San Filippo Neri

da: dom PROSPER GUERANGÉR, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 683-690.

La gioia.

La gioia è il carattere principale del Tempo pasquale: gioia soprannaturale, motivata dal trionfo dell’Emmanuele e dal sentimento della nostra liberazione dei vincoli della morte. Ora, questo sentimento di allegrezza interiore ha regnato in modo caratteristico nel servo di Dio che oggi onoriamo. Ed è proprio di un tale uomo, il cuore fu sempre nel giubilo e nell’entusiasmo delle cose divine, che si può dire con la Sacra Scrittura “che il cuore del giusto è come un festino continuo” (Prov. 15, 15). Uno dei suoi ultimi discepoli, il Padre Faber, fedele alla dottrina del maestro, c’insegna nell’opera Il progresso spirituale che il buon umore è uno dei mezzi principali di avanzamento nella perfezione cristiana. Noi accogliamo, dunque, con altrettanta allegrezza che rispetto, la figura radiosa e bonaria di Filippo Neri, l’Apostolo di Roma nel xvi secolo.

La carità.

   L’amore di Dio, un amore ardente che si comunicava invincibilmente a tutti quelli che lo avvicinavano, fu la caratteristica principale della sua vita. Tutti i santi hanno amato Iddio, poiché l’amore suo è il primo e il più grande dei comandamenti; ma la vita di san Filippo realizza questo precetto con una pienezza, si direbbe quasi, incomparabile. La sua esistenza non fu che un trasporto d’amore verso il supremo Signore di tutte le cose; e, senza un miracolo della potenza e della bontà di Dio, questo amore così ardente nel cuore di Filippo avrebbe consumato la sua vita prima del tempo. Era arrivato al ventinovesimo anno d’età, quando un giorno, durante l’Ottava di Pentecoste, il fuoco della carità divina infiammò il suo cuore, con un tale impeto, che si spezzarono due costole nel petto, lasciando così al cuore lo spazio necessario per cedere, ormai senza pericolo, ai trasporti che lo invadevano tutto. Questa frattura non si rinsaldò mai più. Ognuno lo avrebbe potuto constatare, essendogli rimasto esteriormente una visibile prominenza. Grazie a tale miracoloso sollievo, Filippo poté vivere ancora cinquant’anni in preda a tutti gli ardori di un amore che apparteneva più al cielo che alla terra.

La santità e la dedizione alla Chiesa.

    Questo serafino in corpo umano fu come una risposta vivente agli insulti contro i quali la pretesa Riforma perseguitava la Chiesa cattolica. Lutero e Calvino l’avevano chiamata l’infedele e la prostituta di Babilonia; ed ecco che questa medesima Chiesa poteva mostrare, agli amici ed ai nemici, figli come una Teresa nella Spagna, un Filippo Neri, a Roma. ma il protestantesimo si preoccupava molto di scuotere il giogo, e ben poco dell’amore. In nome della libertà della fede, oppresse i deboli ovunque dominò, e s’impiantò con la forza anche là dove veniva respinto, senza però rivendicare il diritto di Dio che deve essere amato. Fu così che si vide scomparire, dai paesi che invase, quel sentimento di dedizione, fonte del sacrificio verso Dio e verso il prossimo.

   Passò un lungo periodo di tempo prima che la pretesa Riforma si accorgesse che esistono ancora degli infedeli sulla superficie del globo. E se, più tardi, essa si è fastosamente imposta l’opera delle missioni, sappiamo abbastanza quali apostoli sceglie, come organi delle sue strane società bibliche. É dunque dopo tre secoli che si accorge che la Chiesa cattolica non ha cessato di produrre delle corporazioni votate alle opere di carità. Preoccupata da una tale scoperta, essa esperimenta, in alcuni luoghi, le sue diaconesse e le sue infermiere. Qualunque cosa avvenga da uno sforzo così tardivo, si può ragionevolmente credere che non assumerà mai vaste proporzioni; e ci è permesso di pensare che quello spirito di dedizione che sonnecchiò durante tre secoli nel cuore del protestantesimo, non sia precisamente l’essenza del suo carattere, quando lo si è visto, nelle contrade che ha invaso, disseccare persino la sorgente dello spirito di sacrificio, arrestando violentemente la pratica dei consigli evangelici, i quali non trovano la loro ragione di essere che nell’amor di Dio.

