F. Tolloi, La messa pontificale caratteri e peculiarità.

A SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI CHE, PASTORE E MAESTRO, HA FATTO SCATURIRE PIÙ ABBONDANTI LE GRAZIE CELESTI DALLE FONTI VIVE DELLA TRADIZIONE DELLA CHIESA, NEL QUINTO ANNIVERSARIO DELL’ENTRATA IN VIGORE DEL MOTU PROPRIO SUMMORUM PONTIFICUM.

 PREMESSA.

Ci proponiamo di richiamare le caratteristiche peculiari che intervengono nella celebrazione della messa da parte del papa, dei cardinali, dei vescovi e dei prelati fruenti dell’uso dei pontificali nell’antico rito romano e, seguendo le prescrizioni rubricali dei libri liturgici e le indicazioni degli autori dei manuali di sacre cerimonie1, darne una succinta descrizione.

   Anzitutto è doverosa una premessa circa le fonti normative: principalmente esse sono contenute nel Caeremoniale episcoporum, promulgato con la bolla Cum novissime di papa Clemente VIII il 14 luglio 1600, che conobbe sino al concilio ecumenico Vaticano II altre quattro edizioni tipiche, l’ultima delle quali è del 1886, dichiarata tipica regnante papa Leone XIII, e rimasta in vigore, seppure con vistose modifiche fino al 19852.

   Il Caeremoniale episcoporum, ciò va chiarito, non è un manuale di sacre cerimonie, bensì un libro liturgico ufficiale della Chiesa romana. A differenza degli altri libri liturgici in esso non sono contenute formule – cioè testi eucologici, letture, ecc. da recitarsi nelle sacre funzioni – se non a titolo esemplificativo. Questo nulla toglie al fatto che le cerimonie, cioè i gesti, le azioni in esso descritti e normati facciano parte della liturgia allo stesso modo delle formule riportate negli altri libri (Breviario, Messale, Martirologio, Pontificale, Rituale).

Frontespizio e pagina d'esempio dell'editio princeps del Caeremoniale Episcoporum.

    In quanto tali le cerimonie sono atto ufficiale di preghiera e latria della Chiesa corpo mistico di Cristo. È proprio al Caeremoniale episcoporum che le rubriche del Messale fanno rimando quando si tratta di normare le celebrazioni di coloro i quali hanno il “diritto ai pontificali”. La lettura d’insieme del Caeremoniale episcoporum fa rilevare in modo manifesto la dimensione ecclesiologica dell’imperniarsi della vita ecclesiale della diocesi attorno la liturgia, in modo peculiare la messa, proprio quella messa che il vescovo officia pontificalmente nella sua cattedrale, o cui, come vedremo, assiste pontificalmente. Al giorno d’oggi, quando di fatto la prassi della concelebrazione, specie nelle chiese cattedrali, ha sostituito ed infine soppiantato la liturgia pontificale, lo stesso aggettivo ‘pontificale’ risulta svuotato della profondità del suo significato originario e intrinseco. Capita assai di frequente, anche nella “forma antica” – detta “forma straordinaria” secondo la definizione del motu proprio Summorum Pontificum3- di assistere a celebrazioni che in realtà sono forme non codificate o previste di ibridazione – nella più parte dei casi – tra la messa solenne e quella pontificale, con semplificazioni che spesso comportano l’omissione dell’uso di insegne, ovvero, al contrario, l’uso di insegne quando non previste. È perciò opportuno chiarire di che cosa si stia ragionando. La messa pontificale è quella celebrata dal sommo pontefice, cardinale, vescovo oppure prelato inferiore (abati e protonotari apostolici) con le caratteristiche che le sono proprie, e che derivano anche dall’utilizzo di particolari tratti cerimoniali e specifiche insegne.

   La descrizione dei pontificali non può che muovere che dal Caeremoniale episcoporum, sarà perciò di certo non superfluo osservarlo più da vicino anche considerando, brevemente, la sua genesi: ciò ci porterà, senza dubbio, a una chiave di lettura più chiara e aderente alla realtà della materia che trattiamo4. L’edizione princeps clementina del 1600 dichiara nel suo stesso frontespizio che il testo è “novissime reformatum”, in realtà esso è un punto di arrivo e un momento di sintesi in cui gli usi liturgici romani, codificati nei diversi ordines, riferiti alle cerimonie papali ed intorno ad essi strutturati, conoscono un adattamento ai più ristretti spazi di una cattedrale e negli ambiti di giurisdizione di un vescovo. Se dovessimo infatti cercare un libro antecedente recante lo stesso titolo – diversamente, ad esempio, che per gli altri libri liturgici come il messale e il breviario – la nostra ricerca risulterebbe sicuramente vana; riferendosi a libro simile anche nel titolo promulgato direttamente dall’autorità, si può opinare che la denominazione appaia la prima volta proprio con l’edizione di Clemente VIII .

