praegustatio14 dell’acqua da un servente, ricordiamo che questa pregustazione è largamente caduta in disuso). Il caudatario, che ha sostenuto mentre il vescovo camminava l’estremità della cappa, slaccia lo strascico della veste talare: da ora in poi il suo ufficio consisterà nel sostenerlo negli spostamenti15.

Il vescovo riceve i paramenti.

   Sopra il rocchetto indossa l’amitto e il camice, quindi la croce pettorale, la stola (che non viene incrociata) e il piviale, serrato sul davanti col formale. Indossata la mitra aurifregiata16sta seduto sino al responsorio, eseguito dopo che il suddiacono ha cantato il capitolo (con le stesse modalità con cui proclama l’epistola alla messa). Deposta la mitra e levatosi nuovamente in piedi conclude l’ora di terza, completa la vestizione indossando la tunicella e la dalmatica (ovviamente esse sono confezionate in stoffa leggera, usualmente lo spumiglione di seta, per non appesantire il prelato e impedirlo nei movimenti), i guanti pontificali o chiroteche (che ricoprono le sue mani sino all’offertorio), l’anello pontificale e  infine la pianeta; se è metropolita (o in particolari casi di privilegio diocesano o personale) sarà aggiunto – in alcune determinate circostanze – il pallio17benedetto dal romano pontefice fissato con spille gemmate. In alcune diocesi non metropolitane vi è un’insegna caratteristica detta razionale18. Durante la vestizione i canonici si dispongono in circolo attorno al tronetto del sacellum, quando il vescovo anziché officiare assiste, come vedremo, si disporranno similmente al trono in altri momenti della messa: si tratta di un privilegio proprio ed esclusivo dell’ordinario del luogo anche fuori dalla cattedrale; detti circoli possono esser fatti solo da coloro che rivestono la dignità canonicale. Coperto della mitra preziosa, una volta imposto e benedetto l’incenso nel turibolo ministrato dal sacerdote assistente, il vescovo, incede in direzione dell’altare impugnando nella mano sinistra il pastorale e benedicendo gli astanti.

Processione verso l'altare.

   È accompagnato ai suoi lati da due canonici dell’ordine diaconale19, che indossano il rocchetto (se ne hanno il privilegio altrimenti la cotta), l’amitto e la dalmatica. Ad essi spetterà assistere il vescovo per tutte le cerimonie della messa che si svolgono al trono. Lo precede il sacerdote che compie appunto l’ufficio di presbyter assistens, parato di piviale. A questi spetta l’assistenza del vescovo durante tutta la celebrazione, reggere il libro quando egli canta dal trono (quando invece legge, ad esempio il Gloria dopo averlo principiato intonandolo, lo sostiene un chierico a ciò deputato), ministrare l’incenso quando questi si trova al trono e incensarlo. Il prete assistente deve essere il più degno dei sacerdoti presenti: dignior omnino ex omnibus20. Accanto al sacerdote assistente si colloca a sinistra il diacono che prende il nome di diacono del vangelo (poiché l’annuncio dello stesso sarà l’ufficio più importante lui affidato durante la celebrazione), avanti ad essi il suddiacono: questi innanzi al petto porta l’evangeliario dentro il quale è collocato il manipolo del vescovo. Tutti questi ministri sono mutuati dal clero del capitolo. Diacono del vangelo e suddiacono attendono, con alcune varianti, agli uffici loro spettanti nelle messe solenni celebrate da un presbitero (proclamazione di epistola e vangelo, assistenza durante le incensazioni, ecc.).  Dietro al vescovo incedono quattro chierici, rivestiti di piviale che portano le insegne, vale a dire provvedono alla custodia delle mitrie, del pastorale, del libro (il messale) e della bugia21. La processione è invece aperta dal turiferario, dagli accoliti con i candelieri e in mezzo a essi si colloca il chierico crocifero, parato con la tunicella. Se l’officiante è arcivescovo, o comunque ha il privilegio, il crocifero porta la croce immediatamente davanti al suddiacono con l’immagine volta verso il presule, in tal caso – se il clero è numeroso – la croce processionale viene portata da un chierico in cotta22.Seguono i canonici che rivestono, sopra il rocchetto (se ne hanno il privilegio, oppure sopra la cotta), i paramenti a seconda dell’ordine cui afferiscono; come dice il Caeremoniale episcoporum incedono ita ut dignores semper sint posteriores in processione23qualora si abbia un capitolo di canonici che hanno il privilegio di usare la mitria la useranno nell’incedere, nello stare seduti e nel ricevere l’incensazione all’offertorio; similmente useranno la mitria semplice in luogo della berretta i canonici che ministrano il vescovo come diacono e suddiacono24. Gli altri sacerdoti e chierici prendono posto prima dei canonici seguendo i candelieri. All’altare – dietro la cui croce arde il settimo cero25, oltre alle sei candele richieste per la messa solenne – deposti mitra e pastorale il vescovo fa la confessione avendo alla sua destra il presbyter assistens e alla sua sinistra il diacono e il suddiacono; in posizione retrocessa si collocano i diaconi  assistenti. Le mitrie trovano posto sulla mensa, poggiate sui candelieri dell’altare: la mitria aurifregiata sta in cornu epistolae e la preziosa in cornu evangeli. In coro, i canonici parati, alternano le preghiere della confessione (preghiere ai piedi dell’altare) fra di loro; faranno lo stesso quando il vescovo al trono dice il Kyrie, il Gloria e il Credo e all’altare il Sanctus e l’Agnus. Poco dopo il Confiteor, segnatamente all’Indulgentiam, si appressa al vescovo il suddiacono (il diacono si sposta leggermente indietro) il quale gli fa indossare il manipolo che viene baciato nel mezzo dal vescovo.