   Gloria dunque a Filippo Neri, uno dei più degni rappresentanti della divina carità nel xvi secolo! Sotto il suo impulso, prima Roma, e ben presto poi tutta la cristianità, ripresero nuova vita con la frequenza dei Sacramenti, e nell’aspirazione ad una pietà più fervorosa. La sua parola, la sua stessa presenza, elettrizzavano il popolo cristiano nella città santa. E fino ad oggi l’orma dei suoi passi non si è cancellata. Ogni anno il ventisei maggio, Roma celebra la memoria del suo pacifico riformatore. Filippo divide con i santi apostoli l’onore di essere Patrono della città di san Pietro.

Il taumaturgo.

   Filippo ebbe il dono dei miracoli, e mentre non chiedeva per se stesso che l’oblio ed il disprezzo, vide invece stringersi intorno a sé tutto un popolo che domandava ed otteneva, con l’intercessione della sua preghiera, la guarigione dei mali della vita presente, e nello stesso tempo, la riconciliazione delle anime con Dio. Anche la morte stessa obbedì al suo comando, come ne dette testimonianza quel giovane principe Paolo Massimo, che Filippo richiamò alla vita, quando già si preparavano i suoi funerali. Mentre questo adolescente rendeva l’ultimo respiro, il servo di Dio, al quale si era rivolto perché lo assistesse nel transito, celebrava il santo Sacrificio. Poi, al suo ingresso nel palazzo, Filippo vede ovunque i segni del lutto: il padre desolato, le sorelle in lacrime, la famiglia costernata; tristi costatazioni che colpiscono il suo sguardo. Il giovinetto era deceduto dopo una malattia di sessantacinque giorni, che aveva sopportato con rara pazienza. Filippo si getta in ginocchio e, dopo un’ardente preghiera, impone la mano sulla testa del defunto, chiamandolo a nome e a voce alta. Paolo, risvegliato dal sonno della morte per mezzo di quella potente parola, apre gli occhi, rispondendo teneramente: “Padre mio”. E poi aggiunge: “Vorrei solamente confessarmi”. I presenti si allontanano un momento e Filippo resta solo, con colui che ha riconquistato dalla morte. Ben presto i parenti vengono chiamati, e Paolo, in loro presenza, parla con Filippo della madre e di una sorella che egli amava teneramente e che la morte gli rapì. Durante questo conversazione il volto del giovane, fino a poco fa sfigurato dalla febbre, riprende i suoi colori e la sua grazia di un tempo. Mai Paolo era sembrato così pieno di vita! Il santo gli domanda allora se sarebbe morto volentieri di nuovo. “Oh! sì, molto volentieri, risponde il ragazzo; perché così potrò vedere in Paradiso mia madre e mia sorella” “Vai allora, risponde Filippo, parti verso la felicità, e prega il Signore per me”. A queste parole, il giovanetto torna a spirare ed entra nelle gioie dell’eternità, lasciando i presenti commossi di dolore e di ammirazione. Tale era quest’uomo favorito quasi continuamente dalle visite del Signore, nei rapimenti e nelle estasi; dotato di spirito profetico; che penetrava le coscienze con uno sguardo, che spandeva il profumo delle sue virtù, attirando così le anime con irresistibile incanto. La gioventù romana di ogni condizione si stringeva intorno a lui. Ad alcuni abbatteva gli scogli, ad altri, tendeva la mano per salvarli nel naufragio. I poveri, i malati erano costantemente oggetto della sua sollecitudine. A Roma, egli si moltiplicava, esplicando ogni forma di zelo, lasciando così anche dopo di lui un impulso per le buone opere che non si è mai affievolito.

Il fondatore.