   È vero però altresì che la parola “Caeremoniale”, intesa nell’accezione di libro ricomprendente la descrizione puntuale ed attenta delle cerimonie, fosse sicuramente già in uso nel secolo precedente: non a caso Giovanni Burcardo (+ 1506) nel suo Ordo missae (base per la redazione del Ritus servandus del Missale Romanum di papa san Pio V del 1570) nel demandare al sommo pontefice, ai cardinali, patriarchi, arcivescovi e vescovi le norme per le celebrazioni pontificali, fa riferimento alle prescrizioni contenute nel cerimoniale e nel pontificale5. La redazione dell’editio princeps seicentesca fu il prezioso e originale risultato di una iniziativa che mosse da papa Gregorio XIII il quale intervenne personalmente nel lavoro svolto da  due porporati di illustre fama: san Carlo Borromeo e il cardinale  Gabriele Paleotti. Alla morte di san Carlo (1584) la redazione si bloccò. Nel 1588, essendo regnante papa Sisto V, fu creata la “Congregatio pro sacris Ritibus et Caeremoniis”, negli intenti di questo papa vi era quello di accelerare la conclusione dei lavori redazionali ma, al momento della sua morte avvenuta nel 1590, non si era ancora giunti a qualcosa di concreto. In rapida successione salirono sul soglio petrino tre papi; nel 1592 il conclave designò sommo pontefice Ippolito Aldobrandini che prese il nome di Clemente VIII. Fu proprio papa Clemente in modo diretto ad accelerare i tempi e giungere alla chiusura dei lavori in questo profittevolmente affiancato dai cardinali san Roberto Bellarmino, Cesare Baronio, Silvio Antoniano e Luigi Torres (che assurse alla dignità della porpora più tardi). A quanti lavorarono alla redazione del Caeremoniale episcoporum appariva  evidente ed altresì urgente la necessità, in una Chiesa rinnovata dal concilio tridentino, di disporre di un nuovo ordo romanus che adattasse gli usi papali a quelli di una cattedrale – e per conseguenza di una chiesa collegiata – ove per ampiezza d’ambiente e disponibilità di clero, fosse possibile l’esecuzione solenne della liturgia romana nella sua grandiosa semplicità6).

   Antesignani nell’immediato del Caeremoniale episcoporum clementino possono essere considerate le opere di Agostino Patrizi Piccolomini Rituum ecclesiasticorum sive sacrarum cerimoniarum Ss. Romanae ecclesiae7, di Paride Grassi8nonché il terzo libro del Pontificalis Liber del summenzionato Patrizi Piccolomini e di Giovanni Burcardo9.

prosegui la lettura.

  1. Tra i tanti autori: M. BAULDRY, Manuale sacrarum caeremoniarum, Venetiis, Balleonium, 1711; A. PISCARA CASTALDO, Praxis caeremoniarum, Neapoli, Scoriggium, 1645; B. FAVRIN, Praxis solemnium functionum episcoporum, Ratisbonae-Romae-Neo Eboraci-Cincinnati, Pustet, 1906; P. MARTINUCCI, Manuale sacrarum caeremoniarum, Romae, Cecchini, 1879-1880², voll. 6; P. MARTINUCCI, Manuale sacrarum caeremoniarum, emendavit et auxit G. B. M. MENGHINI, Ratisbonae-Romae-Neo Eboraci, Pustet, 1911-1915³, voll. 4; L. LE VAVASSEUR-J. HAEGY, Les fonctions pontificales, revue et mis a jour par L. STERCKY, Paris, Lecoffre, 19324, voll. 2; si segnala per sintesi e semplicità delle descrizioni  G. SESSOLO, Le sacre cerimonie della messa pontificale e dei vespri pontificali al trono e al faldistorio, Roma, Marietti, 1946. Tra i commentatori il primo in ordine di tempo fu G. CATALANO, Caeremoniale episcoporum nunc primum commentariis illustratum, Parisiis, Jouby, 1860, voll.2; eccelle: L. GROMIER, Commentaire du Caeremoniale Episcoporum, Paris, La Colombe, 1959. Introduzione assai approfondita al Caeremoniale: I. NABUCO, Ius pontificalium, Parisiis-Tornaci-Romae-Neo Eboraci, Desclée, 1956. Segnaliamo anche: I. BOURGET, Cérémonial des évêques commenté et expliqué, Paris, Lecoffre, 1856, l’importanza dell’Opera risiede più che nella qualità del commento nella singolare peculiarità di riferire gli usi romani talvolta anche difformi dalle prescrizioni del Caeremoniale episcoporum. []
  2. Utilizziamo l’edizione Caeremoniale Episcoporum, Taurini-Romae, Marietti, 19355 [d’ora in poi CE], che riproduce appunto la typica leoniana stampata dalla casa editrice Pustet di Ratisbona. []
  3. BENEDETTO XVI, Motu proprio Summorum Pontificum, 7 luglio2007, in «Acta Apostolicae Sedis» [d’ora in poi AAS] XCIX (2007), pp. 777-781, in particolare p. 779. []
  4. Sulla complessa genesi del Caeremoniale Episcoporum A. M. TRIACCA – M. SODI, Introduzione a rist. anast. di Caeremoniale Episcoporum (Romae, Ex Typographia linguarum externarum, 1600), Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2000. []
  5. G. BURCARDO, Ordo Missae, Romae, de Besicken,1502, f. 3v. []
  6. I. NABUCO, La liturgie papale et les origines du Céremonial des Évêques, in Miscellanea Mohlberg, I, Roma, Edizioni Liturgiche, 1948, pp. 283-300. []
  7. L’opera, rimaneggiata e pubblicata dal vescovo Cristoforo Marcello, conosciuta anche come Caeremoniale Romanum, fu la base per la regolazione delle funzioni papali, A. PATRIZI PICCOLOMINI, Rituum ecclesiasticorum sive sacrarum cerimoniarum Ss. Romanae ecclesiae, Venetiis, De Gregoriis, 1516, che ha conosciuto più edizioni. Significativa la differenziazione delle tre casistiche che vedono il papa celebrante, assistente o assente. []
  8. P. GRASSI, De Caeremoniis Cardinalium et Episcoporum in eorum Dioecesibus, Romae, Donangelum, 1587. []
  9. A. PATRIZI PICCOLOMINI – G. BURCARDO, Pontificalis liber, Romae, Plank, 1485 (rist. anast. a cura di M. SODI, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2006). []

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