Preghiere ai piedi dell'altare (l'Indulgentiam).

   Poco prima di salire l’altare il presbyter assistens e il diacono mutano di posto in modo che il primo venga a trovarsi all’immediata sinistra del vescovo e il diacono alla destra. Salito l’altare il vescovo bacia la mensa, come normalmente fa il sacerdote celebrante, quindi il principio del vangelo del giorno dall’evangeliario sorretto dal suddiacono, il prete assistente indica con la mano il punto di inizio della pericope ritirandosi quindi in plano. L’altare è incensato come avviene usualmente alla messa solenne; compiuta la turificazione il vescovo riceve la mitra preziosa dal primo dei diaconi assistenti e viene incensato dal diacono del vangelo, ricevuta l’incensazione benedice il diacono che l’ha compiuta.

Incensazione del vescovo all'introito.

   Impugnato il pastorale e fatto inchino alla croce procede per breviorem benedicendo verso il trono. Diacono del vangelo e suddiacono vanno allo scanno ove ci si siede abitualmente alle messe solenni. Consegnato il pastorale al chierico che lo custodisce e tolta la mitra, stando in piedi legge l’introito della messa del giorno dal libro sorretto dal ministro che ha alla sua destra il chierico che porta la bugia. Al trono resta per tutta la prima parte della messa sino al principio dell’offertorio. Letto l’introito, alterna il Kyrie, prima intona e poi recita a voce sommessa il Gloria. Quando deve sedere si copre della mitria aurifregiata e le sue ginocchia vengono coperte dal gremiale. Noteremo come molte delle azioni che un sacerdote compie all’altare nella prima parte della messa il vescovo le compie al trono; in particolare è dal trono che egli canta l’orazione o le orazioni dopo il Gloria – dopo aver previamente salutato il popolo cantando Pax vobis in luogo di Dóminus vobíscum ed essersi rivolto con un inchino alla croce dell’altare –  benedice il suddiacono, dopo che questi ha cantato l’epistola, benedice il diacono che si appresta a cantare il vangelo, durante il quale, stando in piedi, regge con ambo le mani il pastorale. Lo svolgimento di questa parte della messa ha le sue peculiarità: il vescovo legge l’epistola, i brani interlezionali e il vangelo26dopo che il suddiacono ha proclamato l’epistola e ricevuto la benedizione, per quanto riguarda l’ufficio del diacono questi posa l’evangelario nella mensa, va a baciare la mano al vescovo, quindi ritorna all’altare ove recita inginocchiato sull’ultimo gradino il Munda cor meum, si reca presso il trono – tenendo al petto l’evangelario – a ricevere la benedizione del vescovo (Dóminus sit in corde tuo) ma ministrare l’incenso ora spetta al presbyter assistens. Il vangelo si proclama come di consueto; è nuovamente il sacerdote assistente a incensare il vescovo dopo che questi ha baciato il testo del vangelo dal libro portogli dal suddiacono.