   Filippo aveva compreso che la conservazione del costume cristiano dipendeva specialmente dalla efficace diffusione della parola di Dio, e nessuno si mostrò più sollecito di lui nel procurare ai fedeli apostoli capaci di invitarveli con una predicazione solida ed attraente. Egli fondò, sotto il nome di Oratorio, una istituzione che ancora dura, ed il cui scopo era di rianimare e di mantenere la pietà nelle popolazioni. Questa istituzione, che non bisogna confondere con l’Oratorio della Francia, si propone di utilizzare lo zelo ed il talento di quei sacerdoti che la divina vocazione non chiama alla vita del chiostro, ma che, associandosi nei loro sforzi, giungono ugualmente a produrre abbondanti frutti di santificazione.
Fondando l’Oratorio, senza legare i membri di questa associazione coi voti religiosi, Filippo si adattava al genere di vocazione che essi avevano ricevuto dal cielo, e assicurava loro, per lo meno, i vantaggi di una regola comune, con l’aiuto dell’esempio: aiuto così efficace per sostenere l’anima nel servizio di Dio e nella pratica delle opere di zelo. Ma il santo apostolo era troppo attaccato alla fede della Chiesa, per non stimare la vita religiosa come lo stato di perfezione. Durante tutta la sua lunga carriera, non cessò d’indirizzare verso il chiostro quelle anime che a lui sembravano chiamate alla professione dei voti. Per mezzo suo i diversi ordini religiosi si accrebbero di un numero immenso di persone, da lui messe alla prova con discernimento: in modo tale che sant’Ignazio di Loyola, amico intimo di Filippo e suo ammiratore, lo paragonava scherzosamente alla campana che convoca i fedeli in Chiesa, anche se essa non vi entra!

La lotta contro il protestantesimo.

La terribile crisi che agitò il cristianesimo nel xvi secolo e tolse alla Chiesa cattolica un numero così grande delle sue province, colpì dolorosamente Filippo. Soffriva crudelmente nel vedere tanti lasciarsi inghiottire, gli uni dopo gli altri, nel baratro dell’eresia. Gli sforzi che lo zelo tentava di fare per riconquistare quelle anime sedotte dalla pretesa Riforma, facevano battere il suo cuore, mentre con occhio vigile, osservava le manovre con le quali il protestantesimo lavorava per mantenere la sua influenza. Le Centurie di Magdeburgo, vasta compilazione storica, era destinata a sovvertire i lettori, persuadendoli, con l’aiuto di brani falsificati, di fatti denaturati e spesso anche inventati, che la Chiesa Romana aveva abbandonato l’antica fede e sostituito la superstizione alle pratiche primitive. Questo lavoro sembrò a Filippo di una portata così pericolosa, che solo un’opera superiore per erudizione, attinta dalle reali fonti della verità, avrebbe potuto assicurare il trionfo della Chiesa cattolica. Egli aveva intuito il genio di Cesare Baronio, uno dei suoi compagni all’Oratorio. Prendendo in mano la causa della fede, ordinò a quest’uomo sapiente di entrare subito nella lizza, e di opporsi al nemico della vera fede, basandosi sul terreno della storia. Gli Annali ecclesiastici furono il frutto di questa grande idea di Filippo; ed il Baronio stesso ne rende testimonianza al principio del suo ottavo libro. Quattro secoli sono passati su quest’opera insigne. Con i mezzi scientifici di cui disponiamo adesso, è facile segnalarne le imperfezioni; ma la storia della Chiesa, mai è stata raccontata con una dignità, una eloquenza ed una imparzialità superiore a quelle che regnano in questa sapiente esposizione di fatti, che abbraccia il corso di dodici secoli. L’eresia accusò il colpo; l’erudizione malsana e infedele dei Centuriatori si eclissò in presenza di questa leale narrazione, e si può affermare che il flusso che saliva dal protestantesimo si arrestò di fronte agli Annali del Baronie, nei quali la Chiesa appariva finalmente quale è sempre stata “colonna e fondamento della verità” (I Tim. 3, 15). La santità di Filippo ed il genio del Baronio avevano deciso della vittoria. Numerosi ritorni alla fede romana vennero a consolare i cattolici così dolorosamente decimati; e se ai nostri giorni innumerevoli abiure annunciano la prossima rovina del protestantesimo, è giusto attribuirlo in gran parte al successo del metodo storico inaugurato negli Annali.

VITA. – Filippo nacque a Firenze nel 1515. Dopo un’infanzia molto pia, si recò a Roma per studiare filosofia e teologia. Divenuto sacerdote nel 1551, si consacrò interamente al servizio delle anime e, per essere di maggior aiuto, fondò la Congregazione dell’Oratorio, che fu approvata da Gregorio XIII nel 1575. La sua orazione era cosi elevata che spesso egli era rapito in estasi; era dotato del dono della profezia e da quello di leggere nelle anime. Nel 1593 dette le dimissioni da Superiore dell’Oratorio e mori il 24 maggio 1602. Venti anni dopo, veniva canonizzato insieme a Ignazio di Loyola, a Teresa d’Avila e a Francesco Saverio.

Amor di Dio.

   Tu hai amato il Signore Gesù, o Filippo, e tutta la tua non è stata che un continuo atto d’amore; ma non hai voluto godere da solo del sommo bene. I tuoi sforzi erano tesi a farlo conoscere da tutti gli uomini, affinché tutti lo amassero insieme a te e pervenissero al loro ultimo fine. Durante quarant’anni fosti l’Apostolo infaticabile della città santa, e nessuno poté sottrarsi all’azione del fuoco divino che ardeva in te. Noi osiamo pregarti di volgere gli sguardi anche sopra di noi. Insegnaci ad amare Gesù risorto. Non ci basta di adorarlo e di rallegrarci del suo trionfo; ci è necessario di amarlo: poiché il susseguirsi dei suoi misteri, dall’Incarnazione fino alla Risurrezione, non ha altro fine che quello di rivelarci, in una luce sempre più intensa, la sua divina amabilità. È amandolo sempre di più, che arriveremo ad innalzarci sino al mistero della sua risurrezione, che finisce di svelarci tutte le ricchezze del suo cuore. Più egli si eleva nella nuova vita che ha abbracciata uscendo dalla tomba, e più ci sembra pieno di amore per noi, sollecitando il nostro cuore a stringersi a lui. Prega, Filippo, e domanda che “il nostro cuore e la nostra carne trasaliscano nel Dio vivente” (Sal. 83, 2). Degnati di introdurci, dopo il mistero della Pasqua, in quello dell’Ascensione; disponi le nostre anime a ricevere il divino Spirito nella Pentecoste; e, quando il mistero dell’Eucarestia brillerà ai nostri sguardi nella solennità che si avvicina, tu che, avendola festeggiata un’ultima volta quaggiù alla fine della giornata sei salito verso l’eterno soggiorno ove Gesù si mostra senza velo, prepara le anime nostre a ricevere ed a gustare “questo pane vivente che dà la vita al mondo” (Gv. 6, 33). La tua santità fu caratterizzata dallo slancio dell’anima verso Dio, e tutti quelli che ti avvicinavano, partecipavano ben presto a questa disposizione che, sola, può rispondere all’appello del Redentore. Tu sapevi impossessarti delle anime e condurle a perfezione, seguendo la via della fiducia e della generosità di cuore. In questa grande opera il tuo metodo fu di non averne uno, imitando gli Apostoli e gli antichi Padri, ed affidandoti a quella virtù propria della parola di Dio. Per mezzo tuo la fervente assiduità ai sacramenti riapparve quale indice più sicuro della vita cristiana. Prega per il popolo fedele e vieni in aiuto a tante anime che si agitano e si esauriscono nelle vie tracciate dalla mano dell’uomo, e che, troppo spesso, ritardano od impediscono l’intima unione del Creatore con la creatura.

Amore alla Chiesa.