Proclamazione dell'epistola.

Proclamazione del vangelo.

   L’omelia27è tenuta dal vescovo stesso o dal presbyter assistens, diversamente, quando assiste pontificalmente può farla tenere ad altri, concede quindi – quando previsto – le indulgenze. In tal caso, terminata l’omelia, il diacono canta il Confiteor secondo la melodia posta nell’ultimo capitolo (XXXIX) del secondo libro del Caeremoniale episcoporum stando in piedi mediocremente inclinato alla sinistra del vescovo. Il prete assistente proclama l’indulgenza, il vescovo in piedi e senza mitra pronuncia l’assoluzione e, coperto della mitria e preso il pastorale, impartisce la benedizione. Se a officiare è un arcivescovo, o comunque un vescovo che ha un particolare privilegio, innanzi a lui si colloca il crocifero recante la croce astile e il presule benedice a capo scoperto chinandosi, poco prima, innanzi la croce. Dal trono intona e recita il Credo con le stesse modalità descritte per il Gloria  (ovviamente nelle occasioni in cui queste due ultime parti sono previste). Durante il canto del simbolo il diacono, fatta la reverenza al vescovo, si porta alla mensa ove spiega il corporale, estratto dalla borsa, così come fa abitualmente alla messa solenne. Terminato il Credo, il vescovo, deposta la mitria e il gremiale, si alza – canta Dóminus vobíscum e Orémus – e legge l’offertorio del giorno. Una volta rimessosi a sedere, coperto della mitria preziosa e col gremiale sulle ginocchia, il presbyter assistens gli toglie l’anello, i diaconi assistenti gli levano le chiroteche quindi riceve la lavanda delle mani e gli viene rimesso l’anello al dito. Il presbyter assistens si reca all’altare ove porta il messale, posto sul suo leggio, e il canon missae che è collocato aperto, alle pagine del testo dell’offertorio, ai piedi della croce; la palmatoria con la sua candela arde a sinistra del messale posata sulla mensa o è sostenuta dal chierico addetto alla stessa a seconda della consuetudine e dello spazio disponibile28.

   Il vescovo si porta dal trono all’altare coperto della mitria e incedendo col pastorale nella mano sinistra benedicendo gli astanti durante il tragitto. Ivi si compiono le consuete cerimonie dell’offertorio; sulla patena sono poste due ostie, una delle quali è “pregustata” dal sacerdote sacrista una volta che con essa il diacono ha sfiorato l’ostia da consacrarsi, la patena, l’interno e l’esterno del calice. In un apposito piccolo recipiente il diacono versa del vino e dell’acqua che sono pregustati sempre dal sacerdote sacrista29, quindi infonde il vino nel calice. Il suddiacono, chiesta e ricevuta la benedizione, infonde l’acqua; lo stesso riceve la patena che serba nascosta dai lembi del velo omerale stando in plano di fronte alla croce more solito. Il resto del rito dell’offertorio non differisce dalla messa solenne; compiutasi dal vescovo l’incensazione delle oblate, della croce e dell’altare, viene coperto con la mitria preziosa dal diacono assistente, riceve la turificazione dal diacono del vangelo che benedice, riceve la lavanda delle mani; il presbyter assistens provvederà a toglierli e rimettergli l’anello e a porgere al presule il manutergio, benedice coloro i quali ministrano la lavanda. La mitria è deposta prima che il vescovo dica il Glória Patri del salmo Lavabo.