   O Filippo! tu hai amato ardentemente la Chiesa di quell’amore che è il segno indispensabile della santità. La tua elevata contemplazione, non ti distraeva dalla sorte dolorosa di questa santa Sposa di Cristo, così provata nel secolo che ti vide nascere e morire. Gli sforzi dell’eresia trionfante in tanti paesi, stimolavano lo zelo nel tuo cuore: ottieni anche a noi dallo Spirito Santo quella viva attrazione per la verità cattolica, che ci renderà sensibili alle sue disfatte e alle sue vittorie. Non ci basta di salvare le anime nostre; dobbiamo desiderare ardentemente il progresso del regno di Dio sulla terra, l’estirpazione delle eresie e l’esaltazione della santa Chiesa nostra madre, offrendo, per tutto ciò, il nostro aiuto con ogni mezzo a noi possibile. É a questa condizione che saremo figli di Dio. Ispiraci col tuo esempio, o Filippo, quest’ardore con il quale noi dobbiamo associarci in tutto ai sacri interessi della madre comune. Prega pure per la Chiesa militante che ti ha contato tra le sue file, come uno dei suoi migliori soldati. Servi valorosamente la causa di questa Roma che si fa un onore di esserti riconoscente di tanti favori a lei prestati. Tu l’hai santificata, durante la tua vita mortale; santificala ancora e difendila dall’alto del cielo.

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da: Card. A. I. SCHUSTER, OSB, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul messale romano, VII, Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 197-200.

Questo santo prete († 1591), che per circa mezzo secolo esercitò in Roma il ministero apostolico, ed in un ambiente spensierato e corrotto divenne l’oracolo dei Pontefici, dei Cardinali e dei più insigni personaggi del suo tempo, ha tanto ben meritato della Sede Apostolica, che sino ai tempi a noi più vicini, oggi nella Città Eterna era festa di precetto, ed il Pontefice stesso in treno di gala si recava a celebrare i divini Misteri sul sepolcro del Santo a santa Maria in Vallicella.

   Dire in breve dei meriti di san Filippo e della parte importantissima che egli ebbe nella riforma ecclesiastica del secolo XVI, è quasi impossibile. Amico di san Carlo e del cardinal Federico Borromeo, confessore di san Camillo e di sant’Ignazio e padre spirituale del Baronio confessore a sua volta di Clemente VIII, si può dire che la sua influenza salutare si estese a tutti i diversi aspetti della riforma, cosi che, anche se si potesse prescindere dalla sua santità, l’attività di san Filippo gli avrebbe indubbiamente meritato un posto onorifico nella storia del secolo XVI.     Colla fondazione della Congregazione dei Preti dell’Oratorio, il Neri, in un campo senza dubbio assai più ristretto e con criteri alquanto diversi, si propose lo stesso scopo di sant’Ignazio, quello cioè di rieducare a religione la società cristiana mediante la frequenza dei santi Sacramenti, e l’istruzione catechistica.

   Mentre i Protestanti in Germania accusavano la Chiesa Cattolica d’aver sottratto la Bibbia al popolo, san Filippo ordinava che nella sua chiesa di san Girolamo si commentasse niente di meno l’epistola di san Paolo ai Romani; rispose ai Centuriatori di Magdeburgo, imponendo al Baronio di esporre dapprima almeno un cinque o sei volte nelle sue conferenze serali la storia della Chiesa, e poi finalmente di consegnarla in iscritto nei suoi dodici poderosi in•folio.

   L’eresia luterana co’ suoi errori sulla grazia ed il libero arbitrio, aveva inaridite le sorgenti stesse della gioia; e san Filippo coi suoi trattenimenti poetici e musicali che presero allora il nome di Oratori appunto dal luogo dove il Santo li faceva eseguire, colle sue ricreazioni sul Gianicolo, dove all’ombra d’una quercia « si faceva fanciullo coi fanciulli sapientemente », coi suoi pellegrinaggi alle tombe dei Martiri ed alle sette principali chiese della Città Eterna, restituì alla vita cattolica la sua vera tonalità, quella che esigeva anche Paolo allorchè scriveva ai suoi fedeli: Gaudete in Domino semper, Iterum dico: gaudete.

   Aspro e penitentissimo con se stesso, Filippo era mite cogli altri, ed al bisogno, anche faceto, anticipando in pratica quanto qualche tempo dopo doveva insegnare san Francesco di Sales, che cioè un santo triste è un tristo santo. All’occasione, san Filippo sapeva risuscitare anche i morti, ascoltarne la confessione, conversarci e poi, a loro preghiera, restituirli con un segno di croce, all’eternità.

   E perchè la novità di questi prodigi non gli concigliasse l’ammirazione del popolo, amava di diportarsi in modo da rendersi spregevole e da farsi reputare stolto, come quando per la festa di san Pietro in Vincoli si mise a danzare innanzi a quella basilica.

   Alla porpora cardinalizia tante volte offertagli dai Papi, Filippo oppose sempre un reciso diniego; e questo medesimo spirito d’umiltà seppe trasfondere cosi fortunatamente nei suoi discepoli, specialmente nel Tarugi e nel Baronio, che quando quest’ultimo venne creato Cardinale, fu dovuto spogliare a forza dei suoi vecchi abiti da Oratoriano lì nella sacrestia stessa della Vallicella, per rivestirlo violentemente della sottana rossa e del rocchetto, giusta gli ordini del Pontefice.

   L’ufficio di san Filippo Neri venne introdotto nel Breviario Romano da Urbano VIII; la messa ha alcune parti proprie, ma questa eccezione assai convenientemente venne introdotta per lui che tanto ben aveva meritato della sacra liturgia, e che nell’incendio del divino amore che liquefacevagli il cuore, soleva impiegare ben tre ore nel celebrare i divini Misteri.

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     L’introito è comune al sabato dopo Pentecoste, con evidente allusione al prodigio avvenuto nel cimitero ad Catacumbas, quando, orando di nottetempo il Santo in quelle cripte di Martiri, lo Spirito Santo discese su di lui. Da quel tempo il cuore infiammato del Neri cominciò a palpitare così fortemente per Iddio, che gli si sollevarono ed inarcarono perfino alcune costole.
Ecco la colletta, assai sobria e di gusto classico: « O Dio, che hai sublimato alla gloria dei tuoi Santi il beato Filippo; oggi che ne celebriamo la festa, ci concedi d’imitare altresì i suoi esempi virtuosi ».

     La prima lezione è comune alla festa di san Tommaso d’Aquino il dì 7 marzo, ed allude a quella sapienza soprannaturale che irradiava la testa incanutita di san Filippo quando, assiduo nel sacro tribunale di penitenza, dirigeva le coscienze ed informava a verace santità la turba dei suoi penitenti.

     Il responsorio graduale, comune alla feria IV dei grandi Scrutini di quaresima, è desunto dal salmo 33, e sviluppa ancor meglio questo concetto della scuola o didascaleion d’ascesi, diretta dal Santo: V. , « Su, figliuoli, date ascolto a me, chè v’insegnerò a temere il Signore» . -Nel versetto successivo il testo ebraico è alquanto diverso dalla Volgata.- V. « Fissate in lui gli occhi e tornerete sereni, nè arrossirà il vostro volto ».

     Il verso alleluiatico ritorna sul miracolo del cimitero ad Catacumbas. «Allel. (Tren. I, 13). Dall’ alto fece cadere il fuoco sulle mie ossa e mi ammaestrò». – Il significato letterale di questo luogo è però ben diverso, giacchè trattasi dei Babilonesi che avevano incendiato i vari quartieri di Gerusalemme.
Nel tempo pasquale, per primo verso alleluiatico si recita questo dei Treni di Geremia ; il secondo poi è desunto dal salmo 38. « Mi brucia il cuore in seno, e nell’animo mio s’è acceso un fuoco».
Questo fuoco è lo Spirito Santo che ci comunica la vita divina di Gesù, e che giustamente viene paragonato ad un fuoco, perchè, al pari di questo, purifica, distrugge, riscalda ed illumina. Non c’è via più sicura e più breve per giungere a santità, che il darci tutti in preda a questo sacro incendio d’amore. Dio stesso nelle Sacre Scritture ci ripete in più luoghi: Dominus Deus tuus ignis consumens est.

     La lezione evangelica è quella dei semplici Confessori, come per sant’ Antonio il 17 gennaio.