Incensazione all'offertorio.

Lavanda delle mani all'offertorio.   Durante le segrete il cerimoniere toglie lo zucchetto dal capo del vescovo, lette queste il messale è rimosso e – in suo luogo – è posto il canon missae per mano del prete assistente. Il presbyter assistens assiste il vescovo al libro allo stesso modo in cui alla messa solenne il diacono fa con il sacerdote; essendo libero il diacono sosta in colonna dietro al vescovo, dietro a lui sta il suddiacono, ai suoi lati stanno i due diaconi assistenti. Il diacono si reca alla destra del vescovo solo quando deve compiere qualche ufficio (es. scoprire o coprire il calice). Accanto al messale è sorretta dal chierico addetto a questo ufficio la palmatoria oppure, la stessa, è posta – come si diceva –  sulla mensa esternamente rispetto al leggio con il libro. Al Sanctus escono i chierici con le torce e si pongono presso l’altare, il numero di essi varia e si giunge sino a un massimo di otto. Durante il canone della messa il presule, dovendosi menzionare il vescovo dopo il papa dice “me indígno fámulo tuo”30.

L'elevazione.

   All’abbraccio di pace è il presbyter assistens a riceverla per primo, sarà seguito dai diaconi assistenti quindi dal diacono e dal suddiacono; se questi ultimi dovessero comunicarsi riceveranno la pace una volta ricevuta la santa eucaristia  (in tal caso il vescovo pone le ostie deputate ai due sacri ministri sulla patena). Lo stesso presbyter assistens porta la pace in coro.

La pace.

   La confessione è cantata dal diacono prima della distribuzione della comunione31. Una volta che i sacri ministri si sono comunicati, hanno ricevuto la pace e hanno assunto l’abluzione bevendo da un calice in cui è contenuto vino ed acqua che è loro offerto da un chierico, coadiuvano il vescovo nella distribuzione della santa eucarestia: il diacono sostiene la pisside con le ostie innanzi al vescovo stanto a destra, mentre il suddiacono – a sinistra tiene la patena sotto il mento dei comunicandi i quali, prima di ricevere la comunione, baciano la mano al vescovo32.

Distribuzione della comunione.

   Compiutesi le abluzioni – ministrate dal diacono – il vescovo riceve, con le modalità descritte e col capo coperto della mitria, l’ultima lavanda delle mani quindi resta solo con lo zucchetto. Una volta rimesso sul leggio il messale e il canon missae in mezzo all’altare, il vescovo legge il Communio, come avviene usualmente, canta quindi – premesso il Dóminus vobíscum – l’orazione (o le orazioni) del Postcommunio. La benedizione, detto il Pláceat, viene impartita stando il presule col capo coperto della mitria preziosa (se è arcivescovo o ha un particolare indulto all’uso della croce resta col capo scoperto essendo innanzi a lui recata la croce astile) essa è preceduta dal versetto cantato Sit nomen Dómini, durante il quale si traccia col pollice destro un segno di croce sul petto, e da Adjutórium nostrum durante il quale si segna; cantato Benedícat vos omnípotens Deus, fatto inchino alla croce dell’altare, si volge al popolo, impugna il pastorale, benedice gli astanti tracciando tre segni di croce: il primo alla sua sinistra, il secondo al centro e il terzo alla sua destra.

La benedizione.

   Chinatosi alla croce discende dall’altare recitando a voce bassa il prologo del vangelo di san Giovanni. Qualora abbia l’uso del pallio lo deporrà all’altare prima di iniziare l’ultimo vangelo a menoché non debba darsi la benedizione papale. Il vescovo si dirige al sacellum per deporre i paramenti che, eventualmente potranno essere deposti anche al trono. Qualora dovesse leggersi un’altra pericope evangelica lo farà stando in cornu evangelii.

   Due volte all’anno – secondo le indicazioni date dalla lettera apostolica – segnatamente a Pasqua e in altra occasione ad libitum dell’ordinario, viene impartita la benedizione papale essa non tiene il luogo della consueta benedizione finale che avviene more solito. In tale caso il vescovo riassume le chiroteche e la benedizione indulgenziata dopo l’omelia viene omessa; ci si regola come per la stessa ma non è preceduta dal Confiteor.

   Il modo di celebrare fino qui descritto è certamente il più completo ed esemplare della liturgia vescovile (pontificale al trono). Talvolta il vescovo, trovandosi a celebrare nel territorio soggetto alla sua diocesi fuori dalla cattedrale, pontifica al trono in forma ridotta, ovvero senza la preparazione al sacellum (si para o direttamente al trono o in sacrestia, con o senza il canto dell’ora terza), senza diaconi assistenti (i cui offici vengono suppliti dal diacono e dal suddiacono e in parte dal cerimoniere)33e senza canonici parati. In siffatte circostanze, il presule riveste comunque tutte le insegne sopra descritte, prende posto in un trono eretto ad hoc34in presbiterio, ed è, in ogni caso, assistito dal prete assistente35.

   Comunemente questa forma di celebrazione è detta nel gergo clericale “pontificaletto”36, quasi a intendere – con simile diminutivo – una riduzione dell’apparato del pontificale celebrato nella cattedrale, del quale, tuttavia, serba tratti cerimoniali e insegne. La differenza è da ravvisare essenzialmente nella riduzione del numero delle persone che assistono il vescovo celebrante. Il “pontificaletto” è assai usato nelle chiese parrocchiali, soprattutto in occasione delle visite del vescovo diocesano. È da  sottolineare, ancora una volta, la centralità del trono nella liturgia romana pontificale: in tal senso il Caeremoniale episcoporum è rigorosissimo nel riservare al solo ordinario diocesano l’uso del trono che dovrà cedere solamente ad un cardinale, in ideale ossequio alla dignità principesca dello stesso37. Solo un decreto tardo ottocentesco successivo all’ultima editio typica del Caeremoniale, rimette facoltà agli ordinari di cedere il trono ad altro vescovo, purché non sia il suo coadiutore, ausiliare, né il vicario generale della sua diocesi, né un canonico del suo capitolo38; detta norma fu ripresa dal codice pio-benedettino39. Queste disposizioni vennero a mitigare, parzialmente, la rigida disciplina vigente fino ad allora.