   L’antifona per l’offertorio ritorna sul fenomeno della dilatazione ed inarcamento delle costole di san Filippo, a cagione dei forti sussulti del suo cuore. Salmo 118: « Io camminai sulla via dei tuoi precetti, poichè tu mi allargasti il cuore ».
Questo dilatarsi del cuore del Salmista, significa che quello che da principio nella vita spirituale si compie con qualche difficoltà, in seguito, in grazia dell’abito buono contratto e della divina carità che lo Spirito Santo infonde nello spirito, si fa senza alcuna fatica, anzi con inesprimibile gioia. Infatti, è nella natura dell’amore l’affaticarsi, il sacrificarsi, senza mai stancarsi.

   La preghiera prima dell’anafora s’ispira alla bella secreta del venerdì durante l’ ottava di Pentecoste. «Riguarda propizio, o Signore, questo Sacrificio; e, come lo Spirito Santo penetrò nel cuore del beato Filippo, così del pari avvampi anche il nostro ».
Ecco il verso per la Comunione: (Salm. 83) « Il mio cuore e le mie carni esultarono nel Dio vivo ». – Il redattore della messa non sa rimuoversi dal prodigio del cuore dilatato di san Filippo, come in genere avviene a tutti i redattori di messe moderne, che si impressionano di qualche circostanza caratteristica nella vita d’un santo, ed a questa poi, coll’aiuto della Concordanza Scritturale, accomodano tutta la loro composizione liturgica. Veramente, di san Filippo c’è tanto da dire, che la messa avrebbe potuto essere assai più variata.

   La preghiera eucaristica rappresenta un semplice adattamento d’una colletta più antica: « Ora che ci siamo, o Signore, deliziati dell’alimento celeste, pei meriti e l’imitazione del beato Filippo, deh ! ne concedi un immenso desiderio di questo cibo vitale ».

   Di san Filippo è soprattutto memorabile una sentenza: ponendo due dita sulla fronte d’uno dei suoi discepoli, diceva che la santità è tutta compresa in quel breve spazio, giacchè tutto consiste nel mortificare la razionale.

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G.B. Piazzetta, San Filippo Neri.

da: ANTONIO NIERO, I santi Patroni, in Culto dei Santi a Venezia, “BAC 2″, Venezia, Studium Cattolico Veneziano, 1965, p. 84.

Il santo fu dichiarato patrono della città il 9 febbraio 1765 con estensione dell’ufficio proprio per tutta la città il 20 luglio, mentre prima figurava solo come devozione specifica della Congregazione dell’oratorio: infatti l’ufficio è assente nel Proprium del dominio veneziano del 1755, e prima ancora manca la sua festa nel Menologio del Corner. Il suo culto ebbe vigore sin dal seicento quale mezzo di perfezione sacerdotale favorito dagli Oratoriani alla Fava, sempre vivacissimo centro di cultura e spiritualità, pur venato ora di filogiansenismo, ora di presenze quietistiche; ma il primo altare in suo onore a Venezia risale tra il 1605 e 1649, in chiesa a S. Canciano.

   In parecchie chiese della città si conservarono sue reliquie e c’era numerosa iconografia. Ricordiamo solo in quella della Fava, sede della sua Congregazione: fatti della sua vita in altorilievo di B. Torretti (1660-1743); pala d’altare (copia) di G. Reni; pala d’altare con il santo innanzi alla vergine di G. B. Piazzetta, uno dei suoi capolavori di poderosa resa, lavorata qui tra il 1725 e 1727; il santo innanzi al Pontefice, nel convento annesso, opera dello Stroifi, lavorata attorno al 1650: quindi tra le più antiche, a lui sacre, in Venezia.

   Esistevano scuole in suo onore a S. Canciano (del clero); a S. Martino con sovvegno per maritare donzelle; a S. Gregorio (1653); nel Battistero di S. Pietro di Castello, come confraternita di canonici della cattedrale.

separatoreInno Pangamus Nerio.> Scarica il pieghevole in formato pdf con l’Inno a san Filippo.

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