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  1. Normalmente celebrano al trono: il sommo pontefice ovunque, l’ordinario del luogo nel proprio territorio, il metropolita nei confini della sua provincia ecclesiastica, gli abati e i prelati nullius nei propri territori, i cardinali nell’Urbe nel proprio titolo, i legati pontifici e nunzi ovunque nei loro territori eccetto nella cattedrale, gli abati nelle loro chiese. []
  2. Le norme si trovano contenute nel CEcit., II, viii. []
  3. L’uso del secretarium per la preparazione venne progressivamente abbandonato per preferire la preparazione e il canto di terza direttamente al trono, p.e. cfr. G. SESSOLO, Le sacre cerimonie…, cit. p. 3. []
  4. Secondo SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Decreto 4 dicembre1952, in AAS, XIX, 1952, pp. 887 e s., i calzari e i sandali pontificali devono essere indossati “secretario ab ecclesia distincto, aut domi”. []
  5. Cfr. CE II, viii, 11; ibid. I, xi, 11, si suppongono quattro addetti alle abluzioni, la prima delle quali è effettuata dal meno degno. []
  6. La coda della veste talare (“syrma”) fu un’innovazione relativamente recente e in particolare estranea alle normative del Caeremoniale episcoporum, si veda l’excursus di I. NABUCO, Ius pontificalium … cit., pp. 131 e ss., che muove dalle prescrizioni circa la semplificazione degli abiti dei cardinali di PIO PP. XII, Motu proprio Valde solliciti, 30 novembre 1952, in AAS, XIX (1952), pp. 849 e s.. Specifichiamo che ivi sono contenute prescrizioni circa la semplificazione dell’abito cardinalizio, queste vanno estese anche all’abito di patriarchi, arcivescovi, vescovi e prelati; si veda in tal senso: SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, decreto 4 dicembre 1952, in Constitutiones Apostolicae recentiores, Romae, Poliglotta Vaticana, 1956, p. 30. []
  7. Le mitrie vescovili sono di tre tipologie: la preziosa, l’aurifregiata e la semplice. La preziosa è così chiamata in ragione del suo ornato arricchito da ricami, gemme, lamine d’oro o argento ecc, la seconda “aurifregiata” è in lama d’oro (o comunque tessuto d’oro) e può essere decorata di piccole perle, la terza è la “semplice” di seta bianca damascata o di lino. L’uso di alternare la preziosa con l’aurifregiata deriva dalla pesantezza dell’ornamentazione della prima, ragione per la quale il vescovo quando siede lungamente per motivo di comodità indossa l’aurifregiata più leggera. Si veda: G. BRAUN, I paramenti sacri loro uso storia e simbolismo, trad. it., Torino, Marietti, 1914, pp. 147-158. La preziosa si utilizza generalmente quando al mattutino si è detto il Te Deum e alla messa il Gloria, nelle altre circostanze alterna l’aurifregiata e la semplice. L’uso della sola mitria semplice è riservato alle funzioni funebri e al venerdì santo e può essere usata in alternanza quando il vescovo usa la mitria aurifregiata anziché la preziosa. []
  8. Le circostanze in cui si indossa il pallio sono normate in CE, I, xvii, al 4.  Sulle caratteristiche proprie degli arcivescovi si può consultare utilmente L. GROMIER, Prérogatives archiépiscopales et généralités épiscopales, in «Les questions liturgiques et paroissiales», VIII (1923), pp. 267-272; IX (1924), pp. 68-74. []
  9. Si tratta delle diocesi di Paderborn e di Eichstätt in Germania, di Toul e Nancy in Francia, di Cracovia in Polonia. Su questa peculiare insegna si veda la monografia con ricco apparato iconografico di K. Honselmann, Das Rationale der Bischöfe, Paderborn, Selbstverlag des Vereins für Geschichte und Alterkumskunde Westfalens Abteilung Paderborn, 1975; si veda pure I. NABUCO, Ius pontificalium… cit., pp. 189 e s.; A. KING, Liturgy of the Roman Church, London-New York-Toronto, Longmans, 1957, pp. 155 e s.. []
  10. I capitoli dei canonici, a somiglianza del collegio cardinalizio, presentano spesso una distinzione in ordini interni: dignità (p.e. preposito, decano), presbiteri, diaconi, suddiaconi. []
  11. CE, I, vii. []
  12. Questi chierici indossano il piviale, coloro che sono preposti alla mitria e al pastorale indossano, sotto il piviale la vimpa, una sorta di velo omerale del colore del giorno o bianco volto  a impedire che le loro mani tocchino direttamente le insegne. A questi andrebbe aggiunto un chierico in cotta che custodisce il grembiale serico steso sulle ginocchia del vescovo quando siede. []
  13. Cfr: L. LE VAVASSEUR-J. HAEGY, Les fonctions pontificales…cit, p. 99. []
  14. CE, II, viii, 24. []
  15. Cfr. B. FAVRIN, Praxis … cit., pp. 140-142. []
  16. Il settimo cero è una prerogativa degli ordinari del luogo, cfr: CE, I, xii, 12 e  I. NABUCO, Ius pontificalium…, cit. p. 221 e ss.. []
  17. Secondo le rubriche del Missale Romanum del 1962 è omessa la lettura privata dell’epistola e del vangelo; cfr. Ritus servandus in celebratione Missae, VI, 4 in Missale Romanum editio secunda iuxta typicam, Ratisbonae, Pustet, 1963. []
  18. Il CE, II, viii, 48, tratta dell’omelia che deve tenere il vescovo celebrante: prevede che questi predichi dalla cattedra se essa è collocata secondo la vetusta modalità al centro dell’abside, quindi quando il trono è rivolto al popolo (“quando est versa ad populum”). Nel caso, assai più frequente, trovi la sua collocazione recenziore, invece, sarà disposto sulla predella dell’altare un faldistorio affinché il presule parli sedendo sul medesimo, volto verso il popolo. In siffatta circostanza il faldistorio, per necessità di centralità e visibilità, viene a far le veci della cattedra. []
  19. G. SESSOLO, Le sacre cerimonie…, cit. nt. 62, p. 92, riferisce l’uso dell’arcibasilica lateranense di poggiare la bugia sulla mensa lasciando che sia il secondo cerimoniere ad occuparsene. []
  20. Detta pregustazione – chiamata anche proba – ampiamente più sviluppata come vedremo nel pontificale del papa, può anche essere somministrata, in assenza del sacerdote sacrista, all’accolito deputato al servizio delle ampolle (così, ad esempio, L. LE VAVASSEUR-J. HAEGY, Les fonctions pontificales…, cit. I, p. 117 e G. B. M. MENGHINI, Le sacre ceremonie secondo il rito romano per tutti i tempi dell’anno, Roma, Ferrari, 19489, p. 357 e 362) o anche al secondo cerimoniere (cfr. L. TRIMELONI, Compendio di liturgia pratica, Torino, Marietti, 1962², p. 906, che confermala I ed., 1959, p. 783). []
  21. Usa tale formula anche il vescovo forestiero, cfr. Sacra Congregazione dei Riti, Decreto 6 febbraio 1892 n. 3764, in Decreta authentica Congregationis Sacrorum Rituum, III, Romae, Propaganda Fide, 1908, pp. 222 e ss.. []
  22. L’edizione del Beato Giovanni XXIII del Messale non prevede la recita/canto del Confiteor prima della comunione; cfr Ritus servandus in celebratione Missae…,cit, X, 6. []
  23. Il modo di distribuire la comunione è normato nel CE, II, XXIX; ampie e dettagliate descrizioni si ritrovano in P. MARTINUCCI-G.B.M. MENGHINI, Manuale sacrarum caeremoniarum…, cit., pars altera, I, pp. 128-133 e L. LE VAVASSEUR-J. HAEGY, Les fonctions pontificales…, cit. I, p. 128 e ss.; il vescovo omette la formula “Ecce Agnus Dei”. Tale modo di distribuire la comunione pare essere caduto largamente in disuso, in tal senso opere relativamente recenti non ne parlano (p. e. G. SESSOLO, Le sacre cerimonie…cit. e L. TRIMELONI, Compendio di liturgia pratica…cit.): la comunione sarebbe quindi distribuita come alle messe solenni ovvero con il diacono che sostiene la patena stando a destra del celebrante e con il suddiacono alla sinistra. []
  24. È possibile “attenta necessitate” che il diacono e il suddiacono, per penuria di clero, fungano da assistenti al trono; cfr.: SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Decreto 22 marzo 1862 n. 3114, in Decreta Authentica…, cit., II, p. 438. []
  25. Solo la chiesa cattedrale gode del diritto al trono fisso. []
  26. Stando all’opinione di L. GROMIER, Commentaire … cit. p. 171, non essendovi assistenza parata dei canonici, i chierici porta insegne dovrebbero astenersi dall’uso del piviale. []
  27. Alcuni con la parola “pontificaletto” alludono alle funzioni officiate da prelati non vescovi. []
  28. L. GROMIER, Commentaire cit., p. 132, afferma che il trono occupato in siffatta fattispecie dal cardinale diviene trono principesco utilizzandolo proprio in virtù di questa sua dignità. I legati pontifici, pur potendo celebrare ovunque pontificalmente nel loro territorio, non potevano avanzare pretese di pontificare al trono nella cattedrale. []
  29. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Decreto 9 maggio 1899 n. 4023, in Decreta Authentica …,  cit., III, p. 362. []
  30. Can. 337 § 3 Codex Iuris Canonici 1917. []

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